p. Ermes Ronchi – Commento al Vangelo di martedì 24 Giugno 2025

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GIOVANNI, IL BATTISTA, DONO DI DIO

Per Elisabetta si compì
il tempo e diede alla luce un figlio.

I figli vengono alla luce
come compimento
di un progetto,
vengono da Dio.

Caduti da una stella
nelle braccia della madre,
portano con sé scintille
d’infinito: gioia
(e i vicini si rallegravano
con la madre)
e parola di Dio.

Non nascono per caso,
ma per profezia.

Nel loro vecchio cuore
i genitori sentono che
il piccolo appartiene
ad una storia più grande,
che i figli non sono nostri:
appartengono a Dio,
a se stessi,
alla loro vocazione,
al mondo.

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Il genitore è solo l’arco
che scocca la freccia,
per farla volare lontano.

Il passaggio
tra i due testamenti
è un tempo di silenzio:
la parola, tolta al tempio
e al sacerdozio, si sta
intessendo nel ventre
di due madri.

Dio traccia la sua storia
sul calendario della vita, e
non nel confine stretto
delle istituzioni.

Un rivoluzionario
rovesciamento delle parti,
il sacerdote tace ed è la
donna a prendere la parola:
si chiamerà Giovanni,
che in ebraico significa:
dono di Dio.

Elisabetta ha capito che
la vita, l’amore che sente fremere dentro di sé,
sono un pezzetto di Dio.
Che l’identità del suo
bambino è di essere dono.

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E questa è anche l’identità profonda di noi tutti:
il nome di ogni bambino è
«dono perfetto».

Stava la parola
murata dentro,
fino a quando
la donna fu madre e
la casa, casa di profeti.

Zaccaria era rimasto muto perché non aveva creduto all’annuncio dell’angelo. Ha chiuso l’orecchio
del cuore e da allora
ha perso la parola.

Non ha ascoltato, e ora
non ha più niente da dire.

Indicazione che mi fa pensoso: quando noi credenti, noi preti, smarriamo il riferimento alla Parola di Dio e alla vita, diventiamo afoni, insignificanti,
non mandiamo più nessun messaggio a nessuno.

Eppure il dubitare
del vecchio sacerdote
non ferma l’azione di Dio.

Qualcosa di grande e
di consolante: i miei difetti,
la mia poca fede non
arrestano il fiume di Dio.

Zaccaria incide il nome
del figlio: «Dono-di-Dio»,
e subito riprende a fiorire
la parola e benediceva Dio.

Benedire subito,
dire-bene come il Creatore all’origine (crescete e moltiplicatevi):
la benedizione è
una energia di vita,
una forza di crescita e
di nascita che scende dall’alto,
ci raggiunge,
ci avvolge, e ci fa vivere
la vita come un debito d’amore che si estingue
solo ridonando vita.

Che sarà mai
questo bambino?

Grande domanda da ripetere,
con venerazione,
davanti al mistero
di ogni culla.

Cosa sarà, oltre ad essere dono che viene dall’alto?
Cosa porterà al mondo?

Un dono unico e irriducibile:
lo spazio della sua gioia;
e la profezia
di una parola unica che
Dio ha pronunciato e
che non ripeterà mai più (Vannucci).

Sarà «voce»,
proprio come il Battista,
la Parola sarà un Altro.

Per gentile concessione di p. Ermes – Fonte.

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