Fraternità Gesù Risorto – Commento al Vangelo di domenica 7 giugno 2026

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La festa di oggi è dono per ogni cristiano. Ci aiuta a manifestare in maniera pubblica e forte quel grazie, quella gioia, quella certezza che vorremmo trasmettere a tutti tutte le domeniche, anzi, tutti i giorni della vita. Abbiamo infatti un Pane e un Calice che sono il segreto della nostra gioia, del nostro vivere da fratelli, fratelli veri sia in casa che ovunque.

San Paolo chiama quel pane e quel calice, «calice della benedizione» e «pane che noi spezziamo». E di essi afferma che sono la comunione con il Corpo e con il Sangue di Cristo. Sono doni di Dio che ci rendono tutt’uno con il nostro Signore, con quel Gesù che il Padre ha mandato nel mondo perché sia il Dio con noi. Mangiando quel Corpo e bevendo quel Sangue la nostra vita non è più quella di prima: diventiamo parte di Dio.

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Gesù tentava di spiegarlo ai Giudei. Essi non capivano, come anche noi fatichiamo a comprendere ciò che Gesù vuole trasmetterci. C’è una vita che non è quella biologica. La vita biologica si manifesta tale quando riesce a essere in relazione. Il morto non risponde e non parla, non ha relazione con nessuno. Ma la vita di cui parla Gesù, e che gli preme diventi la nostra, ci mette in relazione con Dio, con il suo amore di Padre: la chiameremo vita spirituale o vita interiore, o vita eterna, o semplicemente «vita».

Forse riusciamo a comprendere che questa vita è proprio lui, Gesù: noi in relazione con lui. Lui in noi ci rende capaci di ricevere tutto dal Padre suo, e rispondergli: egli è uno con lui. Questa è la vita che abbiamo bisogno di nutrire, di alimentare. È a questa vita che Gesù pensa quando a Cafarnao parla cercando di far comprendere ai Giudei la differenza tra la sua comprensione spirituale e la loro, che rimane sempre materiale. Per essi è impossibile comprendere o accettare di poter bere il sangue e mangiare la carne d’un uomo. Non ci meravigliamo: anche per noi sarebbe impossibile accogliere queste parole. Ma il Signore ha già parlato di Pane che scende dal cielo, e sarà quel Pane la sua Carne che potremo e dovremo mangiare.

Ma che significa «mangiare» e «bere»? Non è forse introdurre in noi una realtà che ci fa vivere, che rimane in noi e ci trasforma, e anch’essa si trasforma? Se mangiamo la sua carne e beviamo il suo sangue diverremo tutt’uno con lui, e lui con noi. A questo intende arrivare Gesù, a metterci, con il ragionamento, su un altro piano. Lo dirà anche con altre immagini, ad esempio quella della vite e dei tralci: noi in lui e lui in noi, così la nostra vita diventa divina, cioè eterna, e noi saremo portatori nel mondo della vita di Dio, che è amore.

L’amore del Padre e del Figlio diverrà il lievito del mondo, sarà seme che produce frutto, tutto in vista del cambiamento del mondo, che diverrà regno dei cieli. La festa odierna è una contemplazione di realtà interiori, divine, che trasformano il mondo in cui viviamo, da dimora dell’odio e dell’egoismo e del sopruso, a luogo di comunione, di festa, di pace e concordia tra tutti.

Il Pane, che mangiamo, lo adoriamo, lo mettiamo bene in vista perché, oltre a entrare nella bocca, occupi i nostri occhi, i pensieri, le considerazioni, e trasformi il nostro modo di vedere tutte le persone e tutte le cose in contemplazione dell’amore di Dio. Il pane infatti fa pensare alla collaborazione del lavoro di molti, anzi, di tutti. Vedere quel Pane non è solo contemplazione del Corpo di Cristo, bensì in esso vediamo l’unità e l’impegno di tutti gli uomini, l’amore e la gioia di molti, la loro fatica e le sofferenze nascoste. Quel Pane non è solo frutto della terra, ma del lavoro di una serie infinita di persone, lavoro benedetto da Dio. Lo contempleremo mentre passa sulle strade di paesi e città, e terremo nel cuore la preghiera che, passando, entri nella vita di molti, anche se non sanno che cos’è.

Così è successo agli ebrei che camminavano dietro a Mosè nel deserto, nutriti dalla manna, che non sapevano cosa fosse e di dove venisse. Eppure li teneva in vita e dava forza di continuare il cammino, con lo scopo che possano «capire che l’uomo non vive soltanto di pane, ma che l’uomo vive di quanto esce dalla bocca del Signore». Così noi mangiamo e contempliamo il Pane di Gesù sapendo che viene dal Signore, e la vita che ci dà è la sua: diventiamo partecipi del Dio che è amore e misericordia fedele!

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