Nicolò Terminio – La Promessa dell’amore

Accogliere e accompagnare le «coppie imperfette»: una lettura psicoanalitica dell'«Amoris laetitia»

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Un itinerario dal punto di vista analitico del servizio pastorale di una diocesi alle coppie ai margini o in difficoltà nel percorso standard del matrimonio, che mette in luce come l’esortazione Amoris laetitia abbia valore per la società anche al di fuori della Chiesa e cosa la Chiesa può cogliere della società di oggi a partire dal documento.

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Dalla prefazione

Sii paziente con tutto ciò che è insoluto
nel tuo cuore… Cerca di amare le domande in sé… Non cercare adesso le risposte,
che non possono essere date perché non saresti capace
di viverle.
E il punto è di vivere ogni cosa. Vivi le domande ora. Forse in futuro gradualmente,
senza farci caso, un giorno lontano ne vivrai le risposte.
Rainer Maria Rilke

L’Esortazione apostolica Amoris laetitia, frutto di due anni di ascolto e riflessione sul tema della famiglia, ha voluto riconsegnare alla Chiesa il suo compito di vicinanza e di annuncio a tutti coloro che nella vita cercano di rispondere al profondo desiderio di amore che abita il loro cuore.

Il desiderio di amare ed essere amati è profondamente radicato in ogni essere umano, ma è un desiderio che si scontra inesorabilmente con i nostri limiti umani, con la complessità delle nostre vite. Come leggiamo nelle ultime pagine dell’Amoris laetitia (n. 325):

Nessuna famiglia è una realtà perfetta e confezionata una volta per sempre, ma richiede un graduale sviluppo della propria capacità di amare. […] Contemplare la pienezza che non abbiamo ancora raggiunto ci permette di relativizzare il cammino storico che stiamo facendo come famiglie, per smettere di pretendere dalle relazioni interpersonali una perfezione, una purezza di intenzioni e una coerenza che potremo trovare solo nel Regno definitivo. Inoltre, ci impedisce di giudicare con durezza coloro che vivono in condizioni di grande fragilità.

La crescita della capacità di amare è dono e frutto di una vocazione. Ognuno di noi cerca di rispondere al naturale desiderio di felicità, di ben-essere che porta in sé. Nel corso della nostra esistenza, però, facciamo esperienza che questa risposta non dipende unicamente da noi, ma da molti fattori esterni quali le relazioni con i nostri genitori e con gli amici, gli ambiti di vita che frequentiamo, la cultura e la società in cui siamo inseriti, l’esperienza religiosa.

Per dirla in termini di fede, tutti noi cerchiamo di comprendere la nostra vocazione e di realizzarla.

La vocazione, però, non è una volta per tutte, ma va riscoperta giorno dopo giorno, fino ad arrivare al suo compimento alla fine della vita.

Anche se ci capita di sbagliare «strada», di commettere un errore, di non «rispondere» nel modo giusto, il Signore ci permette sempre di ritornare sulla strada della felicità anche cambiando itinerario, per realizzare quel bene che Lui ha promesso a ciascuno di noi.

Se questo è rassicurante per chi ha un percorso «lineare», un matrimonio durato tutta la vita, ancor di più vale per tutte quelle persone che hanno vissuto il fallimento della relazione coniugale. La consapevolezza che Dio non smette mai di chiamarci alla pienezza dell’Amore, non smette di credere in noi e al progetto di bene che ha pensato per noi, ci permette, di fronte al fallimento, di ri-ascoltare una nuova chiamata e continuare a rispondere alla vocazione di Amore che è per tutti e per sempre. Allora di fronte a questa prospettiva ci sorge una domanda:

la «Grazia» finisce con il fallimento del matrimonio o continua a operare anche in una seconda chiamata, in una seconda unione? L’amore di una coppia ricostituita, «irregolare», può dire qualcosa dell’amore di Dio? Può essere fecondo per la coppia, per i figli, per gli altri, per le comunità cristiane?

Noi pensiamo che il Signore non abbandona mai i suoi figli e non smette di donare loro l’Amore e l’Amore di Dio, quando accolto, è sempre dono fecondo per noi e per gli altri.

Se è così, allora le nostre comunità dovrebbero imparare ad accogliere, accompagnare e integrare le coppie «imperfette», non per compassione ma con il desiderio e la consapevolezza di poter realizzare il Regno di Dio qui e ora, non «nonostante» loro, ma «con» loro e grazie alla loro presenza.

Le riflessioni fatte da Nicolò Terminio in questo libro ci invitano a cogliere la complessità della vita di ogni persona e a cercare la strada per un’autentica accoglienza di chi ha il cuore ferito. Siamo così accompagnati a percorrere un cammino tra l’umano e il divino, tra la psiche e lo spirito e ci rendiamo conto di come questi due aspetti siano sempre connessi l’uno all’altro. L’umano e lo spirituale si intrecciano continuamente e, nella nostra vicenda terrena, l’uno non può esistere senza l’altro, così come è stato per il Cristo, vero Dio e vero uomo. Nella sua esperienza umana Egli ha compreso le nostre fragilità, i nostri limiti insegnandoci a non giudicare l’altro a partire dalla legge o dalla morale ma dall’Amore, unica via per ricondurre ogni uomo e ogni donna alla Verità di sé stessi, cioè alla consapevolezza di

essere chiamati all’Amore. I nostri sbagli e le nostre ferite, se guardate con amore da noi e dagli altri, diventano feritoie attraverso le quali il Padre continua ad annunciare il suo Amore e la sua Misericordia.

Come ci mostra l’autore, il passaggio dal giudizio all’accoglienza richiede la disponibilità a sintonizzarci empaticamente con la complessità e l’alterità delle persone che incontriamo, vincendo la tentazione del giudizio o della compassione dettata dalla semplice immedesimazione.

Non è semplice per le comunità, così come per le persone che le compongono, abbandonare i propri schemi interpretativi della realtà, tanto rassicuranti quanto limitanti, e aprirsi all’incontro con l’altro e la sua storia, spesso così difficile da capire.

Eppure, la capacità di aprirci a qualcosa che non comprendiamo pienamente dovrebbe essere la prerogativa di ogni credente.

Il testo ci suggerisce la via della creatività, come modalità per esprimere l’amore. Essa ci permette di «a!rontare in modo nuovo situazioni inedite» (p. 33), di liberarci da percorsi precostituiti e aprirci al mistero dell’altro. La creatività diventa dunque un atto d’amore, fondamentale nelle relazioni a!ettive, ma anche nelle comunità cristiane che si propongono di essere accoglienti.

Come scrive Terminio, «occorre dare testimonianza di un ascolto che faccia riecheggiare la chiamata della vocazione» (p. 61).

L’amore è un bene fragile, che va costruito e custodito. Riconciliare le persone che incontriamo con la loro chiamata a realizzarsi nell’amore è il fulcro della nostra missione.

Luca Carando e Ileana Gallo
Responsabili dell’Ufficio per la Pastorale della Famiglia della Diocesi di Torino

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