Una compassione intelligente
La pericope evangelica della XVIII domenica del tempo Ordinario dellโannata A inizia con lโannotazione che Gesรน parte su una barca e si ritira in disparte, in un luogo deserto, dopo aver appreso la notizia della morte di Giovanni Battista (cf. Mt 14,13). Come si era ritirato dopo aver saputo dellโarresto di Giovanni (Mt 4,12), ora, venuto a sapere della sua esecuzione capitale, analogamente si ritira, fa anacoresi. Il rapporto di Gesรน con Giovanni รจ profondo anche nella distanza. ร come se la presenza di Giovanni abitasse in Gesรน: la notizia della sua morte provoca unโeco profonda in lui, una risonanza certamente di tipo affettivo, ma non solo. Immerso nel Giordano da Giovanni, Gesรน ne รจ stato un seguace, e il loro incontro รจ stato un evento spirituale in cui lโuno ha riconosciuto la vocazione dellโaltro ed entrambi si sono obbediti a vicenda pur di compiere il volere del Padre (cf. Mt 3,13-17). Ora, morto Giovanni, Gesรน cerca la solitudine per prendere una distanza dallโevento dellโesecuzione del Battista e poter cosรฌ leggere la propria responsabilitร di fronte al vuoto lasciato da Giovanni. ร come se la morte di Giovanni divenisse un messaggio per lui, un passaggio di testimone. Quando, vedendo le folle che lo avevano seguito sottraendolo di fatto alla solitudine che cercava, Gesรน abdicherร al proposito di ritiro per prendersi cura di loro, lo farร anche assumendo la postura pastorale nei confronti di gente che, come specifica Marco nella sua redazione evangelica, โerano come pecore senza pastoreโ (Mc 6,34) perchรฉ orfane del Battista. In ogni caso, noi abbiamo qui lโespressione di quella ricerca di solitudine e ritiro che ha caratterizzato la vita di Gesรน (Mt 14,23; Mc 1,35.45; 6,31; Lc 5,16; Gv 11,54). Gesรน non fugge di fronte al vuoto in cui consiste il lutto per la perdita dellโamico e maestro, non si stordisce, ma cercando la solitudine tenta di rendere eloquente per lui tale perdita. Gesรน coltiva il vuoto della morte di Giovanni e cosรฌ quella morte diventa generativa e produttrice di vita. Non a caso il racconto evangelico che inizia con la notizia della morte di Giovanni, si chiude con lโatto con cui Gesรน dร vita alle folle curando i malati e dando loro da mangiare. E come la morte di Giovanni รจ stata elaborata da Gesรน facendone un atto di responsabilitร che lโha impegnato nei confronti delle folle, cosรฌ egli spingerร i suoi discepoli a unโanaloga assunzione di responsabilitร nei confronti della gente affamata dicendo loro: โVoi stessi date loro da mangiareโ (Mt 14,16).
La notizia della partenza di Gesรน verso un luogo solitario si sparge e le folle, a piedi, seguono Gesรน che invece si รจ spostato su una barca. Ci troviamo dunque nei dintorni del lago di Tiberiade. La โsequelaโ che le folle attuano di Gesรน, in questo caso, contraddice lโintento di Gesรน. E la contraddizione appare nella sua โviolenzaโ quando veniamo a sapere, al termine del racconto, che quelle folle constavano di migliaia di persone (Mt 15,21). Gesรน non cerca le folle, anzi, a volte, scoraggia le folle numerose che lo cercano e le mette in guardia (cf. Lc 14,25). Gesรน non รจ certo incantato dal numero consistente di ascoltatori, ma non si sottrae nemmeno al loro grido, al loro bisogno, alla loro sete. Quando infatti scende dalla barca โprova compassioneโ per loro e accetta di โcambiare programmaโ mostrando duttilitร e capacitร di cogliere nella folla che lo distrae dal suo proposito di solitudine e silenzio, un appello da ascoltare e a cui obbedire. La solitudine e il ritiro sono unโesigenza per Gesรน, ma egli non รจ cosรฌ rigido da fare dei propri pur giusti e giustificati progetti una barriera che gli impedisca di ascoltare il bisogno degli altri. E a motivo della caritร egli deroga dal suo progetto di ritiro. Anzi, provando compassione, sentendosi cioรจ sconvolto nelle viscere dalla visione delle folle che lo cercano mendicando la sua presenza, egli sente anche la loro sofferenza, entra in contatto con la loro mancanza e, mentre si prende cura di loro e fa loro il bene, fa certamente il bene anche a se stesso. Sofferente per la morte di Giovanni, Gesรน รจ particolarmente disponibile e aperto a sentire la sofferenza delle folle, la loro mancanza, e ad agire di conseguenza. Nessun moto di fastidio e nessuna ribellione di fronte alle folle numerose, ma lโassunzione del dato di realtร per fare di quella contraddizione unโoccasione per vivere lโobbedienza a Dio. Anche altrove Matteo riporta la compassione di Gesรน per le folle (per esempio, in Mt 9,36) e questo movimento profondo dellโanimo non va ridotto a un semplice sentimento, a un semplice sommovimento interiore, ma va colto anche nella sua forza cognitiva. La compassione รจ anche intelligenza dellโaltro. Intelligenza che comporta almeno un giudizio che vede la grave situazione di bisogno dellโaltro e una valutazione di innocenza, per cui lโaltro non ha colpa della situazione penosa in cui si trova. Infine, la compassione comporta lโazione, lโintervenire in favore dellโaltro. E Gesรน, dice Matteo, cura i malati (Mt 14,14). Non si dice che li guarisce, ma che li cura e curare significa anzitutto โservireโ e โonorareโ una persona, averne sollecitudine, assumersi la responsabilitร della loro persona, prendersene cura. E cosรฌ passa la giornata e viene la sera (Mt 14,15).
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Entrano ora in scena i discepoli che si rivolgono a Gesรน con parole di realismo disimpegnato. Essi fanno presente a Gesรน ciรฒ che Gesรน giร certamente sapeva, ovvero che il luogo รจ solitario e lโora รจ tarda e dunque occorre rimandare le folle affinchรฉ se ne vadano nei villaggi per acquistare cibo. La presenza di Gesรน, maestro e guida, sembra deresponsabilizzarli: dicono a Gesรน cosa deve fare nei confronti delle folle. Non si interrogano su ciรฒ che eventualmente loro stessi possono fare, ma insieme (Mt 14,15: โi discepoliโ, dunque tutti), come tutti quanti incapaci di autonomia e di iniziativa, si rivolgono a lui affinchรฉ faccia quel che vogliono loro. Ma la risposta di Gesรน mostra che il suo pensare non coincide con il pensare dei discepoli. Ed รจ un pensare che li responsabilizza rinviandoli a loro stessi. โNon hanno bisogno di andarsene; date loro voi stessi da mangiareโ (Mt 14,16). Come altrove nei vangeli, lโobiezione dei discepoli si richiama a ragionevolezza, a buon senso, e si nutre di quella malcelata superioritร e condiscendenza che si ha nei confronti di chi non si rende conto della realtร . E diviene anche un mascherato rimprovero. Non รจ forse cosรฌ quando i discepoli dicono a Gesรน che, in mezzo alla calca, si รจ sentito toccato nelle sue vesti: โTu vedi la folla che si stringe intorno a te e dici: โChi mi ha toccato?โโ (Mc 5,31). Qui lโobiezione verte sulla risibile quantitร di cibo che i discepoli hanno a disposizione: โQui non abbiamo altro che cinque pani e due pesciโ (Mt 14,17). E si potrebbe aggiungere: โCome possiamo trovare in un deserto tanti pani da sfamare una folla cosรฌ grande?โ (Mt 15,33). Cโรจ un realismo che รจ mancanza di fede, che diventa un impedire al Signore di intervenire nella storia, che ostacola il novum che Dio puรฒ operare. In questo caso i discepoli รจ come se dicessero che la loro povertร , la pochezza a loro disposizione, รจ ciรฒ che impedisce loro di adempiere la parola di Gesรน. Chiediamoci: non รจ forse una tentazione che abita i cristiani quella di ritenere che la povertร , la mancanza di mezzi sia ciรฒ che ostacola lโevangelizzazione, lโannuncio e la testimonianza del vangelo? Per Gesรน รจ lโesatto contrario: la povertร รจ condizione necessaria dellโannuncio evangelico. Il vangelo impoverisce e spoglia chi se ne vuole fare testimone e servo. E solo cosรฌ lโannuncio รจ fecondo.
E la via indicata di Gesรน รจ quella della condivisione. Il poco, condiviso, diventa sufficiente per tutti. E Gesรน imbandisce un banchetto, anzi il banchetto messianico. Tra i compiti del Messia vi รจ quello di assicurare il pane al popolo. Il re Davide, figura del Messia venturo, aveva distribuito una focaccia di pane per ciascuno dei membri del popolo dโIsraele (2Sam 6,19). Gesรน qui si manifesta come colui che realizza lโoperare del Dio che โdร il cibo a ogni viventeโ (lett. โil pane a ogni carneโ: Sal 136,25), come il pastore che fa sedere sullโerba verde (Mt 14,19) il suo gregge e lo rifocilla e sostiene (cf. Sal 23). Il testo puรฒ certamente anche essere colto come prefigurazione del banchetto eucaristico (cf. Mt 14,19), tuttavia puรฒ essere utile terminare la riflessione ricordando che le parole di Gesรน โVoi stessi date loro da mangiareโ si rivolgono anche a noi oggi e diventano una spina nella carne che interpella le chiese di fronte alla tragedia della fame nel mondo. Le parole di papa Benedetto XVI conferiscono una dimensione politica e mondiale al comando che Gesรน rivolse ai suoi discepoli: โLa fame miete ancora moltissime vittime tra i tanti Lazzaro ai quali non รจ consentito โฆ di sedersi alla mensa del ricco epulone. Dare da mangiare agli affamati (cf. Mt 25,35.37.42) รจ un imperativo etico per la chiesa universale, che risponde agli insegnamenti di solidarietร e di condivisione del Signore Gesรน. Inoltre, eliminare la fame nel mondo รจ divenuta, nellโera della globalizzazione, anche un traguardo da perseguire per salvaguardare la pace e la stabilitร del pianeta. La fame non dipende tanto da scarsitร materiale, quanto piuttosto da scarsitร di risorse sociali, la piรน importante delle quali รจ di natura istituzionaleโ (Caritas in veritate 27). La prassi messianica di Gesรน passa cosรฌ nella realtร ecclesiale e diviene parola e azione profetica.
A cura di: Luciano Manicardi
Fonte: Monastero di Bose
