Padre Fernando Armellini, biblista Dehoniano, commenta il Vangelo di domenica 19 ottobre 2025.
Se sei interessato a tutti i sui commenti al Vangelo, puoi leggerli qui.
A volte è difficile non perdere la fede!
Un saggio dell’AT riassume così l’esperienza accumulata durante la vita: “Sono stato fanciullo e ora sono vecchio, ma non ho mai visto il giusto abbandonato, né i suoi figli mendicare il pane… Il Signore ama la giustizia e non abbandona i suoi fedeli. Gli empi saranno distrutti per sempre” (Sal 37,25.28).
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Belle parole, ma ce la sentiremmo di sottoscriverle senza avanzare qualche riserva? Chi non conosce esempi che le contraddicono?
Due domeniche fa abbiamo sentito Abacuc lamentarsi con Dio. Nel Paese – diceva – dominano i malfattori si commette ogni sorta d’ingiustizia e tu, Signore, non intervieni.
Nella Bibbia si trovano stupende invocazioni a Dio per chiedere il suo intervento quando sulla terra la vita diventa intollerabile.
Il salmista implora: “Signore tu vedi. Rompi il tuo silenzio! Dio, da me non stare lontano. Dèstati, svègliati, vieni in mia difesa, per la mia causa, Signore mio Dio” (Sal 35,22-23).
Nell’Apocalisse i martiri innalzano al Signore il loro grido: “Fino a quando, sovrano, tu che sei santo e verace, non farai giustizia e vendicherai il nostro sangue sopra gli abitanti della terra?” (Ap 6,10).
Come mai Dio non risponde sempre e subito a queste suppliche?
Se, pur potendo, egli non pone fine all’ingiustizia, può forse essere considerato innocente?
Come giustifica il suo silenzio?
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Per interiorizzare il messaggio, ripeteremo:
“Anche se non sempre me ne rendo conto, tu Signore mi proteggi all’ombra delle tue ali”.
Vangelo (Lc 18,1-8)
1 Disse loro una parabola sulla necessità di pregare sempre, senza stancarsi:
2 “C’era in una città un giudice, che non temeva Dio e non aveva riguardo per nessuno. 3 In quella città c’era anche una vedova, che andava da lui e gli diceva: Fammi giustizia contro il mio avversario. 4 Per un certo tempo egli non volle; ma poi disse tra sé: Anche se non temo Dio e non ho rispetto di nessuno, 5 poiché questa vedova è così molesta le farò giustizia, perché non venga continuamente a importunarmi”.
6 E il Signore soggiunse: “Avete udito ciò che dice il giudice disonesto. 7 E Dio non farà giustizia ai suoi eletti che gridano giorno e notte verso di lui, e li farà a lungo aspettare? 8 Vi dico che farà loro giustizia prontamente. Ma il Figlio dell’uomo, quando verrà, troverà la fede sulla terra?”.
La preghiera non può essere un modo per forzare Dio a fare la nostra volontà. Perché allora siamo invitati a rivolgerci a lui con insistenza? Che senso ha la preghiera?
A queste domande Gesù risponde oggi con una parabola (vv.1-5) e con un’applicazione alla vita delle comunità (vv.6-8).
La parabola comincia con la presentazione dei personaggi.
Il primo è un giudice il cui compito dovrebbe essere quello di proteggere i deboli e gli indifesi, invece è un senzadio, uno che non prova sentimenti di pietà (v.2). Egli stesso, nel suo soliloquio, riconosce che la cattiva reputazione che si è fatto è del tutto giustificata: “Non temo Dio – dice – e non ho rispetto per nessuno” (v.4). La descrizione che Gesù fa di quest’uomo è quanto mai realistica. Viene da pensare che si riferisca a qualche caso di sfacciata ingiustizia di cui ha sentito parlare o è stato testimone.
Il secondo personaggio è la vedova. Nella letteratura dell’antico Medio Oriente e nella Bibbia è il simbolo della persona indifesa, esposta ai soprusi, vittima di soperchierie, che non può ricorrere a nessuno se non al Signore. Il Siracide si commuove di fronte alla sua condizione e minaccia chi abusa di lei: “Il Signore è giudice. Egli ascolta la supplica dell’oppresso e non trascura le grida dell’orfano o della vedova quando si sfoga nel suo lamento, mentre le lacrime le rigano le guance e il gemito si aggiunge alle lacrime. Il suo dolore ottiene il favore di Dio e il suo grido attraversa le nubi” (Sir 35,14-21).
Nella parabola è messa in scena una vedova che ha subìto ingiustizia. Forse è stata ingannata in un trapasso d’eredità o è stata vittima di qualche raggiro, forse qualcuno ha sfruttato il suo lavoro, certo ha subito un torto e rivendica i suoi diritti, ma nessuno le dà retta. Non ha i soldi per pagarsi un avvocato, non conosce nessuno che possa perorare la sua causa, nessuno cui possa raccomandarsi. Ha in mano una sola carta e la gioca: importuna il giudice andando e ritornando da lui in continuità, con ostinazione, a costo di sembrare indiscreta (v.3).
Dopo aver presentato i due personaggi la parabola continua con il soliloquio del magistrato il quale un giorno decide di dare soluzione al caso. Non perché si è reso conto del suo comportamento scorretto, è solo stanco e infastidito dall’insistenza della donna. Dice: questa vedova è troppo molesta, m’importuna, è diventata insopportabile (vv.4-5).
La parabola si conclude qui. I versetti seguenti (vv.6-8) contengono un’attualizzazione. Li commenteremo più avanti. Prima vediamo di cogliere il senso e il messaggio della parabola.
Chi rappresenta il giudice iniquo? La risposta sembra scontata, anche se piuttosto imbarazzante: è Dio. Invece non è così.
Questo personaggio in realtà è secondario, è introdotto solo per creare la situazione insostenibile in cui è coinvolta la vedova. È su questa situazione che Gesù vuole richiamare l’attenzione. Essa è la condizione in cui i discepoli si vengono a trovare in questo mondo, che è ancora dominato dal maligno e profondamente segnato dalla morte.
Al tempo di Gesù l’ingiustizia si concretizzava in sistemi oppressivi politici, sociali e religiosi. Oggi è rappresentata dai soprusi, dalle frodi ai danni dei più poveri e anche da quegli avvenimenti inspiegabili, assurdi che ci turbano e che sono contrari al nostro anelito di vita.
Che fare in queste situazioni?
Ecco il messaggio della parabola: pregare. Gesù l’ha raccontata – dice l’evangelista – per inculcare la convinzione che è necessario pregare sempre, senza stancarsi (v.1).
La preghiera è il grande mezzo per non perdere la testa anche nei momenti più difficili e drammatici, quando tutto sembra congiurare contro di noi e contro il regno di Dio.
Come si fa a pregare sempre?
La preghiera non va identificata con la monotona ripetizione di formule che snervano chi le recita, il prossimo che le ascolta e – credo – anche Dio che si annoia certamente a sentirle se non sono espressione di un autentico sentimento del cuore (Cf. Am 5,23).
Gesù ha richiamato i discepoli a non fare come i pagani che credono di venire ascoltati a forza di parole (Mt 6,7).
La preghiera vera, quella che non deve mai essere interrotta, consiste nel mantenersi in costante dialogo con il Signore.
Il dialogo con lui ci fa valutare la realtà, gli avvenimenti, gli uomini con i suoi criteri di giudizio. Vagliamo con lui i nostri pensieri, i nostri sentimenti, le nostre reazioni, i nostri progetti.
Pregare sempre significa non prendere alcuna decisione senza aver prima consultato lui. Se anche per un solo istante si dovesse interrompere questo rapporto con Dio, se – per usare l’immagine della prima lettura – si lasciano cadere le braccia, immediatamente i nemici della vita e della libertà prendono il sopravvento. Nemici che si chiamano passioni, pulsioni incontrollate, reazioni istintive. Si creano le premesse per le scelte insensate.
È la preghiera che permette, ad esempio, di controllare l’impazienza nel volere instaurare il regno di Dio a tutti i costi e ricorrendo a qualunque mezzo. È la preghiera che ci impedisce di forzare le coscienze e ci insegna a rispettare la libertà di ogni persona.
La conclusione del brano (vv.6-8) è piuttosto enigmatica. L’ultima frase: “Ma il Figlio dell’uomo, quando verrà, troverà la fede sulla terra?” sembra insinuare il dubbio sul successo finale dell’opera di Cristo. Per comprenderla è necessario verificare chi sta parlando e chi sono i destinatari del messaggio, poi si deve anche apportare una correzione alla traduzione.
Chi prende la parola è il Signore che nel Vangelo di Luca indica il Risorto. Si rivolge agli eletti che sono i cristiani perseguitati delle comunità di Luca. È ai loro interrogativi angoscianti che si vuole dare una risposta.
Siamo negli anni 80 e in Asia Minore è iniziata una persecuzione subdola più che violenta. Domiziano pretende che tutti lo adorino come un Dio. L’istituzione religiosa pagana, servile e adulatrice, si è subito adeguata e asseconda le eccentricità maniacali del sovrano. I cristiani no. Non possono – come dice il libro dell’Apocalisse (Ap 13) – inchinarsi davanti alla “bestia” (il divo Domiziano) e per questo subiscono angherie e discriminazioni.
Ora risulta chiaro chi è la vedova della parabola: è la chiesa di Luca, la chiesa cui è stato sottratto lo Sposo, è la comunità che attende la sua venuta, anche se non conosce né il giorno né l’ora del suo ritorno e che ogni giorno, con insistenza, implora: “Vieni Signore Gesù” (Ap 22,20).
A questa invocazione il Signore dà una risposta consolante, con una domanda retorica (E Dio non farà giustizia ai suoi eletti che giorno e notte gridano a lui?) seguita da un’affermazione perentoria (Sì, vi dico: egli farà loro giustizia e molto presto! Anche se li fa a lungo aspettare). Avrete notato che alla fine è stato tolto il punto interrogativo. Questa modifica alla traduzione rende più coerente il senso del testo.
La maggior tentazione dei cristiani sono lo scoraggiamento e la sfiducia di fronte alla lunga attesa dello Sposo che tarda a manifestarsi, che tollera l’ingiustizia.
L’ultima frase: “Ma il Figlio dell’uomo, quando verrà, troverà la fede sulla terra?” non si riferisce alla fine del mondo, ma alla venuta salvatrice di Cristo in questo mondo.
Di fronte all’inspiegabile lentezza del giudice la vedova avrebbe potuto rassegnarsi e disperare di poter un giorno ottenere giustizia.
Il Signore vuole mettere in guardia la comunità cristiana contro il pericolo rappresentato dallo scoraggiamento, dalla rassegnazione, dal pensiero che lo Sposo non torni più a “fare giustizia”. Egli verrà certamente, ma troverà i suoi eletti pronti ad accoglierlo? A qualcuno il suo tardare potrebbe aver fatto perdere la fede.
Nel sito Settimana News sono presenti anche i commenti alla prima e seconda lettura.
