“Vedere gli stranieri”: il 3 ottobre in Sala Zuccari la prima celebrazione della Giornata nazionale delle vittime dell’immigrazione
Il 3 ottobre si celebra la prima “Giornata nazionale in memoria delle vittime dell’immigrazione”, istituita dalla Legge n. 45, approvata dal Senato della Repubblica nella seduta del 16 marzo 2016, “al fine di conservare e di rinnovare la memoria di quanti hanno perso la vita nel tentativo di emigrare verso il nostro Paese per sfuggire alle guerre, alle persecuzioni e alla miseria”, come si legge all’articolo 1. Sarร proprio il Senato ad ospitare, in Sala Zuccari, lunedรฌ 3 ottobre, la prima celebrazione della Giornata nazionale.
“Vedere gli stranieri” รจ il titolo dell’incontro che avrร inizio alle ore 17, con il saluto introduttivo del Presidente Pietro Grasso. Interverrร padre Enzo Bianchi; l’attrice Maddalena Crippa leggerร “Lampedusa Beach” della scrittrice Lina Prosa.
- Pubblicitร -
L’incontro sarร coordinato dal senatore Luigi Manconi, Presidente della Commissione del Senato per la tutela e la promozione dei diritti umani, e sarร trasmesso in diretta dalla webtv e dal canale satellitare di Palazzo Madama.
Il titolo “Vedere gli stranieri” รจ la citazione di un testo attribuito a William Shakespeare.
Il testo dell’incontro
Onorevole Presidente del Senato Pietro Grasso,
Onorevole Senatore Luigi Manconi,
Onorevoli Senatori e Deputati della Repubblica Italiana
Signore e Signori,
[ads2]sono profondamente onorato per lโinvito rivoltomi a commemorare insieme a Voi le vittime dellโimmigrazione in questa I Giornata nazionale a loro dedicata. Vi ringrazio di cuore per lโopportunitร concessami e, ancor piรน, per aver istituito questo momento di memoria collettiva cosรฌ prezioso per la qualitร della nostra convivenza civile.
Il titolo assegnato a questo mio intervento โ Io sono stato straniero โ riecheggia una parola indirizzata a piรน riprese nella Bibbia al popolo di Israele: โRicorda che sei stato straniero nel paese di Egittoโ, oppure: โtu agirai cosรฌ perchรฉ anche tu sei stato straniero!โ. Parole che sono un invito a sentirsi stranieri e, proprio a partire da questa autocoscienza, assumere la responsabilitร verso gli stranieri che giungono a noi nella loro irriducibile e di primo acchito insondabile diversitร . Per questo risuona il comandamento: โAmate il gher (lo straniero) perchรฉ foste gherim, stranieri!โ (Dt 10,19; 24,17; Esodo 22,20; 23,9; Lev 19,34). Ecco il paradigma: ciascuno di noi รจ straniero rispetto ad altri e proprio per questo puรฒ comportarsi rispetto allo straniero come lui vorrebbe che altri si comportassero nei suoi confronti.
Ma vorrei affrontare questo tema usando come chiave interpretativa il testo attribuito a Shakespeare che ci invita a โvedere gli stranieriโ. Rievocando la minaccia di espulsione dal paese di una folla di persone โdiverseโ per religione e nazionalitร , il Bardo invita a interrogarsi sui motivi di questa migrazione, poi esorta a immedesimarsi nei fuggiaschi per trarne le conseguenze a livello di comportamento etico. โVedere gli stranieriโ puรฒ allora declinarsi in diverse modalitร โ vederli da lontano, vedere se stessi, vederli da vicino, vederli come concittadini โ e sfociare in una dimensione inattesa: gli stranieri come dono.
1) Vedere gli stranieri da lontano: la lungimiranza.
Di fronte al fenomeno migratorio โ antico quanto il mondo e sempre percepito con dimensioni sconvolgenti โ e alla connotazione che ha assunto in Italia negli ultimi decenni appare fuorviante continuare a definirlo con il termine โemergenzaโ. Sarebbe invece molto piรน sensato ed efficace considerarlo unโinevitabile conseguenza di una serie di fattori in massima parte legati ai nostri comportamenti, a cominciare dalle guerre, dalla sete di potere e dallo sfruttamento iniquo delle risorse del pianeta. Da sempre รจ la fame che va verso il pane, non viceversa, e non ci sono nรฉ muri nรฉ mari capaci di fermare chi รจ talmente disperato da considerare un viaggio senza speranza preferibile alla certezza di una morte atroce nella propria terra. O pensiamo davvero che se uno avesse anche una minima aspettativa di sopravvivenza umana โa casa suaโ, metterebbe a repentaglio la vita propria e dei propri cari in unโavventura letteralmente bestiale attraverso deserti, violenze e abissi di disumanitร ?
โVedere gli stranieriโ da lontano allora significa lungimiranza sulle cause che li muovono, anche se โ e forse proprio perchรฉ โ oggi appare piรน difficile che mai riuscire a distinguere quanti fuggono da guerre e persecuzioni da quanti sono mossi dalla fame; i profughi dovuti ai cambiamenti climatici โ i deserti avanzano e i mari si alzano… โ a quelli causati da rivolgimenti politici. Significa anche capacitร di pensare in grande per agire โpoliticamenteโ in senso forte e responsabile, cosรฌ da colpire efficacemente ovunque si trovino poteri e persone che prosperano sulla morte degli altri, cominciando dai trafficanti di armi a quelli di esseri umani.
2. Vedere se stessi negli stranieri: immedesimazione e identitร .
Non dovrebbe essere difficile per noi italiani applicare questo paradigma, anche perchรฉ la nostra โstranieritร โ รจ ancor oggi riscontrabile e vissuta, pur essendo cessati i grandi flussi migratori conosciuti fin dallโinizio della nostra esistenza come Stato unitario. Lo straniero, in veritร , รจ lo specchio della stranieritร che ci abita, รจ la faccia nascosta della nostra identitร . Riconoscendo la stranieritร in noi, possiamo compiere un cammino che non rimuove, non teme, non demonizza il forestiero che appare in mezzo a noi. Scrive Julia Kristeva: โStranamente lo straniero ci abita: รจ la faccia oscura della nostra identitร , รจ lo spazio che scuote la nostra dimora, il tempo in cui si spezzano lโintesa e la simpatia. Riconoscendo lo straniero in noi stessi, possiamo non detestarlo in luiโ. Anche il grande poeta cardiognostico Edmond Jabรจs, che ha dedicato molte riflessioni alla stranieritร e alla conseguente ospitalitร , ha scritto: โLo straniero ti permette di essere te stesso, facendo di te uno stranieroโ e, ancora, โla distanza che ti separa dallo straniero รจ quella che ti separa da te stessoโ.
Questo atteggiamento eviterebbe il rischio di assolutizzare la propria identitร intesa in modo esclusivo ed escludente, con arroccamenti difensivi dei propri valori, creando presidi contro le minacce a unโidentitร culturale, religiosa, nazionale mitizzata. Lโidentitร , infatti, sia a livello personale che comunitario, si รจ costruita e sempre si costruisce attraverso lโincontro e la relazione con gli altri, diversi e stranieri. Lโidentitร non รจ statica, acquisita una volta per sempre, ma รจ un divenire, non รจ monolitica ma plurale: รจ un tessuto policromo costituito dalla trama di molti fili.
I risorgenti localismi, le tentazioni particolaristiche prima o poi generano spinte xenofobe e razziste, tendono allโesclusione dellโaltro, si risolvono in un autismo socioculturale in cui si vive un ideale regressivo di auto-isolamento e si assumono linguaggi e modi espressivi rozzi, che alimentano la barbarie dei comportamenti. Regna allora lโidolo dellโidentico, il metro del medesimo, del โnoiโ senza o addirittura contro di โloroโ e la nostra ricca identitร โ plasmatasi con la fatica e il fascino di secoli di scambi fecondi โ si immiserisce a sistema chiuso nel quale non pratichiamo piรน lโincontro con lโaltro nรฉ lo scambio culturale.
Lo straniero invece รจ portatore di una relazione che riguarda il nostro essere piรน profondo e che ci fa cogliere il significato del monito biblico: โama lo straniero perchรฉ tu sei stato stranieroโ e continui ad esserlo rispetto a un orizzonte che non hai ancora attraversato.
3. Vedere gli stranieri da vicino: non distogliere lo sguardo e vincere le paure
Giunto da lontano, lo straniero si rivela per quello che รจ: radicalmente altro, per colore della pelle, tratti somatici, lingua e cultura, religione ed etica, costumi e atteggiamenti. ร lโaltro radicalmente altro da me: era lontano e ora mi รจ vicino, mi รจ diventato prossimo. Ora compete a me farmi suo prossimo, avvicinarmi a lui.
Ma proprio in questo incontro emerge la paura. Anzi, due paure si ritrovano a confronto: la mia paura e quella dello straniero. Io devo mettere innanzitutto la sua paura, quella di chi รจ venuto in un mondo a lui radicalmente estraneo, dove non รจ di casa e non ha casa, un mondo di cui non conosce nulla. Lโemigrato รจ solo, non ha piรน un paese alle spalle: รจ la prima cosa che ha smarrito non appena partito, in una fuga disperata o in unโavventura di speranza.
La mia paura, invece, รจ quella di ritrovarmi di fronte a uno sconosciuto, uno che รจ entrato nella โmiaโ terra, ora presente nel โmioโ spazio e, nonostante lui sia solo, mi lascia intravvedere che molti altri lo seguiranno. Due paure a confronto, due paure che nascono da due diversitร contrapposte. Certo, la paura รจ uno stadio incoativo: va superata, ma per farlo รจ necessario innanzitutto affrontarla e non rimuoverla. Lasciata nelle mani degli imprenditori della paura, pronti a usarla per fini politici, essa lievita fino a paralizzare ogni azione e a sprigionare mostri, come il sonno della ragione. Se invece la si nega, si rischia di idealizzare la differenza dello straniero, di assolutizzarne la cultura, arrivando ad abdicare alla propria o a colpevolizzarla. La paura invece va razionalizzata, assunta, cosรฌ da trasformarla in stimolo per un lucido esame della situazione e in ingrediente per soluzioni capaci ottemperare a esigenze apparentemente contrapposte.
4. Vedere gli stranieri come concittadini
Ora, la razionalizzazione delle paure richiede che ci si interroghi seriamente su quali modelli di incontro tra stranieri e italiani cerchiamo di attuare ai diversi livelli decisionali e comportamentali: dalle istituzioni educative agli organi legislativi, dallโassociazionismo alla societร civile, dal diritto civile allโuso del tempo libero, dagli strumenti comunicativi alle istanze culturali. Schematicamente potremmo identificare quattro modelli che, se hanno conosciuto diverse fasi di maggiore o minore applicazione, non cessano tuttavia di essere contemporaneamente presenti nella societร italiana:
– lโassimilazione,
– lโinserimento,
– lโintegrazione,
– la cittadinanza.
E questa analisi รจ attraversata da una domanda di fondo: quando e fino a quando una persona รจ considerata straniera? ร straniero lโimmigrato giunto come tale nel nostro paese, anche se infante, e lo rimane per tutta la sua vita? Lo รจ chiunque, pur nato cresciuto ed educato in Italia, non abbia (ancora) ottenuto la cittadinanza italiana? E quando scompare dal linguaggio comune la discriminante aggiunta: โcittadino italiano di origine โฆ non-italianaโ? Quante generazioni ci vogliono perchรฉ un cognome โstranieroโ cessi di suonare come tale?
Un tempo il modello predominante che caratterizzava lโincontro italiano-straniero era quello dellโassimilazione, tendente cioรจ a rendere le persone simili tra loro cancellando le differenze culturali e assorbendo di conseguenza un โdiversoโ che cessava per ciรฒ stesso di esserlo. Se un โnon nativoโ non riesce ad assumere quello che โnoiโ siamo e come โnoiโ ci comportiamo, finisce escluso dalla societร , rimanga o meno nel territorio della nazione ospitante.
Questa logica di esclusione, cosรฌ attraente perchรฉ sbrigativa, ma altrettanto controproducente a medio e lungo termine, รจ mitigata dallโapproccio dellโinserzione: viviamo gli uni accanto agli altri con le nostre differenze giustapposte e attente a non offendersi reciprocamente. Gli uni resteranno sempre estranei agli altri, in una tipica relazione di โindifferenzaโ che ottempera la presenza di una o piรน minoranze allโinterno di una maggioranza che considera se stessa come monolitica e impermeabile.
Lโintegrazione invece presuppone il riconoscimento delle differenze, lโadeguamento ad esse attraverso trattamenti differenziati nellโottica di una inter-culturalitร che consente di convivere tra somiglianze e differenze. ร una prospettiva che si accontenta di unโuguaglianza nel โminimo comuneโ di diritti, di un equilibrio di dare/avere che facilita la partecipazione attiva di tutti alla vita economica e produttiva, anche se alcuni diritti/doveri restano in capo solo a quanti hanno la piena cittadinanza o subordinate a remore culturali o etniche.
Infine la con-cittadinanza โ intesa non solo come definizione giuridica, ma come piena condivisione della polis in cui si abita โ รจ lo spazio comune in cui diviene impossibile continuare a parlare di โnoiโ e โloroโ e in cui la logica dellโuguaglianza attiva diviene anche abito mentale e culturale dellโinsieme della societร .
5. Vedere gli stranieri per quello che portano in dono: la relazione
Ogni essere umano รจ un essere razionale e relazionale, ed รจ grazie alle relazioni che puรฒ costruire se stesso e diventare un soggetto: relazioni con se stesso, nella vita interiore, relazioni con il mondo, gli altri e, quindi, relazioni di alteritร . Ma costruire la relazione con gli altri non va da sรฉ: si tratta di assumere comportamenti che rendano possibile lโincontro nella trasparenza e nel riconoscimento della dignitร dellโaltro. Il cammino รจ esigente e sovente anche faticoso, ma senza lโaltro non รจ possibile avanzare nella propria umanizzazione.
Appare allora esigenza ineludibile riconoscere lโaltro nella sua singolaritร specifica, riconoscerne la dignitร , il valore umano inestimabile, accettarne la libertร . Riconoscere lโaltro nella sua differenza (di sesso, di etร , di religione, di culturaโฆ) significa ammetterlo, dire un sรฌ, desiderare di fargli posto e, quindi accettarlo. Questo non รจ sempre evidente, perchรฉ la differenza dellโaltro, come dicevamo, fa sempre paura: cโรจ in ciascuno di noi una pulsione a respingere ogni forma culturale, morale, religiosa, sociale lontana da noi, a noi sconosciuta. Da qui nascono incomprensioni, paure, intolleranze. Lรฉvi-Strauss ci ha ricordato che questo atteggiamento etnocentrico deve esser e vissuto nella sua dimensione positiva non rinnegando la propria cultura ma legittimandola, rispettando, riconoscendo e comprendendo le culture altrui. I nostri modi di pensare e di essere non sono i soli possibili e noi dobbiamo imparare dagli altri, relativizzando le nostre convinzioni e i nostri comportamenti. Diventa perciรฒ assolutamente necessario accettare il relativismo culturale, che chiede di conoscere le culture degli altri senza misurarle e giudicarle a partire da una pretesa superioritร della nostra.
Sรฌ, nella relazione di alteritร si prende il rischio di esporre la propria identitร a ciรฒ che essa puรฒ diventare. Ma a queste condizioni puรฒ iniziare il dialogo, che รจ sempre ricerca di inter-comprensione: non semplice conoscenza dellโaltro, non solo confronto di identitร , ma conoscenza penetrativa e โsimpaticaโ dei valori dellโaltro, comprensione che non deve esser voracitร , che non annulla le differenze fagocitandole, ma fa vivere convergenze e divergenze in un confronto dinamico e fecondo. Il dialogo non puรฒ avere come fine lโuniformitร , ma il fare cammino insieme, il ricercare un โcon-sensoโ, un senso condiviso a partire da presupposti differenti. Nel dialogo allora si modificano i pregiudizi, le immagini, gli stereotipi che abbiamo degli altri e di noi stessi e siamo indotti a riflettere sui nostri condizionamenti culturali, storici, psicologici, sociologici: siamo interrogati sulle nostre certezze e sulla nostra identitร .
Questo รจ lโinizio di un cammino che vuole trasformare la possibilitร o lโineluttabilitร della convivenza in una scelta consapevole, in una ricerca di comunicazione interculturale che trova un fondamento nella responsabilitร per lโaltro. Non dimentichiamo la lezione di Lรฉvinas: la responsabilitร รจ per lโaltro ed รจ la struttura essenziale per la soggettivitร : โIo sono nella misura in cui sono responsabile!โ.
Il riconoscimento dellโaltro โ chiunque sia: straniero, povero, bisognoso, ultimo, povero โ si impone se esercito questa responsabilitร che caratterizza lโessere umano. Ecco perchรฉ nelle prime pagine della Bibbia โ il โgrande codiceโ come lo chiamava Frye โ risuonano due domande essenziali: โAdam, Terrestre, dove sei?โ e lโaltra, conseguente: โChe hai fatto di tuo fratello, dellโumano come te?โ. Perchรฉ lโaltro uguale in dignitร a ciascuno di noi, dalla sua situazione ci lancia un appello, chiede di rispondergli con le risorse che possiedo, e io devo agire senza attendermi reciprocitร , nel vero disinteresse per me stesso. Non dimentichiamoci che senza affermare e vivere in primo luogo la fraternitร , anche la libertร e lโuguaglianza sono fragili, asteniche e tendono a essere occultate nella convivenza sociale. Sรฌ, vedere gli stranieri come compagni di umanitร restituisce pienezza al meglio di noi stessi e della societร .
Conclusione
Nella quarta di copertina di uno splendido libro sulla condizione dei lavoratori immigrati in Europa uscito negli anni ’70, John Berger afferma: “Per mostrare direttamente al lettore la vita di questi lavoratori, ci occorreva ricorrere all’analisi politica e alla poesia, alle citazioni di economisti e al romanzo, ma ci occorrevano soprattutto delle fotografie. Spero che questo libro possa aiutare a mettere in crisi certe idee preconcette”1. La fotografia รจ un mezzo potente per metterci di fronte al dolore degli altri. Ricordo una fotografia del 2009 apparsa su Paris Match: un immigrato respinto in Libia, inginocchiato, afferra implorante e piangente con le sue mani nude la mano coperta da un guanto di lattice azzurro di chi lo sta riportando lร da dove lui voleva andarsene, fotografia che contiene piรน veritร di ogni nostro ragionamento. Ecco la veritร che non andrebbe mai dimenticata quando ci si accapiglia nei dibattiti sulla difesa dell’identitร nazionale o religiosa, ecco il momento applicativo di una politica di respingimento colto nella fisicitร del “no” a un poveretto disperato. Le affermazioni di principio e gli slogan ideologici devono confrontarsi con un volto preciso, entrare in un faccia a faccia con una persona che chiede asilo, protezione, futuro, accoglienza. Non ci si dovrebbe mai dimenticare che dietro alle decisioni politiche e alle leggi sull’immigrazione vi รจ la sfida che il corpo del povero porta con sรฉ: e la nostra risposta a questa sfida non puรฒ essere un piede che schiaccia la mano appesa al bordo di un barcone. La fotografia consente di cogliere immediatamente e senza contorcimenti logici l’elementare veritร che sta dietro a ogni decisione politica e alle leggi da esse ispirate: che tale politica interferirร con il corpo di un uomo, con il suo volto, dunque con la sua anima, con il suo desiderio, con la sua storia, con la sua famiglia, con la sua biografia, e influenzerร la sua intera vita, nel bene o nel male. Fino al punto di aiutare la vita o di farsi complice della morte. E forse proprio quella foto esemplifica una delle forme della morte del prossimo di cui parla Luigi Zoja.
Scrive Edmond Jabรจs: “Avvicรฌnati, dice lo straniero. A due passi da me sei ancora troppo lontano. Mi vedi per quello che sei tu e non per quello che io sono”. Noi stiamo parlando di vedere gli stranieri, ma l’unica cosa seria, per ciascuno di noi, รจ di incontrarli nel faccia a faccia, personalmente, di ascoltare direttamente le loro storie, di vederli nell’occhio contro occhio.
Il titolo “Vedere gli stranieri” รจ la citazione di un testo attribuito a William Shakespeare:
Immaginate allora di vedere gli stranieri derelitti,
coi bambini in spalla, e i poveri bagagli
arrancare verso i porti e le coste in cerca di trasporto,
e che voi vi atteggiate aย re dei vostri desideri
โ lโautoritร messa a tacere dal vostro vociare alterato โ
e ve ne possiate stare tutti tronfi nella gorgiera della vostra presunzione.
Che avrete ottenuto? Ve lo dico io:ย avrete insegnato a tutti
che a prevalere devono essere lโinsolenza e la mano pesante.
Vorreste abbattere gli stranieri,
ucciderli, tagliar loro la gola, prendere le loro case
e tenere al guinzaglio la maestร della legge
per incitarla come fosse un mastino. Ahimรจ, ahimรจ!
Diciamo adesso che il Re,
misericordioso verso gli aggressori pentiti,
dovesse limitarsi, riguardo alla vostra gravissima trasgressione,
a bandirvi, dovโรจ che andreste? Che sia in Francia o Fiandra,
in qualsiasi provincia germanica, in Spagna o Portogallo,
anzi, ovunque non rassomigli allโInghilterra,
orbene,ย vi trovereste per forza ad essere degli stranieri.
Vi piacerebbe allora trovare una nazione dโindole cosรฌ barbara
che, in unโesplosione di violenza e di odio,
non vi conceda un posto sulla terra,
affili i suoi detestabili coltelli contro le vostre gole,
vi scacci come cani, quasi non foste figli e opera di Dio,
o che gli elementi non siano tutti appropriati al vostro benessere,
ma appartenessero solo a loro?ย Che ne pensereste
di essere trattati cosรฌ?ย Questo รจ quel che capita agli stranieri,
e questa รจ la vostra disumanitร da senzadio.
1Cf. Le septiรจme homme. Un livre dโimages et de textes sur les travailleurs immigrรฉs en Europe, par John Berger et Jean Mohr avec la collaboration de Sven Blomberg, Franรงois Maspero, Paris 1976.
