DIO INONDA DI VITA PROPRIO LE STRADE PIÚ NERE
Gesù cammina accanto
al dolore di Giairo, padre
di una bambina morta
a 12 anni, l’età in cui
è d’obbligo fiorire,
non soccombere.
Come è possibile non temere quando la morte è entrata in casa mia, e si
è portata via il mio sole?
Così una donna che aveva molto sofferto, ma che
si ribella al suo dolore,
si avvicina a Gesù, e
come mezzo per guarire vuole credere nel tocco della mano.
L’emorroissa, la donna impura, condannata a non essere toccata da nessuno – mai una carezza, mai un abbraccio – scardina la regola con il gesto più tenero e umano:
un tocco, una carezza
per dire: ci sono anch’io!
L’esclusa scavalca la legge perché crede in una forza
più grande della legge.
Si illude?
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La fanciulla non è morta, ma dorme. E lo deridono.
Tu credi nella vita dopo la morte? Sei un illuso.
E Gesù a ripetere: “tu abbi fede”, lascia che la Parola
salga alle labbra
con l’ostinazione
degli innamorati.
Dio è il Dio dei vivi e
non dei morti.
Allora Gesù cacciò tutti
fuori di casa.
Bellissimo e tremendo
questo “cacciare” ciò che
non vive, ciò che non crede
alla vita.
Costoro resteranno fuori,
con i loro flauti inutili,
fuori dal miracolo,
con tutto il loro realismo.
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La morte è evidente, ma
l’evidenza della morte
è una illusione, perché Dio
inonda di vita proprio
le strade più nere.
Gesù prende
il padre e la madre,
i due che amano di più,
e non ordina cose da fare,
ma li prende con sé;
crea comunità
e vicinanza.
Ricrea il cerchio degli affetti attorno alla bambina,
perché ciò che vince
la morte non è la vita,
è l’amore.
E il tempo dell’amore è infinitamente più lungo
del tempo della vita.
E mentre si avvia
a un corpo a corpo
con la morte ed entra
nel suo mistero silenzioso,
Gesù porta i suoi tre discepoli alla scuola dell’esistenza,
vuole che
si addossino, anche solo
per un’ora,
il dolore di una famiglia, per
acquisire quella sapienza
del vivere che viene dalle
ferite vere, dalla sapienza sulla vita e sulla morte,
sull’amore e sul dolore che
non avrebbero mai potuto
apprendere dai libri:
c’è molta più “Presenza”,
molto più “Cielo” presso
un corpo o un’anima
nel dolore che presso
tutte le teorie dei teologi.
Ed entrò dove era la bambina.
Una stanzetta interna,
un lettino, una sedia,
un lume, sette persone
in tutto, e il dolore che
prende alla gola.
Quella non è solo la stanza interna della casa di Giairo, ma è la stanza più intima del mondo, la più oscura, quella senza luce.
Gesù entrerà nella morte perché là va
ogni suo amato.
E non spiega il male,
ci entra, lo invade
con la sua presenza,
dice: io ci sono.
Su ciascuno di noi,
qualunque sia la porzione
di dolore che portiamo dentro, qualunque sia
la nostra porzione di morte,
il Signore fa scendere
la benedizione
di quelle antiche parole:
Talità kum.
Giovane vita alzati,
riprendi la fede, la lotta,
la scoperta, la vita.
Per gentile concessione di p. Ermes – Fonte.
