Luca Rubin – Commento al Vangelo di domenica 3 Maggio 2020

Chi non entra nel recinto delle pecore dalla porta, ma vi sale da un’altra parte, è un ladro e un brigante. Chi invece entra dalla porta, è pastore delle pecore.

Nel recinto delle pecore vi entrano le pecore, il pastore, gli animali predatori (il lupo ad esempio) o i ladri. Non tutti però usano lo stesso ingresso: il pastore e le pecore attraverso la porta, gli altri cercano in vari modi di violare il recinto per appropriarsi delle pecore. Il test è infallibile: dimmi da dove entri e ti dirò chi sei. La porta è ciò che fa la differenza, non il recinto, non le pecore, non il pastore. Posso essere un pessimo pastore o una pecora rognosa, ma entrerò attraverso la porta. Posso essere un lupo coccolone o un ladro sorridente e mi guarderò bene dall’usare la porta, perché è il punto più forte e più visibile di tutto il recinto. La modalità di entrata mi dà un’identità inequivocabile, mi dice chi sono e cosa faccio, meglio di ogni app o microchip, alla faccia di tutte le privacy.

Il guardiano gli apre e le pecore ascoltano la sua voce: egli chiama le sue pecore, ciascuna per nome, e le conduce fuori. E quando ha spinto fuori tutte le sue pecore, cammina davanti a esse, e le pecore lo seguono perché conoscono la sua voce. Un estraneo invece non lo seguiranno, ma fuggiranno via da lui, perché non conoscono la voce degli estranei.

Gesù introduce un quinto personaggio: il guardiano, letteralmente il custode della porta, anche lui ha accesso al recinto. Il suo compito è di custodire il gregge, e Gesù spiega molto bene in cosa consiste il suo lavoro: apre la porta, chiama le pecore, le quali lo ascoltano, e le fa uscire, un’uscita forzata, tanto che le spinge fuori, in fretta, perché poi, continua Gesù, con una corsa dovrà mettersi davanti a loro, che lo seguono, perché “conoscono la sua voce”. Questa descrizione è lo schema di una relazione:

  • Apertura: se la porta rimane chiusa ci può essere sicurezza, ma a lungo andare diventa una prigione che conduce alla morte. Questa caratteristica è la base di ogni relazione, e non è solo un sinonimo di libertà (che troveremo più sotto): apertura significa possibilità, campo aperto dove potermi esprimere, senza costrizioni, luogo dove poter essere me stesso;
  • Ascolto: senza ascolto non c’è relazione. Posso parlare a un muro, ma non mi relaziono con un muro; posso ascoltare una canzone ma non mi relaziono con essa. Ascoltare significa accogliere l’altro, e permettergli di relazionarsi con me, e io con lui/lei.
  • Chiamare per nome: Numero 62 tocca a lei! Ehi tu… Coso, come ti chiami! Pronto è il signor Pallino? Tutte espressioni che spersonalizzano, e che non mettono in relazione (oppure che permettono uno scambio temporaneo, che svanirà presto nel nulla). Chi mi chiama per nome mi riconosce, dà valore alla mia persona, non a ciò che faccio ma alla mia essenza. Nerina, Bella, Dolly: ogni pecora ha il suo nome, con le sue qualità: non è una tra le migliaia di pecore!
  • Libertà: Quanto è logora questa parola! Il custode della porta conduce fuori, quindi libera le pecore. Senza libertà non c’è relazione ma schiavitù, abuso, violenza. La libertà garantisce che tra me e te c’è rispetto e accoglienza.
  • Guida: Cammina davanti alle pecore, non per supremazia, ma semplicemente perché conosce la strada e sa dove condurle. La relazione è sempre una relazione di aiuto, fosse anche solo una pacca sulla spalla, mi stai guidando sul versante della consolazione e te ne sono grato.
  • Fiducia: alla guida si risponde con la fiducia. Questo atteggiamento però deve essere incarnato in qualcosa di concreto: mi fido e quindi ti seguo, sto a quel che mi dici, accolgo il tuo consiglio. Una fiducia non incarnata è fideismo, il quale non crea relazione, anzi: non crea.
  • Conoscere. Questo è il punto che sintetizza tutti gli altri: ci conosciamo perché possiamo esprimerci, ci ascoltiamo, ci chiamiamo per nome, siamo liberi, viviamo la guida e la fiducia. Conoscere ha bisogno di tutto questo percorso, a volte impegnativo e laborioso, e non lo si può inventare.

Un estraneo non lo seguiranno. Per conoscere qualcuno, i nostri vecchi chiedevano: “a chi appartieni?”, ed è proprio il concetto espresso da questo termine: non ti seguo perché non ti appartengo, non ti conosco, e quindi fuggo via da te. La grande difficoltà di oggi è la risposta a questa domanda: a chi appartieni? Di chi sei figlio? Solo rispondendo a queste domande potrai essere custodito e tutelato, altrimenti andrai errando, senza trovare né pascolo, né recinto, né pastore.

Io sono la porta delle pecore. Tutti coloro che sono venuti prima di me, sono ladri e briganti; ma le pecore non li hanno ascoltati. Io sono la porta: se uno entra attraverso di me, sarà salvato; entrerà e uscirà e troverà pascolo.

Io sono la porta delle pecore. Il punto più sicuro del recinto, quello che ladri e lupi evitano, il luogo che permette apertura e libertà ha un nome: Gesù Cristo. Non illudiamoci di scavalcare il recinto, di essere liberi solo perché facciamo di testa nostra: è la porta che permette una relazione, è la porta che dà sicurezza ma anche autonomia, è la porta che permette al gregge una vita serena, erba fresca, pascoli, aria pulita, e una notte al sicuro.

Prendi un foglio e scrivi quanti ladri e briganti hai conosciuto. No, non si tratta di chi ha rubato in casa tua, o ti ha fregato al lavoro: ladri e briganti sono coloro che non ti rispettano, non ti conoscono, ti sfruttano e abusano della tua persona. Davanti alla porta aperta hai preferito talvolta le sbarre di relazioni che schiavizzano, sbarre dorate magari, ma sbarre rimangono. Non preoccuparti se la lista si popola di nomi e di volti: ladri e briganti sono tanti, mentre la porta è una sola.

Gira il foglio ora, e scrivi tutte le volte che non ne hai voluto sapere di quella porta aperta, di quell’invito ad ascoltare, a fidarti, a seguire, a conoscere. Anche in questo caso le situazioni e gli episodi affollano e riempiono il foglio, vero? Anche questo è normale, ma c’è una bella notizia: la porta è lì, aperta davanti a te, disponibile, adesso, puoi entrare e uscire, non temere, non ti lega, non ti incatena, sei il suo amato, la sua amata. Avrà cura di te e in quella porta troverai ristoro e pace. La salvezza offerta da quella porta è proprio la libertà: entrerà e uscirà e troverà pascolo, senza costrizioni, senza forzature, rispettando i tuoi tempi e il tuo appetito (hai mai visto un pastore imboccare una pecora?)

Il ladro non viene se non per rubare, uccidere e distruggere; io sono venuto perché abbiano la vita e l’abbiano in abbondanza».

Ora quel foglio è pieno, di tanti nomi, volti e situazioni. Piegalo, non buttarlo: è la tua storia, o meglio è parte di essa. Su un angolo di questo foglio scrivi il tuo nome, quel nome che è pronunciato con amore da chi ti ha creato e voluto, quel nome che dice chi sei e chi sarai. Proprio quel nome è il tuo ok a entrare e uscire attraverso quella porta, a volte non vedendo l’ora di brucare tanta erba fresca, a volte rincasando triste per un brutto temporale che ti ha colto di sorpresa, ma sempre attraverso quella porta, perché solo così avrai la vita, e l’avrai in abbondanza.

A cura di Luca Rubin

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Sono maestro elementare, professione che cerco di vivere in pienezza, non come lavoro ma come vocazione e missione.
In parrocchia sono catechista, referente per i ministranti e accolito: in una parola, cerco di dare una mano! Mi piace molto leggere e scrivere, ascoltare musica classica, country e latina, stare in compagnia di amici. […]


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