Il cammino delle Scritture: dalla storia alla parola e al testo. Lectio di S.Em. Card. G.Betori

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Le Bibbie Atlantiche del secolo XI

Presentazione del volume Les Bibles Atlantiques. Le manuscripte biblique à l’époque de la réforme de l’Église du XIe siècle,

Sous la direction de Nadia Togni, Firenze, SISMEL – Edizioni del Galluzzo, 2016.

Perugia, Palazzo dei Priori, Sala dei Notari Sabato 24 marzo 2018

«Portami i libri, soprattutto le pergamene» (2Tm 4,13)

Il cammino delle Scritture: dalla storia alla parola e al testo

Nel titolo di questo mio intervento ho posto alcune parole che incontriamo sul finire della seconda lettera dell’apostolo Paolo a Timoteo e che appartengono alla vita quotidiana di un annunciatore del Vangelo del primo secolo: «Venendo, portami il mantello, che ho lasciato a Tròade in casa di Carpo, e i libri, soprattutto le pergamene» (2Tm 4,13)

Non è questo il luogo per discutere un problema su cui si confrontano gli esegeti neotestamentari: quello dell’autenticità paolina o meno delle cosiddette lettere pastorali. Che la seconda lettera a Timoteo sia stata scritta da Paolo oppure essa sia opera di un autore sconosciuto della successiva generazione, appartenente all’ambiente erede dell’apostolo, nel contesto della presente riflessione può essere considerato un fatto secondario. Nel caso, infatti, in cui si voglia riconoscere la paternità paolina dello scritto, è chiaro che nelle notizie che l’apostolo offre della sua situazione nella prigionia – e soprattutto nelle disposizioni a riguardo di alcuni suoi effetti personali – si riflette la situazione di vita quotidiana di Paolo in cui, a quanto sembra, un ruolo significativo viene svolto da un patrimonio librario che egli vuole con sé. Qualora invece si voglia attribuire la seconda lettera a Timoteo a uno sconosciuto autore della generazione postapostolica, che vuole mostrare la pertinenza della figura e del pensiero di Paolo per la soluzione dei nuovi problemi che la Chiesa si trova ad affrontare, le brevi annotazioni di vita quotidiana o sono tratte da un biglietto autentico di Paolo – e qui inserite nello scritto pseudoepigrafo per dare autorevolezza alla lettera –, ovvero, se creazione anch’esse dello sconosciuto autore, sono da vedere come un mezzo con cui questi vuole offrire un’immagine credibile dell’apostolo – a nome del quale, per così dire, ha preso la parola –, di cui la richiesta del mantello sottolineerebbe la sobrietà e quella dei libri la dedizione alla Parola e al suo annuncio.

Entrando nell’esegesi del testo, va anzitutto notato che la richiesta del mantello può essere intesa sia come l’esigenza di rispondere a un bisogno materiale, di protezione del corpo, mentre si sta avvicinando l’inverno – Paolo subito dopo inviterà Timoteo a raggiungerlo con queste parole: «Affréttati a venire prima dell’inverno» (2Tm 4,21) –, sia come indicazione che l’apostolo si attiene allo stile di povertà che Gesù ha chiesto ai missionari – ricordiamone le parole rivolte agli apostoli nell’invio in missione:

«Strada facendo, predicate, dicendo che il regno dei cieli è vicino. […] Non procuratevi oro né argento… né denaro…, né due tuniche» (Mt 10,7.9-10) – e che Paolo stesso, nella prima lettera a Timoteo, ha proposto come ideale di comportamento per sé e per i suoi collaboratori: «Quando dunque abbiamo di che mangiare e di che coprirci, accontentiamoci» (1Tm 6,8). Non manca peraltro chi vede nella richiesta del mantello un gesto con cui viene ribadita la funzione dell’apostolo come portatore della parola di Dio, sulla scia degli antichi profeti, che proprio nel trasmettere il proprio mantello esprimevano la successione del ministero. Così era stato tra Elia ed Eliseo (cfr. 1Re 19,19) e così potrebbe fare Paolo, che sente ormai vicina la conclusione della sua vita, nei confronti di Timoteo.

Questo contesto di annuncio e di missione ci orienta nell’inquadrare il significato del secondo genere di oggetti che Paolo chiede a Timoteo di portargli: «i libri, soprattutto le pergamene». Paolo fino all’ultimo, anche nella condizione di prigioniero, non smette di sentirsi un evangelizzatore, e Luca ne dà testimonianza nella conclusione degli Atti, quando lo descrive agli arresti domiciliari nella prigionia romana, forse quella in cui si collocano le parole della lettera, a meno che esse non debbano essere situate nel contesto di una successiva prigionia paolina, che la tradizione individua come quella che si concluse con il martirio. Queste le parole degli Atti che illuminano su come l’apostolo vivesse i giorni della prigionia: «Paolo trascorse due anni interi nella casa che aveva preso in affitto e accoglieva tutti quelli che venivano da lui, annunciando il regno di Dio e insegnando le cose riguardanti il Signore Gesù Cristo, con tutta franchezza e senza impedimento» (At 27,30-31). Anche nella prigionia Paolo resta un evangelizzatore e la sua predicazione ha bisogno di ancorarsi alla parola di Dio scritta.

E questo è senz’altro il contenuto dei libri, vale a dire i rotoli di papiro, che Paolo chiede a Timoteo. Il testo greco della lettera utilizza la parola biblía per designare questi scritti, ma ovviamente il termine non designa qui l’intera raccolta delle Sacre Scritture; questo significato del plurale di biblíon apparirà solo nel IV secolo d.C. per diventare poi un singolare femminile nel latino: bìblia. Nel nostro testo i biblía sono vari libri che possiamo però identificare verosimilmente in libri appartenenti alle Scritture ebraiche, testi che nella predicazione apostolica fungevano da strumenti interpretativi dell’evento cristiano. Altri scritti è difficile pensare potessero interessare all’apostolo, che a questa richiesta aggiunge anche quella di pergamene che appaiono stargli particolarmente a cuore. Che si tratti anche in questo caso di rotoli oppure di fogli che formano un codice o in vista di farne un codice non è specificato, ma quell’avverbio – màlista «soprattutto» – che introduce la richiesta dice che Paolo tiene molto a queste pergamene: si tratta di suoi scritti? ovvero di materiale con cui scrivere le sue lettere? Tutto lascia pensare che si tratti di carte che hanno a che fare con la persona di Paolo e la sua missione di apostolo.

Ho indugiato un poco nell’illustrare le parole della lettera pastorale, in quanto in quei brevi cenni di vita quotidiana troviamo presenti tutti e tre i fattori costitutivi del cammino delle Scritture come li ho elencati nel sottotitolo del mio intervento. Ciò che noi chiamiamo sacra Scrittura ha il suo momento sorgivo nella storia che Dio compie con l’umanità: nel caso che abbiamo ora preso in esame si tratta della vicenda umana dell’apostolo Paolo, colto nel momento della sua prigionia, mentre sente ormai vicino a sé il compimento del suo itinerario terreno. Così infatti si trova scritto qualche riga prima in questa stessa lettera: «Io sto già per essere versato in offerta ed è giunto il momento che io lasci questa vita. Ho combattuto la buona battaglia, ho terminato la corsa, ho conservato la fede. Ora mi resta soltanto la corona di giustizia che il Signore, il giudice giusto, mi consegnerà in quel giorno; non solo a me, ma anche a tutti coloro che hanno atteso con amore la sua manifestazione» (2Tm 4,6-8). Davanti a noi è la storia della salvezza che si compie nella vita di Paolo. Questa vicenda umana si intesse con la missione di annuncio del vangelo, di cui Paolo è apostolo, e si esprime nella parola della predicazione con cui Paolo lega tra loro le vicende del popolo di Dio, la vicenda salvifica della presenza storica di Cristo e le vicende sue e delle sue Chiese. La storia si fa parola.

Infine, questa parola annunciata diventa una parola scritta; così era accaduto per le tradizioni d’Israele diventate i libri delle Scritture ebraiche, che Paolo vuole con sé; così sta accadendo per le tradizioni riguardanti Gesù di Nazaret che in questi stessi anni vanno prendendo forma letteraria in raccolte, di diverso genere, che confluiranno nei nostri vangeli; così accade nella stanza di Paolo – sia essa reale o ideale –, in cui la coscienza dell’apostolo e dei suoi, la parola da lui annunciata, quella con cui egli ha interpretato il cammino suo e della Chiesa, prende la forma di una lettera che noi oggi riconosciamo – anch’essa, insieme alle antiche Scritture, ai sacri Vangeli e ad altri scritti dell’epoca apostolica – come parola di Dio.

Tutto questo troviamo esposto nelle parole con cui il Concilio Vaticano II, nella Costituzione dogmatica sulla Divina Rivelazione Dei Verbum, ha formulato la fede della Chiesa. Mentre abbiamo negli occhi lo splendore delle Bibbie Atlantiche, composte di quello stesso materiale, la pergamena, che Paolo voleva con sé, non possiamo dimenticare che ciò che esse tramandano con tanto splendore ha le sue radici nella storia. Non è una verità astratta, una dottrina fuori dal tempo, che ci si impone come un assoluto disincarnato. Nelle pagine di queste Bibbie sono scritte parole che scaturiscono dal groviglio delle vicende umane in cui Dio si è voluto fare presente. Così ne parla il testo conciliare: «Piacque a Dio nella sua bontà e sapienza rivelare se stesso e far conoscere il mistero della sua volontà (cfr. Ef 1,9), mediante il quale gli uomini per mezzo di Cristo, Verbo fatto carne, nello Spirito Santo hanno accesso al Padre e sono resi partecipi della divina natura (cfr. Ef 2,18; 2Pt 1,4). Con questa rivelazione infatti Dio invisibile (cfr. Col 1,15; 1Tm 1,17) per il suo immenso amore parla agli uomini come ad amici (cfr. Es 33,11; Gv 15,14-15) e si intrattiene con essi (cfr. Bar 3,38), per invitarli e ammetterli alla comunione con sé. Questa economia della rivelazione avviene con eventi e parole intimamente connessi tra loro, in modo che le opere, compiute da Dio nella storia della salvezza, manifestano e rafforzano la dottrina e le realtà significate dalle parole, e le parole proclamano le opere e illuminano il mistero in esse contenuto. La profonda verità, poi, su Dio e sulla salvezza degli uomini, per mezzo di questa rivelazione risplende a noi nel Cristo, il quale è insieme il mediatore e la pienezza di tutta la rivelazione» (Dei Verbum, 2).

Tra i molti elementi significativi di questo testo così ricco, ne sottolineo due, utili per la nostra riflessione e decisivi per quanto hanno suscitato nella vita ecclesiale. Il primo è la presentazione della rivelazione divina non come trasmissione di nozioni attorno al mistero di Dio, ma come incontro tra Dio e l’uomo. Un incontro amicale, la cui connotazione peculiare è dunque quella della comunicazione di sé, con cui i due interlocutori si aprono reciprocamente, in un atto che è sì di conoscenza ma di una conoscenza d’amore, in quanto ha come fine la comunione. In questo orizzonte vengono meno le contrapposizioni che hanno appesantito il dibattito teologico nel passato, quelle tra dono della fede e risposta della fede, contenuti della fede e atto di fede, realtà che non sono certamente negate nella loro specificità, ma vengono percepite come dimensioni dell’unico evento dell’incontro personale in cui la rivelazione consiste, un incontro che ha il suo vertice nell’unità della persona di Cristo, in cui Dio e uomo sono uno.

Troviamo qui le radici di espressioni che ci stanno diventando care nel parlare di fede, come le parole con cui Benedetto XVI aprì la sua prima enciclica:

«All’inizio dell’essere cristiano non c’è una decisione etica o una grande idea, bensì l’incontro con un avvenimento, con una Persona, che dà alla vita un nuovo orizzonte e con ciò la direzione decisiva» (Deus Caritas est, 1). Gli fa eco il Messaggio al popolo di Dio che nell’ottobre 2012 concluse la XIII Assemblea ordinaria del Sinodo dei Vescovi:

«La fede si decide tutta nel rapporto che instauriamo con la persona di Gesù, che per primo ci viene incontro. L’opera della nuova evangelizzazione consiste nel riproporre al cuore e alla mente, non poche volte distratti e confusi, degli uomini e delle donne del nostro tempo, anzitutto a noi stessi, la bellezza e la novità perenne dell’incontro con Cristo» (Messaggio, 3). Su questa stessa linea si pone la predicazione di Papa Francesco, di cui, in questa terra umbra, richiamo le parole pronunciate nel 2013 ad Assisi per la festa di San Francesco: «Che cosa testimonia san Francesco a noi, oggi? […] La prima cosa che ci dice, la realtà fondamentale che ci testimonia è questa: essere cristiani è un rapporto vitale con la persona di Gesù, è rivestirsi di lui, è assimilazione a lui. Da dove parte il cammino di Francesco verso Cristo? Parte dallo sguardo di Gesù sulla croce. Lasciarsi guardare da lui nel momento in cui dona la vita per noi e ci attira a lui» (Omelia nella festa di San Francesco, Assisi 4 ottobre 2013). Cogliere l’identità della rivelazione come evento di incontro è essenziale per sfuggire alla riduzione razionalistica della fede, ma anche alle oggi accattivanti fughe emotive e spiritualistiche di essa. Ne va della pertinenza della fede alla storia dell’uomo e della sua forza di illuminarla nella verità.

Il secondo elemento del testo conciliare che intendo porre in evidenza è che il Concilio parla della rivelazione divina come di una vicenda storica, in cui parole ed eventi si intrecciano e si illuminano a reciprocamente. A partire dalla creazione si sviluppa un processo storico in cui il mistero di Dio è proclamato sì con parole, ma al tempo stesso si manifesta attraverso accadimenti. Non quindi un arido elenco di verità astratte e un altrettanto freddo catalogo di precetti, ma un vissuto concreto, in cui Dio si fa attore della storia insieme agli uomini, fino al vertice della sua manifestazione nella persona di Cristo: Dio «mandò infatti suo Figlio, cioè il Verbo eterno, che illumina tutti gli uomini, affinché dimorasse tra gli uomini e ad essi spiegasse i segreti di Dio (cfr. Gv 1,1-18). Gesù Cristo dunque, Verbo fatto carne, mandato come “uomo agli uomini” (A Diogneto, 7, 4), “proferisce le parole di Dio” (Gv 3,34) e porta a compimento l’opera di salvezza affidatagli dal Padre (cfr. Gv 5,36; 17,4)» (Dei Verbum, 4).

La dimensione storica che, con l’avvento della modernità, era apparsa ai credenti come un pericolo per l’assolutezza della verità cristiana, viene dal Concilio recuperata come il contesto della rivelazione, la modalità della sua realizzazione e quindi anche il termine della sua memoria perenne. La storia non fa più paura, perché in essa Dio ci si è dato e in essa va quindi espressa la fede in lui. La storia, che nella polemica contro il modernismo dell’inizio del secolo scorso era stata percepita come il nemico della verità, perché poteva condurre alla sua relativizzazione, viene ora invece riconosciuta come il grembo in cui la verità si rivela e come lo spazio in cui essa produce i suoi frutti. È una prospettiva che ha una particolare pertinenza in questo contesto, in cui vogliamo dare rilievo non solo alla materialità delle Bibbie Atlantiche ma anche a una ricca ed esemplare raccolta di studi di carattere storico, che hanno contribuito a illuminarne in modo decisivo origine, caratteri, funzione e trasmissione nel tempo.

Il testo conciliare passa poi a illustrare il modo con cui gli eventi della storia, che sono eventi di un tempo e di uno spazio concreti, possono diventare patrimonio di tutti: «Dio con somma benignità ha disposto che quanto egli aveva rivelato per la salvezza di tutte le genti rimanesse sempre integro e venisse trasmesso a tutte le generazioni. Perciò Cristo Signore, nel quale trova compimento tutta la rivelazione del sommo Dio (cfr. 2Cor 1,20 e 3,16-4,6), ordinò agli apostoli di predicare a tutti, comunicando loro i doni divini, come la fonte di ogni verità salutare e di ogni regola morale, il vangelo che, prima promesso per mezzo dei profeti, egli stesso ha adempiuto e promulgato con la propria bocca. Ciò venne fedelmente eseguito, tanto dagli apostoli, i quali nella predicazione orale, con gli esempi e le istituzioni trasmisero sia ciò che avevano ricevuto dalla bocca, dal vivere insieme e dalle opere di Cristo, sia ciò che avevano imparato per suggerimento dello Spirito Santo, quanto da quegli apostoli e dalle persone della cerchia apostolica, i quali, sotto l’ispirazione dello Spirito Santo, misero in iscritto l’annunzio della salvezza» (Dei Verbum, 7).

L’esperienza e la comprensione della storia di Dio con gli uomini vengono trasmesse attraverso parole che le comunicano alle generazioni successive. Accade prima per il popolo d’Israele, poi per la comunità cristiana. Il processo di trasmissione si compie sotto la guida dello Spirito di Dio, si concretizza nella funzione della predicazione, in cui i fatti della salvezza diventano parole, e ha un momento qualificato quando la memoria della rivelazione divina assume una forma scritta: sono i testi raccolti da Israele e che la Chiesa eredita e poi completa in pienezza. È la Bibbia, un nome che in lingua greca suona come un plurale, “libri”, ma che verrà usato come fosse un singolare, perché la molteplicità dei libri della Scrittura, scritti lungo un ampio arco temporale e in forme letterarie assai diverse, forma un unico libro, il libro della fede che racchiude il tesoro della rivelazione di Dio all’uomo.

Percepire la natura storica del processo di formazione della Bibbia permette di superare la contrapposizione tra Scrittura e Tradizione. Il testo scritto nasce, infatti, anzitutto come sedimentazione di parole prima trasmesse oralmente; ma lo stesso testo scritto non smette di restare in rapporto con questa oralità, in quanto viene consegnato alla comunità credente all’interno di una Tradizione che lo riconosce come normativo e che si propone come orizzonte della sua interpretazione autentica. La Tradizione – parole e gesti, comprensione ed esperienze – è l’alveo in cui scorre la Scrittura: in essa questa ha le sue sorgenti e da essa trova alimento per produrre frutti. Sta qui la radice della lettura della Bibbia nella fede della Chiesa, secondo la luce che su di essa proietta la viva Tradizione ecclesiale, su cui così si è espresso Benedetto XVI nell’esortazione apostolica Verbum Domini: «La viva Tradizione è essenziale affinché la Chiesa possa crescere nel tempo nella comprensione della verità rivelata nelle Scritture. […] Il legame intrinseco tra Parola e fede mette in evidenza che l’autentica ermeneutica della Bibbia non può che essere nella fede ecclesiale, che ha nel sì di Maria il suo paradigma. […] Il luogo originario dell’interpretazione scritturistica è la vita della Chiesa» (nn. 17 e 29). Sono parole che esprimono la consapevolezza di come la rinnovata comprensione del rapporto tra Scrittura e Tradizione voluta dal Concilio abbia portato frutti di coerente orientamento nel modo di leggere il testo biblico, una lettura che dalla sua collocazione nella Chiesa trae fondamento e luce, e non, come da taluni si vorrebbe far credere, un ostacolo che ne distorce la comprensione. Al contrario, sono le letture razionaliste o ideologiche della Bibbia che ne tradiscono il significato, perché si distaccano dal contesto della sua origine e quindi della sua intelligenza. Un libro nato dalla fede, solo nella fede trova l’orizzonte pieno della propria comprensione.

E se la Scrittura costituisce un tesoro sempre pronto a rivelare nuove ricchezze con il progredire della sua lettura – «La Scrittura cresce con il suo lettore», affermava San Gregorio Magno (Omelie su Ezechiele, I, 8) –, la stessa Tradizione non è un corpus cristallizzato, che dai tempi antichi viene sempre ripetuto identico, ma, come chiarisce lo stesso Concilio, «questa Tradizione, che trae origine dagli apostoli, progredisce nella Chiesa sotto l’assistenza dello Spirito Santo: cresce infatti la comprensione, tanto delle cose quanto delle parole trasmesse, sia con la contemplazione e lo studio dei credenti, i quali le meditano in cuor loro (cfr. Lc 2,19 e 51), sia con la profonda intelligenza che essi provano delle cose spirituali, sia con la predicazione di coloro i quali con la successione episcopale hanno ricevuto un carisma certo di verità. La Chiesa, cioè, nel corso dei secoli, tende incessantemente alla pienezza della verità divina, finché in essa giungano a compimento le parole di Dio» (Dei Verbum, 8). Anche questa concezione dinamica del rapporto tra Scrittura e Tradizione e della vita della Parola nella fede della Chiesa appartiene ai doni che il Concilio ha fatto ai credenti, sollecitandone una sete più ardente di incontro con la Parola e un impulso alla sua viva testimonianza. Ci aiuta anche a capire che la fedeltà alla Tradizione non sta nella sua stanca ripetizione, ma nel mostrarne la vitalità e la capacità di rispondere alle novità dei tempi. Afferma Papa Francesco: «Ogni volta che cerchiamo di tornare alla fonte e recuperare la freschezza originale del Vangelo spuntano nuove strade, metodi creativi, altre forme di espressione, segni più eloquenti, parole cariche di rinnovato significato per il mondo attuale» (Evangelii gaudium, 11).

Posta al centro della Tradizione, la Scrittura ne è il cuore pulsante, in quanto tutta la rivelazione è ad essa riconducibile e in quanto essa è Parola di Dio in pienezza, perché frutto dell’azione dello Spirito che ha presieduto alla sua realizzazione. Su questo si fonda la venerazione con cui i libri della Scrittura vengono circondati nell’azione liturgica, fino a riservare loro un luogo speciale di proclamazione, l’ambone, e a circondarli – specialmente il libro dei santi Vangeli – di segni e gesti, come l’incensazione, con cui si esprime la fede che in quei libri si ha una presenza speciale del Verbo di Dio. Questo spiega perché, nel corso dei secoli, la comunità cristiana abbia cercato di trovare le forme più diverse per diffondere i tesori della Scrittura, così che dai tempi antichi giungono a noi testi biblici, più o meno ampi, scritti su papiro – che in genere veniva confezionato in forma di rotolo, ma che per i testi neotestamentari vede preferire la forma del codice, cioè di fogli raccolti a forma di quaderno –, ma anche brevi frasi riportate su supporti di terracotta, di stoffa, perfino di metallo. Il desiderio di avere materiali che assicurassero una più sicura durata dei testi nel tempo, portò poi all’affermarsi della pergamena – sebbene assai più costosa – come strumento principe di trasmissione del testo sacro, mantenendo, per i manoscritti biblici cristiani, la forma del codice, a differenza di quanto avvenne invece nel mondo ebraico dove restò ed è restata prevalente la forma del rotolo.

Su questa scia si collocano anche le Bibbie Atlantiche, alla cui presentazione è dedicato il nostro incontro. In esse alla preziosità del supporto materiale si aggiunge la ricerca di arricchire il testo con motivi di bellezza, quali sono le miniature che lo illustrano, in cui si collocano anche vere e proprie traduzioni in immagini delle parole del testo, secondo una dinamica della trasmissione dei contenuti che anticipa di secoli uno dei caratteri tipici del nostro tempo, in cui la visione è divenuta altrettanto significativa quanto la parola per la cultura e la comunicazione. Possiamo immaginare come il diverso riverbero di linee, forme e colori nelle diverse ore del giorno potessero trovare riflesso nel cuore e nei sentimenti religiosi di chi non solo leggeva il testo biblico ma ne contemplava le immagini che lo accompagnavano. Il messaggio dello splendore della creazione artistica è parte integrante di una fede, come quella cristiana, che afferma l’unità tra il vero, il bene e il bello.

Non meno significativa è la destinazione comunitaria delle Bibbie Atlantiche, che risponde a una delle esigenze più tipiche delle Scritture ebraico-cristiane, essere cioè un messaggio per un popolo e non per singoli individui. Si potrà pensare che l’invenzione della stampa a caratteri mobili e, a seguire, ancor più le attuali modalità di trasmissione informatica digitalizzata possano rappresentare forme più avanzate della socializzazione della lettura biblica. Esse in realtà, se ne estendono la diffusione, possono essere però anche un incentivo al consumo individuale. Nell’atto con cui dai diversi stalli del coro ciascun monaco o canonico, in azione simultanea con gli altri, pone lo sguardo sulla medesima parola del testo si realizza una dimensione comunitaria che esalta quel contesto ecclesiale che è il luogo della piena comprensione di quel testo.

Ne erano convinti i monaci, che ponevano al centro dell’opus Dei l’ascolto meditativo della parola di Dio, proposto da san Benedetto nella sua Regola come il cardine della vita cristiana: «Non si anteponga nulla all’opera di Dio» (Regula 43, 3). Ma il riferimento comunitario deve ora coinvolgere, non solo i monaci, ma tutti i membri del popolo di Dio, nelle loro diverse condizioni di vita. È quanto chiede il Concilio Vaticano II, che così lo esplicita in riferimento ai vari soggetti ecclesiali: «I sacerdoti di Cristo e quanti, come i diaconi o i catechisti, attendono legittimamente al ministero della parola, devono essere in contatto continuo con le Scritture, mediante una lettura spirituale assidua e lo studio accurato, affinché non diventi “vano predicatore della parola di Dio all’esterno, colui che non l’ascolta di dentro” (Sant’Agostino, Serm. 179, 1), mentre invece deve partecipare ai fedeli a lui affidati le sovrabbondanti ricchezze della parola divina, specialmente nella sacra liturgia. Parimenti, il santo sinodo esorta con forza e insistenza tutti i fedeli cristiani, soprattutto i religiosi, a imparare “la sublime scienza di Gesù Cristo” (Fil 3,8) con la frequente lettura delle divine Scritture. “L’ignoranza delle Scritture, infatti, è ignoranza di Cristo” (San Girolamo, Comm. in Is., Prol.). […] Compete ai sacri presuli, “depositari della dottrina apostolica” (Sant’Ireneo, Adv. Haer., IV, 32, 1), istruire opportunamente i fedeli loro affidati circa il retto uso dei libri divini» (Dei Verbum, 25).

Le esortazioni sono a vasto raggio e coinvolgono un po’ tutti, sono pressanti e ne fanno fede aggettivi e avverbi scelti con cura. Al centro si staglia la citazione dal Commentario su Isaia di San Girolamo: «L’ignoranza delle Scritture è ignoranza di Cristo», che svela come mettere al centro dell’esperienza di fede la sacra Scrittura non è questione di inclinazione spirituale, ma appartiene all’essenza stessa della fede. Sono anche parole che danno la direzione per la riscoperta di quella lettura orante della Scrittura, che il testo conciliare propone ricordando che «la lettura della sacra Scrittura dev’essere accompagnata dalla preghiera, affinché possa svolgersi il colloquio tra Dio e l’uomo; poiché “gli parliamo quando preghiamo e lo ascoltiamo quando leggiamo gli oracoli divini” (Sant’Ambrogio, De officiis ministrorum, I, 20, 88)» (Dei Verbum, 25).

Oggi, tuttavia, emerge con sempre maggiore evidenza che il contesto ecclesiale non basta più per cogliere la ricchezza della Parola. È quanto esorta a fare Papa Francesco con i suoi ripetuti richiami a una Chiesa in dialogo con la storia. Da una maggiore consapevolezza delle domande che l’uomo pone alla fede nel tempo scaturiscono orizzonti ermeneutici sempre più vasti e penetranti del testo biblico. È come se sulle pagine delle nostre Bibbie non si concentrino soltanto gli occhi dei credenti, ma quelli dell’umanità tutta, convocata attorno alla Parola. Ha chiesto Papa Francesco alla Chiesa italiana nel Convegno ecclesiale nazionale di tre anni fa a Firenze: «La Chiesa sia fermento di dialogo, di incontro, di unità. Del resto, le nostre stesse formulazioni di fede sono frutto di un dialogo e di un incontro tra culture, comunità e istanze differenti. Non dobbiamo aver paura del dialogo: anzi è proprio il confronto e la critica che ci aiuta a preservare la teologia dal trasformarsi in ideologia» (Discorso al V Convegno nazionale della Chiesa italiana, Firenze 10 novembre 2015).

All’epilogo della costituzione conciliare Dei Verbum affido le parole conclusive del mio intervento, un epilogo in cui ritorna l’accostamento tra Parola ed Eucaristia con cui si era aperto l’ultimo capitolo del documento e che risuona particolarmente significativo in riferimento all’uso propriamente liturgico per cui furono realizzate le Bibbie Atlantiche: «Con la lettura e lo studio dei libri sacri “la parola di Dio compia la sua corsa e sia glorificata” (2Ts 3,1) e il tesoro della rivelazione, affidato alla Chiesa, riempia sempre più il cuore degli uomini. Come dall’assidua frequenza al mistero eucaristico prende vigore la vita della Chiesa, così è lecito sperare nuovo impulso di vita spirituale dall’accresciuta venerazione della parola di Dio, che “permane in eterno” (Is 40,8; 1Pt 1,23-25)» (Dei Verbum, 26).

«Bisogna formarsi continuamente all’ascolto della Parola – ci ricorda Papa Francesco –. La Chiesa non evangelizza se non si lascia continuamente evangelizzare. È indispensabile che la Parola di Dio “diventi sempre più il cuore di ogni attività ecclesiale” – e queste sono parole di Benedetto XVI [Verbum Domini, 1] –. La Parola di Dio ascoltata e celebrata, soprattutto nell’Eucaristia, alimenta e rafforza interiormente i cristiani e li rende capaci di un’autentica testimonianza evangelica nella vita quotidiana» (Evangelii gaudium, 174). A questo scopo furono composte le Bibbie Atlantiche, a questa meta sentiamo orientati i nostri di passi di Chiesa in ascolto della Parola.

Giuseppe card. Betori

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