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p. Alessandro Cortesi op – Commento al Vangelo di domenica 1 novembre 2026

Il libro dell’Apocalisse è un libro scritto per comunità disperse che vivevano tempi difficili e a cui viene indicata un grande orizzonte di speranza.

La speranza che non toglie la difficoltà, non elimina i problemi, non anestetizza di fronte alla tragicità di quanto sta accadendo. E’ la speranza che fa guardare la realtà nel profondo e scorgere ciò che è essenziale, richiamando alla nostalgia più autentica del cuore umano.

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Apocalisse presenta il numero di coloro che recano su di sé un sigillo, sono segnati: è un numero che non può essere contato. E coloro che recano tale sigillo sono riuniti insieme.

E’ la visione di un grande raduno, di un convergere insieme di cammini diversi. E ciascuno porta il sigillo di Gesù.

C’è un primo messaggio: al tempo in cui il sigillo era quello dell’imperatore Apocalisse ricorda che è possibile star in piedi resistendo al dominio dell’impero che schiaccia ricordarsi di un altro sigillo, quello dell’unico Signore della vita.

C’è poi un altro messaggio: il sigillo indica appartenenza e risposta. Vivere la vita orientata a Colui che è unico Santo è divenire santi.

Ma tale cammino non è esclusivo, neppure è esito di qualche appartenenza religiosa o di particolari prestazioni. Si è resa la santità sinonimo di separazione dall’umanità per stare con Dio, quando invece santità è l’esperienza dei giusti, cioè il cammino di chi nella vita ha cercato di seguire fino in fondo la propria coscienza, la luce interiore di una autenticità, l’impegno ad un praticare il bene nel concreto.

Tutto ciò può costare caro, perché implica pensare agli altri, uscire da individualismi e ripiegamenti, perseguire attenzione alla dignità di ogni volto. Sono questi i giusti di ogni latitudine.

Per questo tipo di santità non ci sono confini…

  • ero affamato e mi avete dato da mangiare
  • ero malato e mi avete visitato
  • ero straniero e mi avete accolto…

Quante persone comuni vivono il loro percorso quotidiano nel cercare ciò che è giusto, nel vivere il proprio lavoro come servizio, nel prendersi cura di qualcun altro rialzandolo e accompagnandolo nella vita, nel vincere l’indifferenza nei confronti di situazioni vicine e lontane, con impegno e vicinanza.

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Apocalisse parla di una moltitudine immensa, che nessuno poteva contare, di ogni nazione, tribù, popolo e lingua… al di là di religioni, di popoli, di chiese…

È la santità di Dio che vive fuori dai templi, nelle case, nell’esperienza delle persone comuni che sperimentano la pesantezza, il limite, anche i propri errori e disorientamenti.

Santi in questo senso sono le persone comuni, segnate da un compito, da una dignità che non sta in cose eccezionali, ma nei volti, nella storia e nelle fatiche del quotidiano. Nella visione di Apocalisse queste persone comuni, una moltitudine incalcolabile, recano sul proprio capo un segno che rinvia a Gesù: è un tratto che richiama il fascino di Gesù, i suoi gesti le sue parole.

Sono persone che aprono una nostalgia. Nella loro vita si può cogliere un riflesso di quei gesti e parole di Gesù che non erano destinati a chi era ai primi posti, ma agli ultimi, ai dimenticati, a persone comuni.

Sono le parole del discorso sul monte, le beatitudini: aprono un orizzonte nuovo e sono diverse dalla predicazione di una religiosità dell’obbligo, del dovere e dei pesi insopportabili.

Sono parole che aprono speranza alle nostre vite affaticate: tutti quelli che sono segno di questa ‘bella notizia’ sono persone che lasciano nel loro quotidiano una traccia di questo mondo nuovo che Gesù ha annunciato.

Un mondo in cui si prende cura dell’altro, come il samaritano, in cui si dà speranza a chi è smarrito e perduto, in cui si raccoglie il grido di chi è vittima della violenza, in cui si costruisce pace con i mezzi della pace, in cui si scopre come Zaccheo che c’è una chiamata personale che giunge inattesa e apre a scorgere che nella propria casa è possibile un incontro che capovolge l’esistenza e apre ad essere solidali alla gioia della condivisione all’ospitalità. Un mondo possibile di fratelli e sorelle.

Chi dà concretezza e rende vicino questa bella notizia, sono i giusti, di ogni colore lingua, persone semplici. I nostri cari che sono andati avanti e tante persone che nella folla di questa umanità ferita e sofferente, portano un profumo nuovo.

Papa Francesco li ha indicati come ‘i santi della porta accanto’. Tra loro i nostri cari e le persone che nella nostra vita sono state profumo di bene:

“Grazie a voi, nostri cari defunti, persone preziose che aiutate i nostri cuori a rimanere aperti ai grandi orizzonti della vita, a voi che ci invitate a superare la barriera delle cose, a voi che stimolate la nostra capacità di ascolto e ci incoraggiate a vivere insieme, a voi che ci rassicurate per guardare il futuro senza paura” (Angelo Casati).

Per gentile concessione di p. Alessandro – dal suo blog.

p. Alessandro Cortesi op

Sono un frate domenicano. Docente di teologia presso l’Istituto Superiore di Scienze Religiose ‘santa Caterina da Siena’ a Firenze. Direttore del Centro Espaces ‘Giorgio La Pira’ a Pistoia.
Socio fondatore Fondazione La Pira – Firenze.