Con la prima lettura, tratta dal libro dell’Esodo, inizia la storia di Mosè, salvato dalle acque del Nilo per l’intervento provvidenziale della figlia del faraone. Dopo lo svezzamento, egli vive ed è educato alla corte del faraone… ma quando viene a conoscere la sua vera origine, ha il coraggio di rinunciare ai privilegi che la sua posizione gli riserva, per sentirsi solidale con il suo popolo, oppresso ingiustamente da leggi razziali.
In questa solidarietà con il suo popolo disprezzato vediamo una figura della kènosi, dell’annientamento del Figlio di Dio che, nascondendo la sua divinità, si fa simile a noi, poveri peccatori, in tutto, eccetto che nel peccato.
Ma il popolo ebreo non è pronto a intraprendere il cammino della libertà; perciò Mosè, dopo aver dimostrato il suo zelo nel difendere un connazionale maltrattato ingiustamente da un Egiziano, deve scegliere la via dell’esilio per salvare la propria vita.
Quante rassomiglianze con Gesù, che non viene accolto dalla sua gente… fino a decretarne la morte. Questa condotta sorda ai richiami del Signore interessa anche la vita di ciascuno di noi.
Gesù ci richiama a questa responsabilità rimproverando le città di Corazin, di Betsàida e di Cafàrnao, dove tanti segni compiuti dalla sua bontà e onnipotenza non sono riusciti a convincere gli animi della popolazione a convertirsi al meglio.
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Chi ha più ricevuto, si prepari a rendere di più. Non potrebbe essere un avvertimento anche per noi, che viviamo al centro della cristianità e che tanto abbiamo ricevuto dalla grazia del Signore, a differenza di altri popoli che vivono ai margini della Chiesa?
Fonte: Monaci del monastero di S.Vincenzo Martire – Bassano Romano (VT)
