Il Vangelo della Gioia
IV DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO (ANNO A)
Con questa domenica iniziamo a leggere il primo dei cinque grandi insegnamenti che l’evangelista Matteo riporta nel suo racconto evangelico. Si tratta di una raccolta di detti di Gesù, che ruotano attorno al concetto di giustizia, i quali compongono una sorta di overture in cui si ritrovano i temi principali che saranno sviluppati nel seguito della narrazione.
Comunemente il discorso è chiamato «della montagna», dal luogo sul quale Gesù sale per offrire il suo insegnamento alle folle, o «delle beatitudini» che disegnano il profilo del discepolo del Maestro, il quale indica la via della giustizia che conduce alla felicità. Infatti, l’attacco del discorso è dato da otto brevi espressioni introdotte dall’aggettivo «beato». Il termine greco alla lettera significa «senza preoccupazioni» e nella letteratura classica indicava lo stato di vita delle divinità. Si potrebbe tradurre anche con il termine «felice». Nella Scrittura ebraica il termine corrispondente non è mai attribuito a Dio ma solo all’uomo, in particolare a colui che ascolta e mette in pratica la parola di Dio (cf. Sal 1). Vi è dunque una sovrapposizione di significato tra beatitudine e giustizia, e quindi, una identificazione tra l’uomo giusto e quello beato.
L’aggettivo «beato», senza il verbo, indica una realtà presente, non una promessa. La felicità è la condizione attuale del discepolo del quale si descrive la sua disposizione interiore. A differenza di Luca, il cui discorso sembra più aderente alla realtà sociale, l’evangelista Matteo invece è più attento alla dimensione interiore della persona, infatti, egli parla di «poveri di spirito» e «puri di cuore». Tuttavia, le beatitudini proclamano una felicità paradossale se osservata dal punto di vista del mondo. Il contesto nel quale risuonano le beatitudini è tutt’altro che senza preoccupazioni e sofferenze.
L’ultima beatitudine allude alle persecuzioni subite per la giustizia da coloro che si sforzano di seguire la rotta del cammino tracciata dalla parola di Dio, facendo la sua volontà. A veder bene le beatitudini mettono in discussione il classico concetto di giustizia retributiva che fa di Dio un giudice, il quale si limita a dare il premio ai giusti e la condanna ai malvagi. Già il libro di Giobbe aveva messo in discussione questa visione delle cose che crea un cortocircuito di fede. Le beatitudini contengono un messaggio di speranza per i discepoli che, provati dalla vita, hanno la necessità di essere sostenuti dalla fede per perseverare nella giustizia, la quale, proprio attraverso le difficoltà, cresce superando quella rituale e formale degli scribi e dei farisei (cf. Mt 5,20) per giungere alla perfezione del Padre (Cf. Mt 5, 48).
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La beatitudine è la perfezione dell’amore, ovvero vivere la carità in sommo grado.
Il soggetto operativo delle beatitudini è Dio nel quale i perseguitati per la giustizia, che sono poveri di spirito, trovano rifugio e sostegno, gli afflitti ricevono la consolazione per non essere divorati dalla tristezza, gli affamati e gli assetati di giustizia attingono la forza per non soccombere sotto il peso della prova e continuare a lottare per il bene comune, i miti sono colmati della speranza per non cedere alla vendetta, i misericordiosi sono ispirati per far prevalere la misericordia sul giudizio e perseverare nella carità fraterna, i puri di cuore sono illuminati dalla sapienza per discernere sempre la volontà di Dio e gli operatori di pace trovano la creatività necessaria per aprire sempre nuove strade che conducono alla riconciliazione.
Se si accosta il primo insegnamento di Gesù nel vangelo Luca, ambientato nella sinagoga di Nazaret (cf. Lc 4, 18-19) e l’avvio del discorso delle beatitudini in Matteo, che invece è collocato sul monte, noteremmo che sullo sfondo c’è in entrambi l’oracolo del profeta Isaia (Is 61, 1-2). Nel vangelo di Luca l’accento è posto sul «consacrato» di Dio inviato ad annunciare ai poveri il vangelo. Esso non è semplicemente un messaggio da trasmettere a parole, ma con Gesù diventa realtà da sperimentare perché il suo vangelo è da lui predicato e praticato. Sicché il vangelo diventa esperienza di liberazione per i prigionieri, di guarigione per i ciechi, di libertà per gli oppressi, di misericordia per i peccatori. Nella stessa ottica vanno lette e accolte le «beatitudini» che sono il Vangelo della Gioia. Gesù non promette la felicità ma offre la gioia di Dio, ovvero il suo amore vivo e vivificante; non assicura l’assenza di prove e di sofferenze ma rivela la sua costante presenza. Lo sguardo di Dio non è inquisitorio ma benevolo perché non cerca la colpa ma si prende cura di chi soffre a causa del suo o dell’altrui peccato.
Nelle beatitudini la gioia è presente, perché è il dono del Vangelo di Dio offerto a tutti gli uomini, ma è anche promessa la cui realizzazione futura è legata alla volontà di chi lo mette in pratica e diventa a sua volta evangelizzatore, predicando e praticando con la vita il Vangelo.
Nella figura del perseguitato a causa del Vangelo sono rappresentate tutte le vittime dell’ingiustizia, soprattutto per il fatto di appartenere a Dio piuttosto che al mondo e perché scelgono di rimanere fedeli allo stile evangelico, che trova il suo modello in Gesù Cristo crocifisso e risorto, invece che adattarsi alle regole e consuetudini mondane.
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Le beatitudini disegnano il profilo di Cristo e del cristiano, uomini della gioia, portatori del Vangelo e testimoni di un mondo nuovo, che inizia a realizzarsi nel presente per essere poi pienamente compiuto nel futuro della vita eterna.
Meditatio
Il Vangelo della gioia: le beatitudini come rivelazione del volto di Dio e dell’uomo riuscito
La preghiera di colletta della IV Domenica del Tempo Ordinario orienta fin dall’inizio l’ascolto della Parola verso una dimensione interiore e relazionale: si chiede a Dio di sostenere il suo popolo perché, cercandolo con cuore sincero, possa vivere nella gioia e nella pace. Non si tratta di una gioia superficiale o evasiva, ma di una condizione profonda, legata alla comunione con Dio e alla fedeltà al suo progetto. La liturgia suggerisce così che la vera felicità non è il risultato di circostanze favorevoli, ma il frutto di una relazione giusta con il Signore.
La prima lettura, tratta dal profeta Sofonia, colloca questa prospettiva nel contesto drammatico del post-esilio. Il popolo d’Israele è ridotto a un “resto”, povero e umile, privo di sicurezze politiche e militari. Eppure, proprio questo resto diventa il luogo della speranza. Dio non ricostruisce a partire dai forti, ma dagli umili; non fonda il futuro sulla potenza, ma sulla fiducia. La povertà di cui parla il profeta non è miseria subita, ma atteggiamento del cuore: è lo spazio interiore in cui l’uomo rinuncia a confidare in sé stesso per affidarsi a Dio. Solo un cuore così può diventare dimora della presenza divina.
Il salmo responsoriale raccoglie questa intuizione e la trasforma in lode. Il Signore è celebrato come colui che rende giustizia agli oppressi, rialza chi è caduto, protegge i piccoli. Non è un Dio neutrale, ma un Dio schierato: non dalla parte dei potenti, bensì di coloro che riconoscono il proprio bisogno. Il salmo non descrive un ideale astratto, ma racconta un’esperienza concreta di salvezza, vissuta da chi ha imparato a confidare nel Signore.
Anche Paolo, nella prima lettera ai Corinzi, si muove nella stessa direzione. Egli invita la comunità a rileggere la propria chiamata: non molti sapienti, non molti potenti, non molti nobili. Questa constatazione non è umiliante, ma liberante. Paolo smaschera la tentazione di misurare la vita cristiana con i criteri del mondo. Dio ha scelto ciò che è debole per confondere i forti, non per umiliarli, ma per mostrare che la salvezza è grazia. La comunità cristiana non è il luogo dell’autorealizzazione narcisistica, ma dello stupore riconoscente. Dio non solo fa grandi cose ai poveri, ma le fa con i poveri, coinvolgendoli nel suo progetto.
In questo orizzonte si colloca il vangelo delle beatitudini (Mt 5,1-12), che costituisce l’apertura solenne del grande discorso della montagna. Matteo presenta Gesù che sale sul monte, si siede e insegna: il gesto richiama la figura di Mosè, ma il contenuto dell’insegnamento va ben oltre una semplice riproposizione della Legge. Gesù non enuncia precetti, ma proclama felicità. Questo è il dato sconvolgente: il discorso non inizia con un “devi”, ma con un “beati”.
Il termine “beati” non introduce una promessa futura, ma una dichiarazione presente. Gesù non dice: “sarete beati”, ma “siete beati”. Le beatitudini descrivono una condizione già reale, anche se fragile e paradossale. Esse non negano il dolore, il pianto, la persecuzione, ma li collocano dentro una relazione che salva. La felicità evangelica non coincide con l’assenza di sofferenza, ma con la presenza di Dio dentro la sofferenza.
I Padri della Chiesa hanno colto profondamente questa dimensione. Agostino, nel De sermone Domini in monte, interpreta le beatitudini come il ritratto unitario del discepolo. Non sono otto categorie diverse di persone, ma otto tratti di un unico cammino di maturazione spirituale. La povertà di spirito è l’inizio, perché libera dall’orgoglio; la purezza di cuore è il vertice, perché rende capaci di vedere Dio. In mezzo, si dispiega un itinerario di trasformazione interiore che conduce l’uomo a diventare conforme a Cristo.
Gregorio di Nissa insiste sul carattere dinamico delle beatitudini. Esse non sono uno stato statico, ma una tensione verso una pienezza sempre più grande. La fame e la sete di giustizia non si esauriscono mai, perché l’amore di Dio è infinito. In questa prospettiva, la beatitudine non è un premio finale, ma una forza che sostiene il cammino, soprattutto nelle prove.
Giovanni Crisostomo, commentando le beatitudini, sottolinea il loro carattere profondamente realistico. Gesù non idealizza la vita dei discepoli, ma li prepara alla persecuzione. L’ultima beatitudine, quella dei perseguitati per la giustizia, non è un’aggiunta marginale, ma la chiave di lettura di tutte le altre. Vivere secondo il Vangelo espone al conflitto, perché mette in discussione i criteri del mondo. Tuttavia, proprio in questa esposizione si manifesta la comunione più profonda con Cristo.
Le beatitudini smascherano una visione retributiva della fede. Dio non distribuisce felicità come ricompensa per i buoni comportamenti, ma si fa vicino a chi vive situazioni di fragilità e sceglie di affidarsi a lui. La giustizia evangelica non è equilibrio matematico, ma fedeltà all’amore. Essa cresce nel tempo della prova, supera la giustizia formale degli scribi e dei farisei e tende alla perfezione del Padre, che è misericordia.
La IV Domenica del Tempo Ordinario consegna così al credente una rivelazione decisiva: la felicità non è altrove, né rimandata a un futuro indefinito. Essa nasce quando l’uomo accetta di lasciarsi amare da Dio e di vivere secondo la logica del dono. Le beatitudini non sono un’utopia irraggiungibile, ma il Vangelo vissuto da Gesù stesso, che i discepoli sono chiamati a incarnare nella storia.
La Parola interpella la vita
Quali immagini di felicità guidano oggi le mie scelte: quelle del Vangelo o quelle suggerite dal mondo?
In quali situazioni di fragilità, mia o altrui, faccio fatica a riconoscere la presenza e l’azione di Dio?
Che volto di Cristo sono chiamato a rendere visibile, concretamente, nella mia vita quotidiana?
Commento a cura di don Pasquale Giordano
Vicario episcopale per l’evangelizzazione e la catechesi e direttore del Centro di Spiritualità biblica a Matera
Fonte – il blog di don Pasquale “Tu hai Parole di vita eterna“
