Forma e figura di Cristo
Tratta dal discorso di addio di Gesรน, la pericope liturgica del vangelo della V domenica dellโannata C del tempo di Pasqua (Gv 13,31-35) presenta lโereditร , il dono e il compito che Gesรน lascia ai suoi discepoli:ย lโamore, lโagape. โAmatevi come io vi ho amatiโ. Espresso in forma di comando, questo amore ha forma pasquale, cioรจ chiede unโuscita da sรฉ da parte del discepolo per accogliere in sรฉ la forma di Cristo, e โforma e figura di Cristo in noi รจ lโamoreโ (Cirillo di Alessandria).
Vivere lโamore come Gesรน lโha vissuto significa partecipare alle energie del Risorto, passare dalla morte alla vita, significa confessare nelle relazioni quotidiane la fede pasquale. La prima lettura (At 14,21-27) dice che frutto della resurrezione รจ anche lโattivitร apostolica intensa svolta da Paolo e Barnaba: predicazioni, viaggi, servizi alle comunitร dei fratelli, organizzazione della vita delle comunitร stesse, e continui pericoli assunti come momenti integranti della vicenda di fede: infatti, โรจ necessario attraversare molte tribolazioni per entrare nel Regno di Dioโ (At 14,22). La prospettiva pasquale รจ presente anche nella visione dellโApocalisse (la seconda lettura: Ap 21,1-5) che mostra il compimento escatologico e universale dellโalleanza (โEcco la dimora di Dio con gli uomini! Egli dimorerร tra di loro ed essi sarannoย suoi popoliโ): il compimento della Pasqua รจ la fine di lutto, affanno, lamento, peccato e morte.
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La pagina di Apocalisse presenta laย visioneย (โVidi un cielo nuovo e una terra nuovaโ: Ap 21,1) del rinnovamento escatologico del mondo e della Gerusalemme nuova che scende dal cielo. Questa Gerusalemme celeste diviene la tenda in cui Dio abita con gli uomini, con lโumanitร intera, con tutti i popoli. La formula di alleanza che nel Primo Testamento proclamava la reciproca appartenenza tra Dio e Israele, suo popolo, ora viene estesa allโintera umanitร , a tutti i popoli: โessi saranno suoi popoliโ (Ap 21,3). Il plurale sembra indicare che ogni popolo รจ nella pienezza di comunione con Dio custodendo la propria peculiaritร e specificitร . Questo mondo radicalmente rinnovato vede la sparizione di tutto ciรฒ che nella storia aveva afflitto e devastato lโesistenza degli umani: โnon vi sarร piรน la morte nรฉ lutto nรฉ lamento nรฉ affannoโ (Ap 21,4).
E Dio viene rappresentato come il consolatore che asciuga le lacrime da ogni volto.ย Anche le lacrime finiranno, anche il pianto scomparirร . Come noi sperimentiamo la fine dei nostri pianti, cosรฌ la rivelazione biblica profetizza la fine del pianto. La nostra personale storia e la storia dellโumanitร intera sono spesso storie scritte dalle lacrime, da pianti sommessi o angosciati, irrefrenabili o contenuti, pianti di disperazione e di sconforto, pianti che sono una pressante richiesta a Dio perchรฉ consoli, faccia giustizia, risani le ferite, mostri il suo volto, instauri per sempre e per tutti il suo regno di pace e giustizia. Le lacrime versate davanti a Dio sono preghiera che invoca: โVenga il tuo Regno!โ.
E invocando la venuta del Regno, invocano anche la propria stessa fine. Certo, il messaggio dellโApocalisse suona per noi come unโutopia: dove mai nella storia vediamo la comunione dei popoli? Quando mai una storia, sia essa personale o collettiva, non รจ solcata da pianto e dolore? Eppure, proprio perchรฉ la potente e tenera immagine del Dio che terge le lacrime che solcano il viso degli umani dolenti, non puรฒ che nascere dalla concreta esperienza di chi tale opera di consolazione lโha vissuta e compiuta, lโutopia in realtร ha conosciuto anticipazioni storiche, realizzazioni certo parziali, ma avvenute nel tempo e nello spazio, e che hanno toccato corpi e volti precisi.
Dunque lโutopia ha conosciuto una geografia e una cronologia, dunque una storia. Ciรฒ che lโApocalisse ci mostra รจ la realizzazione piena, per sempre e per tutti, del sogno di Dio e dellโuomo. La visione del veggente di Patmos รจ la realizzazione piena della speranza. Ma questo compimento escatologico รจ stato preceduto da realizzazioni storiche, zone di realtร che hanno anticipato nellโoggi qualcosa di tale compimento. E tale utopia continua ad ispirare e a far nascere forme di realizzazione di tale comunione e solidarietร tra le genti, di tale fraternitร e sororitร universali: sono quelle che possiamo chiamareย eu-topie.
Ovvero dei luoghi, delle esperienze storiche, collettive, associative, che si caratterizzino per ciรฒ che รจ significato e implicato dal prefisso โeuโ,ย bene. Spazi di condivisione e convivialitร , partecipazione e solidarietร , di scambio delle storie e delle narrazioni, che danno senso allโoggi e aprono al futuro; che mentre colmano di significato lโoggi delle persone e delle loro relazioni, indicano la direzione di cammino, la meta verso cui orientarsi. Le eutopie sono luoghi di salvezza dellโumano, dove la singola persona umana รจ considerata nella sua piena dignitร per il suo semplice โessere umanoโ, prima assolutamente di qualsiasi specificazione o attributo. Nello spazio ecclesiale non sono forse eutopie leย comunitร alternativeย di cui parlava il Card. Martini nella Lettera Pastoraleย Ripartiamo da Dioย (1995) intravedendo le comunitร cristiane come luoghi al cui centro vi sono valori relazionali controcorrente rispetto alla mondanitร : il servizio, il perdono, la cura dei piรน deboli e poveri, lโaccoglienza, lโinclusione, la condivisione, la solidarietร ? E il testo evangelico odierno, con il comando di Gesรน sullโamore reciproco, sullโamare come lui ha amato, non ci fornisce forse lโindicazione basilare di ciรฒ che deve caratterizzare quellโeutopia che รจ la comunitร cristiana?
La pericope liturgica inizia con un grido di vittoria, un inno di giubilo. Gesรน dice: โIl Figlio dellโuomo รจ stato glorificatoโ (Gv 13,31). In Gesรน si รจ manifestata la gloria di Dio e per il IV vangelo la gloria di Dio รจ lโamore. E quando si รจ manifestata? E come? Quando Giuda รจ uscito dopo la cena fatta insieme. Giuda sembra uscire dalla stanza per obbedire a Gesรน, per fare ciรฒ che Gesรน gli chiede: โQuello che vuoi fare, fallo prestoโ (13,27). In realtร Giuda esce perchรฉ era giร lontano da Gesรน, perchรฉ aveva lasciato che il suo cuore si distanziasse da Gesรน e dagli altri discepoli, ha dato spazio alla non fede in Gesรน e lโha coltivata. Giuda non ha creduto allโamore.
E lโunica maniera per rendere impotente Gesรน รจ non fare spazio al suo amore, non far fiducia al suo amore. Giuda si รจ lasciato attrarre dal fascino della non fede, della tenebra: โEra notteโ (13,30), annota Giovanni. ร come se allโinsaputa di tutti si svolgesse, nella comunitร di Gesรน, una storia segreta, una storia tra Gesรน e Giuda, una storia che Gesรน conosce, ma che resta nascosta agli altri discepoli. Gesรน non svergogna il traditore, non lo smaschera, non lo ferma nemmeno, anzi lascia che conduca a termine il tradimento, e quasi lo sollecita ad andare in fretta fino in fondo. Il grido di vittoria nasce lรฌ.
Esprime il fatto che il male non ha soffocato lโamore, che il dolore e la delusione per il tradimento dellโamico non hanno impedito lโamore. Lโamore vince il male; lโamore vince la morte di cui Giuda si fa portatore e ministro; Gesรน gioisce perchรฉ la cattiveria e lโinsipienza altrui non lo hanno contagiato, ma egli resta nellโamore. Uscito Giuda, ormai gli eventi incalzeranno, ma Gesรน non ne sarร sorpreso. Egli obbedirร agli eventi che si succederanno e che come valanga precipiteranno, prodotti dalla banalitร del male, da volontร incapaci di volere, da parole incapaci di dire, da corpi incapaci di amare, da gesti incapaci di contenere la propria violenza, da una veritร da tutti tradita con la contraffazione e la menzogna.
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Ecco la gloria, custodirsi puro nellโimpuritร dilagante. Continuare ad amare, anche lโamico fattosi nemico, il discepolo divenuto traditore. Ecco la gloria di Dio, il manifestarsi di Dio, il suo farsi presente nella carne e nella storia umana. Che cosรฌ spesso รจ storia di disumanitร . Questa vittoria dellโamore sul male รจ anticipazione, agli occhi di Gesรน, della vittoria della resurrezione che di lรฌ a poco attraverserร la sua vita e vivificherร la sua morte. E per non lasciare soli i suoi discepoli, sapendo che ormai dove lui va essi non possono venire, Gesรน lascia loro unโereditร , che non รจ un oggetto, ma unโindicazione di via, una parola da vivere. Lascia loro il comandamento nuovo: โAmatevi gli uni gli altriโ (13,34).
Solo cosรฌ essi (e noi con loro) potranno essere lร dove รจ anche il loro Signore. Solo cosรฌ il Signore risusciterร in mezzo a loro. Scrive Gerolamo: โSe questo fosse anche lโunico comando del Signore, basterebbeโ. ร il comando che egli dona prima di morire, prima di intraprendere il viaggio finale. Cosa vuole Gesรน che resti di lui? Lโamore dei discepoli. Vuole che restino dei discepoli capaci di amarsi, dunque di assumere lโascesi, il rigore, la disciplina e anche la follia e lโeccesso dellโamore. Dove disciplina e rigore, cosรฌ come follia ed eccesso, rinviano a quel: โCome io ho amato voi, cosรฌ amatevi anche voi gli uni gli altriโ. Trovate in me, nella mia vita, il fondamento e la misura dellโamore da assumere nelle vostre vite. In veritร ciรฒ che Gesรน lascia รจ la sua vita e il suo esempio, la sua pratica di umanitร che ci insegna a vivere insegnandoci ad amare. Sรฌ, Cristo risuscita nellโamore che i discepoli vivono nella storia.
Per gentile concessione del Monastero di Bose
