Peccato

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    Qualsiasi pensiero, parola o fatto che trasgredisca deliberatamente la volontà di Dio e che in qualche modo respinga la bontà e l’amore di Dio. A cominciare dal peccato di Adamo e Èva (Gn 3,1-24), l’AT narra la storia del peccato umano e della sua schiavitù (cf GS 37). Con la denuncia ripetuta dell’idolatria e dell’ingiustizia, i profeti affermano la responsabilità personale per le mancanze peccaminose (Ger 31,29-30; Ez 18,1-4). L’AT chiama il peccato hatta (Ebr. « sbagliare il segno »),pesha (Ebr. « trasgredire gli ordini », « rivoltarsi contro i superiori ») e awon (Ebr. « colpa che nasce dall’iniquità ») (cf Sai 51,3-5). Come l’AT (Gn 6,5; 8,21; Ger 17,9), Gesù vede che il peccato viene dal cuore (Me 23). Il Vangelo di san Giovanni vede il peccato come incredulità nei riguardi di Cristo, un preferire le tenebre alla Luce del mondo (Gv 3,16-21; 41; 11,9-10). Sin dall’inizio, i Cristiani hanno confessato che Cristo è morto « per i nostri peccati » (1 Cor 15,3; cf Rm 4,25; Eb 2,11-14). La tradizione protestante è stata impressionata dalle riflessioni di san Paolo sulla forza del peccato che corrompe e rende schiavi gli esseri umani (Rm 1,18-3,23; 5,12-21; 23). La Tradizione ortodossa vede il peccato come distruzione della koinonìa (Gr. « comunione ») con Dio, con gli altri e col creato. La tradizione cattolica, come il cristianesimo occidentale in genere, ha avuto la tendenza a considerare le conseguenze individuali del peccato più che le ferite che vengono inferte alla comunità. Però, l’enciclica di Giovanni Paolo II, Sollicitudo rei socialis, del 1987 (cf 36-37) manifesta un senso rinnovato della dimensione sociale del peccato (cf GS 25). Cf Caduta (La); Cuore; Espiazione; Grazia; Koinonìa; Metànoia; Peccato originale; Riparazione; Riscatto; Sacramento della Penitenza; Salvezza; Sette peccati capitali.