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don Pasquale Giordano – Commento al Vangelo del giorno – 21 Luglio 2024

Missione compiuta? – XVI DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO (ANNO B) – Lectio divina

Dal libro del profeta Geremìa Ger 23,1-6

Radunerò il resto delle mie pecore, costituirò sopra di esse pastori.

Dice il Signore:

«Guai ai pastori che fanno perire e disperdono il gregge del mio pascolo. Oracolo del Signore.

Perciò dice il Signore, Dio d’Israele, contro i pastori che devono pascere il mio popolo: Voi avete disperso le mie pecore, le avete scacciate e non ve ne siete preoccupati; ecco io vi punirò per la malvagità delle vostre opere. Oracolo del Signore.

Radunerò io stesso il resto delle mie pecore da tutte le regioni dove le ho scacciate e le farò tornare ai loro pascoli; saranno feconde e si moltiplicheranno. Costituirò sopra di esse pastori che le faranno pascolare, così che non dovranno più temere né sgomentarsi; non ne mancherà neppure una. Oracolo del Signore.

Ecco, verranno giorni – oracolo del Signore –

nei quali susciterò a Davide un germoglio giusto,

che regnerà da vero re e sarà saggio

ed eserciterà il diritto e la giustizia sulla terra.

Nei suoi giorni Giuda sarà salvato

e Israele vivrà tranquillo,

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e lo chiameranno con questo nome:

Signore-nostra-giustizia».

Pastori secondo il cuore di Dio

L’oracolo di Geremia verte attorno all’immagine del pastore quale rappresentazione del capo, ispirandosi alla figura di Davide, il pastore diventato re. La pericope liturgica è la risultante di oracoli distinti nel tempo; la loro composizione, come appare oggi nel testo biblico, è una sintesi della storia della salvezza.

Lo schema che ne risulta è quello classico degli oracoli di salvezza: denuncia-castigo-sostituzione-promessa. Il profeta denuncia la colpa dei capi che con il loro atteggiamento folle hanno causato la dispersione del popolo. Il riferimento storico diretto è alla prima deportazione in terra di Babilonia. La colpa dei capi consiste nel non aver tenuto conto dei bisogni del popolo, ma solo dei propri sogni di grandezza, e nell’aver cacciato il gregge dalla propria terra ovvero di aver allontanato Israele dal Signore.

La sentenza prevede il castigo che segue la legge del contrappasso: i capi, che credevano di non dover dare conto a nessuno, si ritrovano a dover rendicontare la loro opera ed essere giudicati in base ai loro misfatti. Il peccato dei cattivi pastori consiste nella corruzione della missione loro affidata da Dio: invece di pascere e prendersi cura del gregge lo hanno traviato. L’oracolo non si ferma alla sentenza di condanna ma si apre all’itinerario della giustizia che vede Dio stesso protagonista per il semplice fatto che Egli rimane l’unico vero pastore d’Israele.

Riafferma l’appartenenza del popolo a Lui e rivela la sua strategia per recuperare il rapporto con il suo gregge. Questo avviene in tre tempi: il rimpatrio dei deportati, la costituzione di pastori giusti e la consacrazione del re-pastore il cui nome è «Signore-nostra-giustizia». L’oracolo di Geremia intende fondare la speranza del popolo che vive il dramma dell’abbandono. Il profeta offre la chiave di lettura per cogliere nelle proprie vicende, spesso contorte e travagliate, l’opera di Dio che sempre apre strade per ritornare alle sorgenti della vita e offre occasioni per ristabilire relazioni fraterne intessute di giustizia e carità.

I destinatari dell’amore di Dio che recupera e sana sono costituiti a loro volta pastori. Essi non sostituiscono il Pastore ma sono incaricati di continuare e diffondere in maniera capillare l’amore di Dio: pascere quella piccola porzione di gregge loro affidata facendo crescere in esso il senso dell’appartenenza e dell’obbedienza al Pastore. Tutto il tempo converge verso il suo culmine quando sarà consacrato e costituito il grande Pastore, colui che pasce tutto il gregge con giustizia e misericordia.

Questa figura messianica supera e porta a compimento quella di Davide il quale è un anello nella catena della storia della salvezza. La promessa di una nuova generazione non si riferisce alla fecondità fisica ma a quella spirituale grazie alla quale i nuovi pastori diventano guide di un popolo capace di generare figlie e figli di Dio.

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+ Dal Vangelo secondo Marco Mc 6,30-34

Erano come pecore che non hanno pastore.

In quel tempo, gli apostoli si riunirono attorno a Gesù e gli riferirono tutto quello che avevano fatto e quello che avevano insegnato. Ed egli disse loro: «Venite in disparte, voi soli, in un luogo deserto, e riposatevi un po’». Erano infatti molti quelli che andavano e venivano e non avevano neanche il tempo di mangiare.

Allora andarono con la barca verso un luogo deserto, in disparte. Molti però li videro partire e capirono, e da tutte le città accorsero là a piedi e li precedettero.

Sceso dalla barca, egli vide una grande folla, ebbe compassione di loro, perché erano come pecore che non hanno pastore, e si mise a insegnare loro molte cose.

LECTIO

La pericope liturgica, saltando la parentesi narrativa del martirio del Battista (7, 14-29), riprende il racconto della missione evangelizzatrice affidata da Gesù ai Dodici (6, 7-13). L’evangelista Marco usa il temine «apostoli» non come sinonimo generico di «inviati» o «messaggeri», ma come termine tecnico per indicare, come fa anche Paolo nei suoi scritti, coloro che sono pienamente coinvolte nella missione dell’annuncio del Regno di Dio e nelle dinamiche evangeliche che esso attiva. Il ritorno degli apostoli (v. 30) fa da pendant al loro invio narrato nei vv. 7-13. Essi sono quelli che Gesù ha voluto intorno a sé che si riuniscono attorno a lui a rendere visibile il legame familiare che li unisce tra loro. Gesù è il centro e il perno della comunità che vive l’intimità nella forma della narrazione dell’esperienza di missione. Nella partecipazione a tutti del proprio vissuto l’accento viene posto sul fare a cui segue l’insegnamento. Gli apostoli appaiono più uomini del fare che annunciatori della Parola. Nel prosieguo del racconto Gesù riprende il ruolo di guida capovolgendo la priorità e facendo anticipare l’opera prodigiosa dei pani moltiplicati con l’insegnamento prolungato. Il contesto appare contrassegnato da una certa confusione dovuta al movimento continuo della folla. Il viavai della gente è dovuta al fatto che essa non è nelle condizioni di procurarsi da sé il cibo da mangiare. L’espressione «non avevano neanche il tempo di mangiare» può essere intesa che gli apostoli, come la folla che accorre, non erano nelle condizioni di procurarsi il cibo. Riferita agli apostoli l’inciso può significare che la loro missione li ha condotti innanzitutto a immedesimarsi nella condizione di povertà materiale e spirituale della gente. Nel vangelo di Luca Gesù applica a sé la profezia di Isaia, consacrato e inviato a evangelizzare i poveri (Lc 4); Matteo pone come primi destinatari dell’insegnamento i «poveri in spirito» (Mt 5).

Nei volti degli apostoli Gesù vi legge la stanchezza che è la stessa della gente che essi hanno incontrato e di cui si sono presi cura testimoniando con i fatti la prossimità di Dio. Probabilmente gli apostoli si sono scontrati anche con la delusione di chi, magari dopo un’iniziale entusiastica accoglienza, nella loro opera e nelle loro parole non ha trovato la soddisfazione alle domande e aspettative che portava nel cuore. Di qui l’invito a ritirarsi in solitudine in un luogo deserto. Le parole di Gesù ai Dodici richiamano alla mente quelle di Dio nel libro degli oracoli del profeta Osea: «la condurrò nel deserto e la parlerò al suo cuore» (Osea 2,16). Il luogo isolato è lo spazio nel quale vivere un’intimità ancora più profonda con Gesù grazie alla quale convertire gli affanni della vita in una vera esperienza dello Spirito che ricrea. Non si tratta di isolarsi e staccarsi dalla realtà, quanto piuttosto di rifondare e di rimotivare la missione radicandola in una maniera più forte alla relazione con Gesù per assumere i suoi sentimenti.

La proposta di Gesù viene accolta e la piccola comunità riunita nella barca riprende il viaggio verso la destinazione indicata e della quale si ribadisce essere un luogo deserto, che per definizione è un posto inospitale e pieno di insidie, abitato per lo più da animali selvatici. Come può un luogo deserto essere capace di rispondere al bisogno di riposo? Nell’ottica degli apostoli il luogo deserto era quello senza la presenza della gente le cui attese e pretese stavano diventando fonte di preoccupazione per i discepoli missionari. Nella storia d’Israele il deserto è il luogo in cui la moltitudine del popolo d’Israele si lamentava contro Dio delle condizioni d’indigenza nelle quali si era venuta a trovare seguendo Mosè. L’insistenza dell’evangelista sul luogo deserto potrebbe suggerire al lettore di leggere la vicenda alla luce nel racconto dell’esodo e dei rapporti conflittuali che avevano contraddistinto il cammino. I Dodici richiamano esplicitamente le tribù che componevano in origine il nascente popolo d’Israele. I dubbi dei pellegrini del deserto sono gli stessi dei Dodici. Il deserto è l’esperienza della purificazione del cuore, della separazione dal peccato accovacciato alla porta come il nemico che tende insidie, prima ancora che allontanamento da chi o da cosa possa essere fonte di turbamento.

I Dodici nella loro missione corrono il rischio, e avvolte cadono nel pericolo, di rincorrere affannosamente i propri obbiettivi, non accorgendosi che essi inseguono sogni che non sono corrispondenti alla volontà di Dio. Similmente la folla (i «molti») inseguono il gruppo degli apostoli precedendoli a piedi, ovvero con i loro poveri mezzi. I Dodici seguono le indicazioni del Maestro mentre la folla insegue la comunità. In parallelo sono le lente bracciate per navigare sull’acqua che non presenta particolari difficoltà e i passi frettolosi di chi corre verso il luogo dell’incontro con Gesù. In uno sguardo d’insieme ciò che prima sembra essere distinto, ora si ritrova nuovamente insieme: prima i Dodici senza Gesù, poi gli apostoli senza la gente, infine nello stesso luogo sotto la guida del Signore si riuniscono i Dodici e la folla.

Giunti a destinazione Gesù scende dalla barca. Marco non annota che lo seguono gli apostoli. L’attenzione è tutta concentrata su Gesù e sul suo sentimento ci compassione alla vista di quella folla. Dominano i verbi di movimento: all’uscire dalla barca, simbolo della zona di comfort, fa riscontro il verbo della compassione che è il movimento interiore delle viscere materne. La direzione del movimento è verso la folla. L’attesa della gente è espressione di accoglienza di Gesù che si dà ad essa innanzitutto col dono della Parola.

L’immagine del gregge senza pastore rende bene la realtà di un popolo bisognoso di una guida che dia senso al cammino della vita. In particolare in 1 Re 22 il re cattivo Acab, prima di intraprendere una campagna bellica per sete di potere e avidità di ricchezze, chiede il parere dei profeti di corte. Essi, tutti appiattiti sulle velleità del sovrano, lo incitano a portare a termine i suoi progetti bellici. Viene interpellato anche un profeta che è ritenuto un portatore di sfortuna e di cattive notizie il quale, uscendo dal coro profetizza l’esito negativo della guerra: «Vedo tutti gli Israeliti vagare sui monti come pecore che non hanno pastore. Il Signore dice: “Questi non hanno padrone; ognuno torni a casa sua in pace!”» (1Re 22,17). Nella tradizione anticotestamentaria, in cui forte è l’impronta lasciata dall’esperienza di popolo nomade e a vocazione pastorale, Israele è il gregge che appartiene al pastore per eccellenza che è Dio. Come tutti i popoli anche l’eletto volle essere governato da re che però spesso non furono all’altezza della loro missione. Tante sono le pagine nelle quali si stigmatizza la malvagità delle autorità che a causa della sete di vanagloria hanno tradito l’alleanza con Dio, allontanandosi da lui e facendo deviare il popolo verso il peccato d’idolatria. Dio si è impegnato ad assumersi in prima persona la responsabilità di guidare e curare il suo popolo nella persona del pastore «secondo il suo cuore». Egli, a differenza degli altri, non antepone i propri interessi alle esigenze del popolo ma si pone al suo servizio andandogli incontro. I Dodici sembrano essere spettatori ma in realtà essi assumono il ruolo di discepoli che imparano seguendo l’esempio del loro maestro. Dunque, Gesù, vedendo la folla si sente interpellato da Dio perché nel suo cuore riecheggiano le parole della Scrittura tra cui anche quella di Nm 27,17 in cui Mosè chiede a Dio di dare alla comunità d’Israele un uomo che sia a capo e che lo guidi nel suo cammino perché non si perda. Gesù assume la responsabilità di pastore e guida del gregge abbondando nel dono della Parola. Egli è veramente colui che aspetta il popolo di Dio perché è «Come un pastore che fa pascolare il gregge, lo raduna col suo braccio, porta gli agnellini sul petto e conduce dolcemente le pecore madri» (Is 40,11).

MEDITATIO

Missione compiuta?

La pagina evangelica di questa domenica riprende il racconto dell’invio missionario degli apostoli. Tra l’inizio dell’esperienza della missione e la sua conclusione, la narrazione inserisce un intermezzo nel quale si descrive il martirio di Giovanni Battista. Questo racconto ad incastro intreccia il tema della missione con quello della testimonianza che giunge fino al punto di perdere la vita a causa del vangelo. Il narratore non racconta solamente una cronaca ma, giocando con la tecnica della dissolvenza delle immagini, legge l’attività dei missionari in controluce con il martirio del Battista. In tal modo intende preparare il lettore ad entrare nella logica di Gesù, quella stessa che il Maestro vorrebbe far passare attraverso il suo insegnamento in parole e gesti.

Dopo una prima esperienza di missione in autonomia, gli apostoli si riuniscono attorno a Gesù per raccontagli ciò che è accaduto, il loro contatto con la gente, il modo con il quale hanno affrontato le difficoltà, gli effetti della loro predicazione e magari hanno anche esposto le loro idee o strategie per divulgare il vangelo oltre i confini.

La replica di Gesù è l’invito ad andare con lui in disparte, in un luogo deserto, loro soli, per riposare. Il narratore spiega il senso dell’iniziativa alludendo alla preoccupazione che Gesù ha per i suoi apostoli che si erano gettati a capofitto nella missione al punto di non avere il tempo per mangiare.

Chi non mangia rischia di venir meno lungo la strada. Lo stesso rischio lo corrono coloro che si lasciano prendere dal lavoro e corrono il serio pericolo di esaurirsi. Tuttavia, vi è un’insidia più pericolosa che minaccia l’attività missionaria e che la vanifica; si tratta dell’autoreferenzialità e del narcisismo spirituale. Gli apostoli, che sono stati inviati in missione, sono andati a due a due misurandosi con le loro forze senza la presenza fisica di Gesù. Investiti del suo stesso potere hanno operato e insegnato. Nel lavoro può affacciarsi e farsi sempre più spazio l’idea di contare solo su sé stessi e dare per scontato il fatto di essere testimoni e prolungamento nella storia dell’azione salvifica di Dio. La tentazione di sostituirsi a Dio è una minaccia sempre attuale sulla quale abbiamo bisogno di verificarci costantemente. Partecipare all’unica missione di Cristo e fare esperienza in prima persona della potenza del Vangelo non significa raggiungere una competenza tale da giustificare la pretesa di sostituirsi a Dio. Quando il narcisismo prende piede lo si alimenta con sogni di grandezza che da una parte allontanano dalla realtà e dall’altra fanno sbandare e creano confusione.

Quella piccola gita fuori porta, che nelle intenzioni di Gesù doveva essere un’occasione per riposare, sembra finire prima ancora d’iniziare perché la folla comprende le loro intenzioni e li precede.

Nella folla i Dodici devono riconoscere sé stessi, «pecore senza pastore». Si può essere senza pastore perché nei fatti si è scelto di farne a meno o si è preteso di sostituirsi a lui. Quelli che possono apparire semplicemente come i destinatari di una prestazione sono in realtà un gregge bisognevole del pastore che si prenda cura di loro. La compassione permette di avere uno sguardo più profondo della realtà che non si ferma al criterio dell’efficienza e dell’utile, ma coglie la necessità più profonda che alberga nel cuore di ogni uomo.  Solo un servizio che nasce dalla compassione è un ministero ordinato alla giustizia, altrimenti diventa una prestazione per la quale prima o poi si chiede il conto e si paga il prezzo.

La missione non è un programma da eseguire ma i suoi tempi e la sua modalità sono dettati dal bisogno della gente. La forma della missione s’ispira a quella della povertà di cui soffre la gente che s’incontra. Si può dire dell’evangelizzatore quello che si afferma di un uomo di cultura che non dice quello che sa ma sa quello che dice. L’evangelizzatore, come Gesù, modula il suo insegnamento a partire dalla compassione, ovvero dall’esperienza di intima comunione con la gente della quale si fa carico per prendersene cura.

Quando la missione sembra essere finalmente compiuta con il meritato riposo la storia invece ci ricorda che il servizio non va mai in vacanza e che il riposo è sì tempo di rigenerazione, non semplicemente delle forze fisiche, ma soprattutto dello Spirito. Riposarsi non significa isolarsi ma fare un’esperienza più profonda del cuore di Gesù da cui attingere ispirazione e forza per amare. Frammentati nelle mille faccende, sbriciolati come il pane nelle tante incombenze che ci divorano, abbiamo bisogno di momenti nei quali sentire compassione per noi stessi e avvertire il bisogno di essere nutriti di una parola che non riempie la pancia ma pacifica il cuore. La missione non può dirsi mai compiuta ma si compie strada facendo in un continuo movimento pendolare che oscilla tra il lasciarci istruire dalla Parola e l’insegnarla alle folle, tra l’intimità con il Signore e la compassione verso sé stessi e i fratelli, tra il farsi nutrire da Dio e il darsi da mangiare alla gente, tra l’essere pecore del Pastore che ascolta la sua voce e lo segue ed essere custodi attenti e premurosi del suo gregge.

Commento a cura di don Pasquale Giordano
Vicario episcopale per l’evangelizzazione e la catechesi e direttore del Centro di Spiritualità biblica a Matera

Fonte – il blog di don Pasquale “Tu hai Parole di vita eterna