Gesù non chiede a Tommaso di fare un atto di fede astratto. Non gli recita una lezione di teologia. Gli dice: «Metti qui il tuo dito». Gli offre le sue ferite. Gesù non si presenta come un supereroe tornato intatto dal regno dei morti; si presenta come un uomo che porta ancora i segni del supplizio.
Il punto è questo: Gesù non ha paura di farsi toccare nei suoi punti deboli. E lo fa perché sa che Tommaso, dietro la sua maschera di cinismo e di “io credo solo a quello che vedo”, è un uomo terrorizzato dalle proprie, di ferite.
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Ciò che commuove in questo incontro è l’intimità. Gesù torna “otto giorni dopo” solo per lui. Solo per colui che non c’era, per colui che aveva fatto il difficile, per quello che aveva alzato la voce.
Gesù non ti chiede di guarire con le tue sole forze, per poi presentarti da Lui tutto bello e sistemato. Ti dice: «Tocca le mie piaghe, così capirai che io ho già toccato le tue».
Ti sta dicendo che le tue cicatrici non sono un motivo di vergogna, ma il luogo dove Lui può finalmente incontrarti. Non essere incredulo: non significa “diventa un supereroe”, significa “smetti di scappare dall’amore”. La tua vita non deve essere perfetta per essere divina; deve solo essere aperta. Metti la tua mano nel Suo fianco, e lascia che sia Lui a sentire il battito del tuo cuore stanco. Alzati, non sei solo un insieme di errori, sei una ferita che Dio vuole trasformare in un passaggio di luce.
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