Missionari della Via – Commento alle letture di domenica 1 marzo 2026

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Pace e bene, che l’evento della trasfigurazione possa aiutarci a riscoprire l’importanza di “salire” a “contemplare” per poi “scendere” con rinnovato amore a valle, vivendo uniti a Gesù gioie e dolori, fatiche e speranze, personali e comunitarie.

La trasfigurazione sul monte, vissuta da Pietro, Giacomo e Giovanni, diventa per noi un invito a interrogarci: come accogliamo Gesù che si è rivelato nella nostra vita?

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Abbiamo conosciuto momenti in cui la sua luce ha trasfigurato la nostra esistenza? La sua presenza è per noi sorgente di gioia e di bellezza, capace di illuminare il quotidiano e di aprirci al mistero di Dio?

Romano Guardini, teologo italo-tedesco, asseriva che: «Il cristianesimo è egli stesso, Gesù Cristo […] La persona di Gesù Cristo, nella sua unicità storica e nella sua gloria eterna, è di per sé la categoria che determina l’essere, l’agire, e la teoria di ciò che è cristiano. Questo è un paradosso» (L’essenza del cristianesimo).

Il paradosso consiste in questo: non si tratta di seguire una dottrina, delle regole, una morale ideale o uno stile di vita benefico, ma il cristianesimo è una persona, Gesù Cristo.

Per questo la trasfigurazione fu decisiva per i discepoli: essi assaporarono la gloria di Dio, furono illuminati e accolsero la voce dal cielo che indicava Gesù come la Via, come Colui da ascoltare.

E alla fine “videro Gesù solo”: ecco il cuore del cristianesimoGesù soltanto, il Vivente. Tanto che Paolo poté affermare: «Non sono più io che vivo, ma Cristo vive in me» (Gal 2,20).

Seguire Gesù e dirsi cristiani, dunque, non è stazionare in un mondo ideale o fermarsi a esperienze, ma ha a che fare con un Dio che vive nella nostra esistenza: «Inizia un altro giorno. Gesù vuol viverlo in me. Lui non si è isolato. Ha camminato in mezzo agli uomini. Con me cammina tra gli uomini d’oggi» (Madeleine Delbrêl, Il piccolo monaco).

I discepoli, come i cristiani di ogni tempo, incontrando Gesù fanno un’esperienza che diventa esistenza!

La trasfigurazione è proprio questo: un’esperienza di contemplazione che diventa esistenza.

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Oggi, perciò, vogliamo chiederci se abbiamo fatto esperienza di Dio, se siamo disposti a ricevere l’annuncio che la Chiesa ci offre partorendoci nel dolore, come diceva Paolo, «finché Cristo non sia formato in voi» (Gal 4,19).

Se abbiamo nel cuore questo desiderio di un’esistenza nuova, abbiamo una possibilità, perciò dobbiamo metterci in cammino verso un monte.

Anche noi possiamo fare esperienza di un incontro elevato, che elevi la nostra esistenza.

Come accadde a Pietro, Giacomo e Giovanni, anche noi possiamo essere testimoni di qualcosa che ci supera.

Ci sono luoghi, come il monte per Pietro, Giacomo e Giovanni, e ci sono eventi che hanno la forza di ricondurci a Dio.

Sono esperienze e spazi privilegiati in cui la fede si rinnova e si alimenta, momenti che diventano sorgenti di luce e di comunione.

A questi luoghi e a queste esperienze dobbiamo rimanere profondamente legati, perché custodiscono la memoria viva dell’incontro con il Signore.

Ci sono eventi di luce che non dobbiamo svendere, ci sono luoghi dello spirito da custodire come l’esperienza del monte.

Non dobbiamo aver paura di ricercare sempre e nuovamente momenti di luce e ascolto per poter sentire Dio, così che l’espressione più efficace dell’incontro con Lui sia proprio tornare sulle strade, far vivere nella nostra storia l’esperienza di Gesù con rinnovato fervore.

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