La fede è desiderare la salvezza senza cercare facili soluzioni
Martedì della IV settimana del Tempo Ordinario (Anno pari)
L’evangelista intreccia la storia di due donne, la prima affetta da dodici anni da una malattia invalidante e la seconda, una fanciulla che muore a dodici anni. Ciò che non erano riusciti a fare i medici, pagati profumatamente, lo opera Gesù.
La guarigione avviene non in seguito ad una richiesta ma grazie alla fede della donna certa che sarebbe stata sanata da Gesù se fosse riuscita a toccare anche solo il lembo del suo mantello. La speranza non è riposta in qualche sua operazione ma nella persona stessa di Gesù con il quale desidera entrare in contatto anche solamente sfiorandolo.
La fede della donna emorroissa la induce a non rassegnarsi al processo mortifero della malattia, ma a fare di tutto per entrare in comunicazione con Gesù. Nell’atteggiamento della donna non c’è nulla della platealità disperata che invece si riscontra nella supplica di Giàiro.
Forse quel capo della sinagoga voleva far leva sulla sua autorità che riconosce anche a Gesù; infatti, gli chiede esplicitamente di imporre le mani sulla figlioletta moribonda per essere salvata dalla morte. La speranza di Giàiro è legata al tempo contro il quale si lotta e la sua fede è messa a dura prova quando riceve la notizia che la morte è giunta prima di loro.
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Gesù forse ha perso tempo? Il tempo «perso» è in realtà un tempo prezioso per sostenere la fede di fronte alla morte. Era necessario che Giàiro ascoltasse la verità pronunciata dalla donna guarita per sperare nella salvezza non solo dalla morte, ma attraverso la morte.
La testimonianza della donna guarita ha la funzione di purificare la fede del papà della fanciulla perché sia pronto a cogliere nella sua risurrezione la salvezza che Gesù è venuto a portare.
La donna emorroissa è simbolo del discepolo di Gesù che non si lascia vincere dallo scoraggiamento e dalla rassegnazione ma lo segue per entrare in contatto con Lui e per ricevere quella forza che risana e perdona. Giàiro incarna colui che chiede l’aiuto di Dio ma che rischia arrendersi davanti al fallimento.
Ma è proprio in questi frangenti drammatici che dobbiamo fidarci della parola di Gesù riponendo ogni speranza in Lui anche a costo di essere derisi o insultati. Facilmente possiamo confondere il sonno con la morte.
Il sonno, per certi versi significa rifugiarci nella morte, preferendo arrenderci piuttosto che lottare e andare controcorrente, come invece ha fatto la donna emorroissa. Non dobbiamo abbandonarci rassegnati nelle braccia della morte come se fosse un destino ineluttabile, ma affidarci alla parola di Dio che ci prende per mano per rialzarci dopo ogni caduta e proseguire con Lui il cammino della vita.
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Commento a cura di don Pasquale Giordano
Vicario episcopale per l’evangelizzazione e la catechesi e direttore del Centro di Spiritualità biblica a Matera
Fonte – il blog di don Pasquale “Tu hai Parole di vita eterna“
