Pace e bene cari fratelli e sorelle, questa domenica lasciamoci parlare al cuore dall’evento del battesimo del Signore, chiedendo la grazia che si ravvivi in noi la grazia e la consapevolezza del dono ricevuto, che ci ha resi figli nel figlio, partecipi della vita stessa di Dio.
La festa del Battesimo di Gesù segna la fine del periodo natalizio e l’inizio del Tempo Ordinario nell’anno liturgico. Questo evento, che celebra l’inizio della missione pubblica di Cristo, è una sorta di “ponte” tra il Natale e la vita quotidiana della Chiesa, che peraltro ci invita a riflettere sul nostro battesimo e a farne memoria grata. Grazie ad esso siamo diventati figli di Dio, partecipi della sua stessa vita divina, inseriti nella grande famiglia della Chiesa!
Oggi vogliamo soffermarci in particolare su un aspetto che emerge dal battesimo di Gesù: lo stile della vicinanza. Gesù, anche se è senza peccato, si fa vicino alla nostra esperienza: si fa battezzare da Giovanni non per necessità ma per solidarietà con noi. Egli non ha bisogno di purificazione ma sceglie di mettersi in fila con i peccatori per condividere l’esperienza della fragilità umana.
Questo gesto è il primo segno della sua vicinanza a ciascuno di noi, e ci ricorda, come disse papa Francesco, che: «Dio non rimane lontano, ma entra nella storia delle persone». Sì, Dio non è indifferente alle nostre fatiche, non è estraneo alle nostre sofferenze, non si spaventa delle nostre fragilità e non smette di amarci quando cadiamo nel peccato. Egli è con noi, è per noi. Il Battesimo grida la sua vicinanza e solidarietà, il suo volersi fare vicino e intimo a ciascuno di noi; e nella misura in cui ci mettiamo in fila per andare a farci battezzare, cioè nella misura in cui ci riconosciamo bisognosi di perdono e desiderosi di rinnovamento, Egli può operare in noi.
Al contempo, il battesimo di Gesù è un esempio di umiltà concreta: il Figlio di Dio si mette in fila con i peccatori. Questo ci insegna che lo stile della vicinanza non è paternalismo o filosofia, ma solidarietà reale: stare accanto alle persone nei loro limiti, nelle loro ferite, nelle loro stanchezze, facendole sentire sempre volute bene.
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In tante situazioni sarebbe più facile allontanarci e sentenziare, puntare il dito, rinchiuderci in presunti “circoli di giusti” estromettendo gli altri, guardandoli magari dall’alto verso il basso in forza del nostro egocentrico sentirci “migliori”. Gesù invece mostra tutt’altro e ci chiede di fare come Lui: di assumere quello stile della vicinanza, della compassione e della tenerezza più volte citato da papa Francesco.
Vicinanza reale, fatta di piccoli gesti di attenzione, ascolto, cura e misericordia, ispirati all’esempio di Gesù; compassione, che “sente come proprio” il dolore degli altri e muove ad agire in loro favore; e tenerezza nei tratti, nei modi.
«Sperimentare la tenerezza significa sentirsi amati e accolti proprio nella nostra povertà e nella nostra miseria… Vuol dire essere trasformati dall’amore di Dio… L’esperienza della tenerezza consiste nel vedere la potenza di Dio passare proprio attraverso ciò che ci rende più fragili…. Il Signore non toglie tutte le debolezze, ma ci aiuta a camminare con le debolezze, prendendoci per mano…
La tenerezza, allora, lungi dal ridursi a sentimentalismo, è il primo passo per superare il ripiegamento su sé stessi, per uscire dall’egocentrismo che deturpa la libertà umana. La tenerezza di Dio ci porta a capire che l’amore è il senso della vita. Comprendiamo così che la radice della nostra libertà non è mai autoreferenziale. E ci sentiamo chiamati a riversare nel mondo l’amore ricevuto dal Signore, a declinarlo nella Chiesa, nella famiglia, nella società, a coniugarlo nel servire e nel donarci. Tutto questo non per dovere, ma per amore, per amore di colui dal quale siamo teneramente amati» (Francesco).
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