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p. Alessandro Cortesi op – Commento al Vangelo di domenica 11 ottobre 2026

L’esperienza del mangiare insieme costituisce una delle espressioni fondamentali dell’esperienza umana nel convivere, nell’incontrare.

Trovarsi attorno alla medesima una tavola, condividere il cibo, fare festa insieme sono esperienze cariche di significato per la vita.

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L’immagine del banchetto di Isaia parla di un incontro di popoli che si ritrovano sul monte di Sion. Condividono un cibo preparato per tutti da Dio stesso.

Il banchetto è rinvio ad un futuro in cui la morte sarà eliminata: l’azione di Dio è vita, dono di gioia e di incontro, fino ad eliminare la morte, la sofferenza e la paura.

Il Signore che invita ad un banchetto aperto a tutti è il Dio che elimina la morte ed apre la possibilità di un vedere nuovo, di incontro e di vita.

Nei vangeli ritorna il ricordo di banchetti, talvolta di nozze a cui Gesù partecipava volentieri:

  • a Cana (Gv 2, 1-11)
  • nella casa di Matteo (Mt 9,10-13)
  • in casa di Simone (Lc 7,36-50)
  • con Zaccheo (Lc 19,1-9)
  • nella casa di Marta e Maria (Lc 10,38-42)

Infine la condivisione del cibo sui prati verdi della Galilea nella distribuzione dei pani (Mc 6,30-44; 8,1-9). Si ricorda poi la cena pasquale, momento di addio prima della morte nel dramma di un’ultima sera.

E’ poi un tratto costante delle narrazioni di apparizione l’insistenza sul ‘mangiare insieme’: con i due di Emmaus (Lc 24,30), sulla riva del lago di Tiberiade (Gv 21,4-13) quando Gesù dice ‘venite a mangiare’”.

Così pure nelle parole di Gesù ritorna il motivo del banchetto: nella parabola del grande banchetto (Lc 14,16-24) e in quella delle vergini stolte e sagge che ha sullo sfondo lo svolgersi di una festa nuziale (Mt 25,1-12).

Così pure Matteo riporta una parola di Gesù ammirato di fronte alla fede del centurione: “In verità vi dico, presso nessuno in Israele ho trovato una fede così grande. Ora io vi dico che molti verranno dall’oriente e dall’occidente e siederanno a mensa con Abramo, Isacco e Giacobbe nel regno dei cieli” (Mt 8,10-11).

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La parabola degli invitati al banchetto (Mt 22,1-14) va letta nel contesto del confronto polemico di Gesù con le autorità giudaiche presso il tempio di Gerusalemme.

Costituisce l’unione di due parabole che presentano due insegnamenti diversi. La prima parla dell’invito al banchetto rifiutato dagli invitati, la seconda riguarda l’ospite che si presenta senza la veste adatta.

Il riferimento alle uccisioni ed alla città data alle fiamme può essere un rinvio alla distruzione di Gerusalemme ad opera dell’esercito romano nel 70 d.C.

La parabola può quindi essere una lettura dei rapporti tra comunità cristiana e autorità ufficiali giudaiche: è rivolta ai capi dei sacerdoti e i farisei e notabili del popolo (Mt 21,45; 21,23).

Un re dopo aver preparato un banchetto manda i suoi servi a chiamare gli invitati. La risposta non è solo di rifiuto ma anche di disprezzo e di reazione violenta.

A questo punto i servi sono inviati ma a ‘coloro che sono ai crocicchi delle strade‘ e ‘tutti quelli che troverete chiamateli alle nozze‘.

Gli invitati non si lasciano toccare dalla novità e dalla possibilità di incontro che l’invito comporta: sono stabiliti in una condizione di sicurezza che li rende insensibili, autosufficienti.

Qui Matteo ripropone l’affermazione di Gesù: ‘i pubblicani e le prostitute vi precedono nel regno di Dio (Mt 21,31).

Coloro che si credono giusti vivono un grande impedimento a guardare la verità della propria vita, non avvertono l’esigenza di lasciarsi accogliere e perdonare.

Così pure vi è chi nasconde la propria condizione di peccato mascherandola con atteggiamenti religiosi e di devozione, nell‘ipocrisia’ per essere ammirati dagli uomini (Mt 6,6.7.16).

Troppo concentrati sui propri meriti, al punto da avere una visione di condanna degli altri, di intransigenza e intolleranza non si aprono ad accogliere la grazia di Dio che opera nei cuori.

Matteo presenta la chiamata di Dio che fa entrare ‘buoni e cattivi’: Dio ama assumendo su di sé il peccato e perdonando, offrendo misericordia senza confini.

Nella seconda parabola la scena del banchetto lascia spazio a quella di un tribunale: un invitato non ha la veste adatta e viene espulso dalla sala.

Nel linguaggio biblico la veste costituisce la dimensione dell’agire, la coerenza tra fede e vita. In Ap 19,8, la veste di lino, data alla sposa dell’agnello, indica ‘le opere giuste dei santi’.

Nel vangelo di Matteo è costante la critica di una fede semplicemente proclamata senza contenuto e distante dalla vita: ‘Non chiunque mi dice Signore Signore entrerà nel regno dei cieli, ma colui che fa la volontà del Padre mio che è nei cieli’ (Mt 7,21).

La parabola richiama ad una responsabilità della vita da cercare giorno per giorno, e va letta insieme al grande messaggio che il sogno di Dio è per un grande banchetto che riunisce tutti i popoli.

Per gentile concessione di p. Alessandro – dal suo blog.

p. Alessandro Cortesi op

Sono un frate domenicano. Docente di teologia presso l’Istituto Superiore di Scienze Religiose ‘santa Caterina da Siena’ a Firenze. Direttore del Centro Espaces ‘Giorgio La Pira’ a Pistoia.
Socio fondatore Fondazione La Pira – Firenze.