Chi sono davvero i Santi? Perché la Chiesa li venera (e non li adora)?
Don Nicola Salsa, nel suo video, fornisce una spiegazione approfondita del concetto di santità nella fede cristiana. Chiarisce che i santi non sono individui irraggiungibili o perfetti, ma persone comuni che hanno vissuto il Vangelo con coerenza, incarnando le Beatitudini nella loro vita quotidiana.
Viene sottolineata la distinzione fondamentale tra l’adorazione, che spetta solo a Dio, e la venerazione, rivolta ai santi come segni della grazia divina. Inoltre, don Nicola spiega che la santità è la vocazione universale di ogni cristiano e che i santi non sono solo modelli da ammirare, ma anche compagni e intercessori nella fede, rafforzando il concetto della comunione dei santi.
Trascrizione del video.
Quando pensiamo ai santi, ci vengono in mente le statue nelle chiese, le immagini con l’aureola, i nomi scritti sul calendario. Li vediamo come persone speciali, lontane, irraggiungibili. Eppure, la santità è qualcosa di molto più vicino alla nostra vita di quanto immaginiamo. I santi non sono esseri perfetti, ma uomini e donne che hanno preso sul serio il Vangelo e che, in mezzo alle contraddizioni del loro tempo, hanno cercato di vivere come Gesù.
La parola “santo” viene dal latino sanctus, che significa “separato, distinto”. Ma non indica chi si isola dal mondo o fugge dalle sue sfide. Al contrario, il santo è colui che vive nel mondo, ma non si lascia conformare ad esso. Si distingue non per arroganza o superiorità, ma perché ama, pensa e agisce in modo diverso. In lui si intravede un’altra logica: quella del Vangelo. La santità è proprio questo: vivere in mezzo agli altri con il cuore rivolto a Dio, lasciandosi guidare dallo Spirito invece che dalla moda del momento.
Nel Vangelo delle Beatitudini, Gesù disegna il ritratto dei santi: poveri in spirito, miti, puri di cuore, misericordiosi, operatori di pace. Non sono descrizioni astratte, ma volti concreti. Le Beatitudini sono la grammatica della santità. Non parlano di potenza, successo o fama, ma di amore, umiltà e perdono. Ogni santo, in fondo, è una traduzione vivente di quelle parole. Francesco d’Assisi le ha incarnate nella povertà, Teresa di Calcutta nel servizio, Giovanni Paolo II nella fedeltà alla croce, e così via.
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Ma la santità non si esaurisce in questi grandi nomi. Continua in mille vite silenziose, sconosciute, nascoste. I santi non sono solo quelli del calendario. Ci sono santi anonimi che non hanno lasciato scritti né miracoli, ma che hanno vissuto la fede con coerenza e amore. Ci sono genitori che hanno cresciuto i figli con pazienza, lavoratori onesti, malati che hanno offerto la sofferenza senza disperarsi, giovani che hanno scelto la verità a costo di essere presi in giro. Tutti costoro appartengono a quella moltitudine immensa di cui si parla nel libro dell’Apocalisse. Uomini e donne di ogni tempo e luogo che hanno creduto che il bene vale più del male, che la luce vince le tenebre.
La Chiesa celebra la festa di tutti i santi proprio per ricordarci questo. La santità non è per pochi eletti, ma è la vocazione di tutti. Dio chiama ciascuno alla santità, non a essere perfetti, ma a essere suoi. La festa del primo novembre è la festa della Chiesa “riuscita”, quella che ha già raggiunto la meta, ma anche un invito per noi che siamo ancora in cammino. È come se i santi ci dicessero: “Non aver paura, anche tu puoi“. La grazia di Dio è capace di fare meraviglie nella tua vita.
Ma i santi non sono solo un esempio da ammirare, sono compagni di viaggio. Nella fede cristiana non esistono separazioni definitive. Quando nel Credo diciamo “Credo la comunione dei santi”, affermiamo proprio questo: che in Cristo siamo tutti uniti, vivi e defunti, cielo e terra, in un’unica famiglia. I santi continuano a vivere in Dio e a prendersi cura di noi. Per questo la Chiesa li invoca come intercessori, non al posto di Dio ma con Dio, non per sostituire la nostra preghiera, ma per unirsi ad essa.
Pregare i santi, infatti, non significa spostare l’attenzione da Dio, ma pregare con i santi, rivolgendoci a Lui. Quando diciamo: “San Francesco, prega per noi”, stiamo chiedendo a un fratello maggiore nella fede di unirsi alla nostra voce davanti al Padre. È come quando chiediamo a un amico di pregare per noi. Se lo facciamo tra uomini sulla terra, quanto più possiamo chiederlo a chi vive già nella pienezza di Dio? È un segno di comunione, non di superstizione. Ed è la prova che la carità non muore con la morte, ma continua.
C’è una distinzione importante che vale la pena ricordare: noi adoriamo solo Dio. L’adorazione è dovuta al Creatore, non alle creature. Ai santi rendiamo venerazione, cioè riconoscenza e affetto per ciò che Dio ha compiuto in loro. È come guardare una finestra. Non la si ammira per il vetro, ma per la luce che lascia passare. Così i santi, trasparenti alla grazia, non mettono in mostra se stessi, ma Cristo che vive in loro. Chi conosce i santi finisce per conoscere meglio Dio.
Molti pensano che i santi fossero persone speciali fin dall’inizio. In realtà, quasi tutti hanno avuto un cammino tortuoso fatto di lotte interiori, dubbi, cadute e ripartenze. Hanno sperimentato la debolezza, ma non si sono arresi. La differenza non è nella perfezione, ma nella fiducia. Il Santo è colui che si lascia perdonare, che accetta di ricominciare, che non smette di credere nella misericordia. La santità è più simile a un combattimento che a una medaglia. È la fatica di chi non si lascia vincere dal male, di chi, anche ferito, resta in piedi per amore.
Essere santi, quindi, non significa uscire dalla realtà, ma stare nella realtà con un cuore nuovo. Significa vivere le relazioni, il lavoro, la fatica, le gioie, le prove con lo stesso sguardo di Gesù. È scegliere di non restituire male per male, di non cedere all’odio, di continuare ad amare quando sarebbe più facile chiudersi. È una santità che non fa rumore, ma che cambia il mondo dal di dentro.
Non serve fare miracoli per essere santi: basta vivere con amore ogni cosa. La santità ha un volto sereno, non è tristezza o rigidità, ma libertà. I santi sono persone libere: libere dall’orgoglio, dal giudizio, dall’egoismo. La loro gioia non nasce dal successo, ma dal sapere di essere amati da Dio. Hanno una serenità che non dipende dalle circostanze. È quella gioia che si può vedere negli occhi di chi ha trovato un senso più grande anche nel dolore. È la gioia del Vangelo che non toglie la croce, ma la illumina.
Il santo non è un individuo isolato, ma un membro vivo della Chiesa. Per questo la santità è contagiosa. Ogni santo, grande o piccolo, genera altra santità. Pensiamo a quanti si sono convertiti incontrando persone buone, coerenti, luminose. La santità è così, si trasmette. Il mondo non si cambia con i discorsi, ma con le vite che profumano di Dio. E i santi sono proprio questo: vite profumate di Vangelo.
Oggi la festa di tutti i santi ci ricorda che il cielo non è un luogo per pochi eletti, ma una casa aperta, una famiglia che cresce. I santi non sono modelli irraggiungibili, ma segni di speranza. Ci mostrano che Dio non è un ideale lontano, ma un amico presente, e che la felicità promessa nelle Beatitudini non è un sogno per l’aldilà, ma un cammino possibile già qui, nella nostra vita quotidiana.
Allora, in questa festa, guarda al cielo, guarda i santi, ma non come a statue da venerare. Guardali come specchi in cui riconoscere ciò che Dio può fare anche in te. Loro non sono fuggiti dal mondo, lo hanno amato fino in fondo. Hanno vissuto distinguendosi non per potere o successo, ma per amore. Hanno scelto la via stretta e l’hanno percorsa con fiducia. Il santo è colui che si distingue dal mondo non perché disprezza ciò che è umano, ma perché lo trasfigura con la grazia. E tu, nel tuo piccolo, puoi fare lo stesso nel modo in cui ami, perdoni, lavori, soffri, speri. Ogni volta che scegli la verità, ogni volta che doni pace, ogni volta che preghi con cuore sincero, la santità cresce dentro di te.
È il segno che Dio abita la tua vita. Pregare con i santi, allora, non è rivolgersi al passato, ma aprirsi al futuro di Dio e sentirsi parte di una comunione che ci precede e ci accompagna, e ricordare che il bene fatto non muore, ma rimane. E credere che la santità non è un privilegio, ma una chiamata. Ed è la chiamata più bella: diventare ciò che siamo, figli amati del Padre, fatti per la luce.
Perché la festa di tutti i santi è una festa piena di speranza. Ci ricorda che il mondo non è abbandonato al male, che il bene è possibile e che la grazia è all’opera. Ci ricorda che Dio continua a generare santi anche oggi, anche tra noi e forse, senza accorgercene, qualcuno di loro ci passa accanto ogni giorno.
