don Pasquale Giordano – Commento al Vangelo del 24 Settembre 2023

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Tutto è grazia di Dio

XXV DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO (ANNO A)

Dal libro del profeta Isaìa Is 55,6-9

I miei pensieri non sono i vostri pensieri.

Cercate il Signore, mentre si fa trovare,

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invocatelo, mentre è vicino.

L’empio abbandoni la sua via

e l’uomo iniquo i suoi pensieri;

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ritorni al Signore che avrà misericordia di lui

e al nostro Dio che largamente perdona.

Perché i miei pensieri non sono i vostri pensieri,

le vostre vie non sono le mie vie. Oracolo del Signore.

Quanto il cielo sovrasta la terra,

tanto le mie vie sovrastano le vostre vie,

i miei pensieri sovrastano i vostri pensieri.

La benevolenza di Dio sorgente della grazia

Il capitolo 55 del Libro del Profeta Isaia si apre con l’invito rivolto al popolo, che si trova in esilio, a non dare ascolto a chi fomenta la rabbia e la tristezza ma a prestare attenzione, invece, alla parola di Dio, l’unica che è capace di saziare la fame di giustizia e placare la sete di pace. La conversione consiste nel distogliere lo sguardo da ciò che rende schiavi della paura e inganna con l’idea dell’auto-salvezza mediante le proprie opere, per rivolgere il cuore verso Dio. Il profeta denuncia quel tipo di ragionamento che gira attorno al proprio io e che genera pensieri terra-terra; da una parte l’uomo cerca di farsi Dio a propria immagine e somiglianza, cancellando con Lui ogni differenza, e, dall’altra, innesca meccanismi perversi di competizione basati sui meriti personali, presunti o reali. Di conseguenza, si vìola il primo comandamento per il quale Dio è uno e inimitabile. La conversione consiste nell’alzare gli occhi del cuore verso il cielo perché, contemplando le opere di Dio nel creato e nella storia, si possa ambire ad avere i suoi stessi sentimenti e ad elevarsi fino al punto di ragionare con i suoi criteri di giustizia. Così, l’uomo impara che tutto è grazia e che l’unico criterio valido di giudizio e di operazione è la benevolenza.

Dalla lettera di san Paolo apostolo ai Filippési Fil 1,20-24.27

Per me vivere è Cristo.

Fratelli, Cristo sarà glorificato nel mio corpo, sia che io viva sia che io muoia.

Per me infatti il vivere è Cristo e il morire un guadagno.

Ma se il vivere nel corpo significa lavorare con frutto, non so davvero che cosa scegliere. Sono stretto infatti fra queste due cose: ho il desiderio di lasciare questa vita per essere con Cristo, il che sarebbe assai meglio; ma per voi è più necessario che io rimanga nel corpo.

Comportatevi dunque in modo degno del vangelo di Cristo.

Mio Signore, mio tutto

Nel suo ministero apostolico Paolo ha rischiato più volte di morire. Ogni volta lo scampato pericolo è letto dall’apostolo come un invito a rialzarsi per riprendere il cammino dell’evangelizzazione. Umanamente parlando Paolo sente il peso della stanchezza e in cuor suo desidera essere totalmente essere unito a Cristo; tuttavia, il suo amore per la Chiesa lo spinge a non tirare i remi in barca ma a spendersi per essa fino alla fine, fin quando il Signore vorrà. Anche se provato, le parole dell’apostolo trasmettono le emozioni e i sentimenti di un uomo che vive nella pace e ha il cuore in pace perché qualsiasi sia la condizione che si trova a vivere, egli tende sempre verso Gesù. La gioia pervade sia la fatica del ministero e il dolore delle prove (è in carcere ad Efeso), sia il suo ardente desiderio di vere Cristo in tutte le dimensioni del proprio essere. Cristo Gesù è l’unica ragione della sua vita, l’unico modello da seguire, l’unico amore per cui donarsi fino alla morte.

+ Dal Vangelo secondo Mt 20, 1-16

Sei invidioso perché io sono buono?

In quel tempo, Gesù disse ai suoi discepoli questa parabola:

«1 Il regno dei cieli è simile a un padrone di casa che uscì all’alba per prendere a giornata lavoratori per la sua vigna. 2Si accordò con loro per un denaro al giorno e li mandò nella sua vigna. 3Uscito poi verso le nove del mattino, ne vide altri che stavano in piazza, disoccupati, 4e disse loro: “Andate anche voi nella vigna; quello che è giusto ve lo darò”. 5Ed essi andarono. Uscì di nuovo verso mezzogiorno, e verso le tre, e fece altrettanto. 6Uscito ancora verso le cinque, ne vide altri che se ne stavano lì e disse loro: “Perché ve ne state qui tutto il giorno senza far niente?”. 7Gli risposero: “Perché nessuno ci ha presi a giornata”. Ed egli disse loro: “Andate anche voi nella vigna”.

8Quando fu sera, il padrone della vigna disse al suo fattore: “Chiama i lavoratori e da’ loro la paga, incominciando dagli ultimi fino ai primi”. 9Venuti quelli delle cinque del pomeriggio, ricevettero ciascuno un denaro. 10Quando arrivarono i primi, pensarono che avrebbero ricevuto di più. Ma anch’essi ricevettero ciascuno un denaro. 11Nel ritirarlo, però, mormoravano contro il padrone 12dicendo: “Questi ultimi hanno lavorato un’ora soltanto e li hai trattati come noi, che abbiamo sopportato il peso della giornata e il caldo”. 13Ma il padrone, rispondendo a uno di loro, disse: “Amico, io non ti faccio torto. Non hai forse concordato con me per un denaro? 14Prendi il tuo e vattene. Ma io voglio dare anche a quest’ultimo quanto a te: 15non posso fare delle mie cose quello che voglio? Oppure tu sei invidioso perché io sono buono?”. 16Così gli ultimi saranno primi e i primi, ultimi”.».

Lectio

Contesto

Dopo il discorso comunitario del cap. 18 inizia una sezione narrativa che va da 19,3 a 20,34. Matteo in questa sezione elabora il cap. 10 di Marco che chiude il viaggio di Gesù verso Gerusalemme. La sezione è aperta da un dittico composto da due episodi. Nel primo i farisei pongono a Gesù la questione del divorzio e nel secondo, i discepoli allontanano i bambini da Gesù. In entrambe le situazioni il Maestro accorcia le distanze e condanna ogni divisione (19,3-12.13-15).

A questi due episodi segue quello che vede come protagonista un uomo ricco (19, 16-22) che rinuncia a seguire Gesù a causa delle ricchezze che possedeva e dalle quali non intende separarsi. La mancata sequela offre a Gesù l’occasione per insegnare ai suoi discepoli la vera ricchezza del Regno dei cieli e il suo pieno godimento nel giorno finale (19,23-26). Le parole di Gesù suscitano l’obiezione di Pietro al quale viene replicato con alcuni detti riguardanti i tempi escatologici, il giudizio d’Israele e il rapporto tra il discepolo e la famiglia (19,27-29).

Nella terza parte della sezione sono presentati in ordine la parabola degli operai della prima e dell’ultima ora (19,30-20,16), l’ultimo annuncio della passione e della risurrezione e le reazioni (20, 20-28) e, infine, il miracolo dei due ciechi di Gerico (20, 29-34).

Dunque, la parabola degli operai della vigna si colloca tra l’episodio del rifiuto del ricco di seguire Gesù al quale preferisce il possesso dei suoi beni e il terzo annuncio della passione e della risurrezione con il quale Gesù sugella la sua decisione di seguire la volontà del Padre spogliandosi di tutto.

La parabola è la prima di tre che hanno in comune la vigna come ambientazione; le altre due parabole della vigna sono quella «dei due figli» (21, 28-32) e «dei vignaioli omicidi» (21, 33-45).

Struttura

Il brano liturgico esclude 19,30 che invece fa parte della pericope perché il detto è richiamato da Gesù in 20,16 a commento della parabola. Il racconto, in quanto tale, inizia al v.1 e termina al v. 15 del cap. 20. I due detti che incorniciano il racconto ne forniscono la chiave ermeneutica. La parabola è fondamentalmente divisa in due parti: nella prima il protagonista è il padrone che esce più volte per chiamare gli operai a lavorare nella sua vigna; nella seconda i protagonisti sono gli operai che ricevono il salario dal padrone. L’atteggiamento del padrone della vigna, sia nella chiamata degli operai che nell’ordine usato per dare loro la ricompensa suscita degli interrogativi. La giusta risposta ad essi dipende dal punto di vista che si assume.

vv. 1-7 – 1 Il regno dei cieli è simile a un padrone di casa che uscì all’alba per prendere a giornata lavoratori per la sua vigna. 2Si accordò con loro per un denaro al giorno e li mandò nella sua vigna. 3Uscito poi verso le nove del mattino, ne vide altri che stavano in piazza, disoccupati, 4e disse loro: “Andate anche voi nella vigna; quello che è giusto ve lo darò”. 5Ed essi andarono. Uscì di nuovo verso mezzogiorno, e verso le tre, e fece altrettanto. 6Uscito ancora verso le cinque, ne vide altri che se ne stavano lì e disse loro: “Perché ve ne state qui tutto il giorno senza far niente?”. 7Gli risposero: “Perché nessuno ci ha presi a giornata”. Ed egli disse loro: “Andate anche voi nella vigna”.

L’arco temporale del racconto è una giornata lavorativa che va dal sorgere del sole fino al suo tramonto. Dal contesto immediato si evince che il tempo indicato è quello che quale Gesù è la luce che è sorta nella sua nascita e che sta per tramontare con la sua morte. Egli, con la sua predicazione e i suoi atti miracolosi, chiama gli uomini e le donne a seguirlo. Ci sono quelli che sono chiamati per primi e quelli che incontrano il Signore fino all’ultimo momento.

L’uscire del «padrone di casa» dalla propria dimora per cercare e incontrare gli operai indica e implica la necessità di lasciare ciò che gli appartiene e il suo controllo affinché possano lavorare nella sua vigna un numero di operai più alto possibile. Si contano ben cinque uscite del padrone a cui corrispondono altrettanti invii nella sua vigna. Essa, nel linguaggio biblico, indica il popolo eletto. Il numero elevato di operai missionari (inviati) rivela l’ampiezza del campo di lavoro che per grandezza farebbe pensare al mondo intero. Al cap. 28 Gesù invia i discepoli missionari in tutto il mondo. Tutto il mondo è la casa di cui Dio è il Signore. Tutti appartengono a Dio e tutti sono chiamati a lavorare per il bene comune. Gli operai chiamati hanno in comune la vocazione, la sua origine e il suo fine. Se unico è colui che chiama, uno anche è il denaro pattuito con tutti. Tutti gli operi pattuiscono la ricezione di un denaro. La ricompensa è definita «ciò che è giusto». Dunque, il fine comune del lavoro è la giustizia, ovvero l’equità. Davanti a Dio siamo tutti uguali. Gli ultimi sono quelli che nessuno ha scelto per ingaggiarli forse perché ritenuti non idonei. Essi sono inoperosi non perché fannulloni ma perché non hanno avuto l’occasione di essere interpellati. La loro attesa viene premiata ed essi, pur consapevoli di dover lavorare una sola ora lo fanno senza preoccuparsi del salario che presumibilmente sarebbe stato quasi irrisorio. Una sorpresa li attendeva.  

vv. 8-15 – 8Quando fu sera, il padrone della vigna disse al suo fattore: “Chiama i lavoratori e da’ loro la paga, incominciando dagli ultimi fino ai primi”. 9Venuti quelli delle cinque del pomeriggio, ricevettero ciascuno un denaro. 10Quando arrivarono i primi, pensarono che avrebbero ricevuto di più. Ma anch’essi ricevettero ciascuno un denaro. 11Nel ritirarlo, però, mormoravano contro il padrone 12dicendo: “Questi ultimi hanno lavorato un’ora soltanto e li hai trattati come noi, che abbiamo sopportato il peso della giornata e il caldo”. 13Ma il padrone, rispondendo a uno di loro, disse: “Amico, io non ti faccio torto. Non hai forse concordato con me per un denaro? 14Prendi il tuo e vattene. Ma io voglio dare anche a quest’ultimo quanto a te: 15non posso fare delle mie cose quello che voglio? Oppure tu sei invidioso perché io sono buono?”.

Alla fine della giornata arriva il momento della ricompensa che il padrone puntualmente dà agli operai. Il fattore, incaricato del salario, riceve l’indicazione di pagare partendo dagli ultimi operai i quali, immaginiamo con loro meraviglia, ricevono la ricompensa che il padrone aveva pattuito con i primi servi. Presumibilmente la gioia di questi lavoratori viene narrata agli altri. Man mano che scorre la fila, negli operai della prima ora cresce l’attesa di ricevere una ricompensa maggiore rispetto a quelli che hanno lavorato un’ora soltanto. La loro attesa viene delusa quando ricevono un trattamento uguale agli altri. Per essi è una palese ingiustizia e non mancano di farlo notare. La mormorazione tradisce la rabbia per quello che gli operai pagati per ultimi hanno subito.

Il padrone rimprovera colui che mormora, forse più degli altri. L’appellativo «amico» non è ironico ma, anche nelle altre due volte in cui viene impiegato (nella parabola degli invitati alle nozze in 22,12 e nei confronti di Giuda in 26,50) intende mostrare l’interesse verso chi viene istruito da Gesù o dal protagonista della parabola, anche con toni severi. Il padrone si difende dall’accusa di essere ingiusto perché il tale ha ricevuto quanto era stato pattuito. In realtà, la rabbia non è causata dall’atteggiamento del padrone ma ha la sua origine nell’invidia di cui l’operaio è vittima. L’invidia travisa la realtà per cui il bene, che ha mosso il padrone a uscire per ben cinque volte e a chiamare a lavorare fino ad una prima del tramonto, non viene proprio considerato. Egli, infatti, rimane legato al suo punto di vista e alla sua attesa delusa.

v. 16 – 16Così gli ultimi saranno primi e i primi, ultimi

La chiosa finale di Gesù fa da pendant con 19,30: «Molti (che sono) primi saranno ultimi e gli ultimi primi. Si nota un ribaltamento delle due espressioni. Si ripropone in forma letteraria il contenuto del detto che mette in evidenza proprio il ribaltamento della situazione. Quelli che pensano di essere nella Chiesa (la vigna) i «primi» perché hanno più esperienza, conoscenze e competenze e si vantano di aver faticato di più degli altri, facendone un vanto, corrono il rischio di diventare ultimi, ovvero inoperosi a causa dell’invidia e dell’orgoglio. Mentre gli «ultimi», perché scartati e giudicati indegni sperimentano con meraviglia quanto siano tenuti in considerazione da Dio.

La conclusione della parabola, anteponendo gli «ultimi» ai «primi», intende incoraggiarli e consolarli perché Dio vuole che tutti siano salvi e abbiano la possibilità di lavorare per il Regno dei cieli. Questi «ultimi» sono i pagani verso i quali i giudeo-cristiani più rigidi vedevano con diffidenza. Essi non devono scoraggiarsi se vengono giudicati e sono oggetto di persecuzione perché per essi è preparata la ricompensa della vita eterna che è la vocazione universale alla santità.

Meditatio

Umili operai del vangelo e gioiosi testimoni della Misericordia

La liturgia della Parola di questa domenica si apre con l’esortazione del profeta Isaia a cercare il Signore mentre si fa trovare e a invocarlo mentre è vicino. A questo invito fa eco il Salmo 144 nel quale l’orante benedice Dio per la sua bontà e la sua misericordia; Lui è buono verso tutti, la sua tenerezza si espande su tutte le creature e si fa prossimo a chiunque lo invoca con sincerità.

Le parole del salmista potrebbero adattarsi benissimo agli operai di cui parla il vangelo, protagonisti, insieme con il padrone di casa, della parabola narrata da Gesù. Il racconto all’inizio sembra descrivere una scena usuale nella quale il proprietario di una vigna ha bisogno di operai e va in piazza per cercarli. La particolarità sta nel fatto che il padrone esce ben cinque volte nell’arco di tutta la giornata e ingaggia gli operai, i quali non vengono chiamati dopo una selezione ma sono direttamente inviati a lavorare nella vigna.

È evidente che il padrone di casa sia Dio che vive in permanente stato di missione perché ogni tempo è quello giusto per incontrare gli uomini e per far loro la proposta di vita eterna. La proposta intercetta l’attesa degli uomini, così come il proprietario della vigna incontra il bisogno degli operai. Ciò che muove Dio ad andare incontro all’uomo e chiamarlo con sé non è una sua necessità, ma il bisogno più profondo dell’uomo stesso di dare senso al tempo della vita. Dio non soddisfa semplicemente i bisogni ma porta a compimento la vocazione di ciascuno. Infatti, gli operai, sia quelli della prima ora sia gli ultimi, sono accomunati dal medesimo invito ad andare a lavorare nella vigna. Gli operai dell’ultima ora non erano stati scelti da nessuno e tutti li avevano scartati. Questi tali rappresentano gli uomini e donne che per tanti motivi non sono riusciti a realizzarsi nella vita e a concretizzare il loro desideri più profondi; pur avendo sogni e progetti non hanno trovato spazi e occasioni per valorizzare i loro carismi. Dopo una vita passata a girare a vuoto hanno incontrato il Signore che ha dato loro un senso per vivere. Essere ricompensati per primi vuole significare che Dio ha una preferenza verso gli ultimi, gli esclusi, gli emarginati. Agli occhi degli uomini non valgono nulla mentre agli occhi di Dio sono preziosi.

Il racconto non lo dice, ma è facile immaginare lo stupore degli ultimi diventati i primi ad essere pagati. Non importa per quanto tempo hanno faticato e cosa hanno fatto, ma ricevono la ricompensa promessa a chi è stato ingaggiato sin dall’inizio. La meraviglia con la quale assistiamo ai miracoli quotidiani, lo stupore legato alla scoperta di un volto di Dio molto diverso dal sentito dire, permette di entrare più in profondità nel mistero del suo amore. Dio non ci tratta secondo i nostri meriti e non ci ripaga secondo le nostre colpe (Cf. Sal 102).

Cercare il Signore significa desiderare di conoscerlo e amarlo di più, non più come schiavi ma come figli. San Paolo, parlando ai Filippesi, confida il suo imbarazzo nel seguire due desideri che sembrano contrapposti ma sono complementari: essere con Cristo oltre questa vita ed essere con i fratelli nella Chiesa e lavorare con frutto in questa vita. L’apostolo è uno di quegli operai chiamati a «lavorare nella vigna del Signore» dopo i Dodici, che invece hanno seguito Gesù fin dall’inizio. Eppure, quando ha incontrato il Signore sulla via di Damasco che lo chiamava alla salvezza, ha visto la sua vita trasformata radicalmente. Ha sperimentato la misericordia di Dio che, chiamandolo, lo ha liberato dalla schiavitù del peccato, quello dell’orgoglio e dell’autoreferenzialità.

All’origine della fede non c’è una idea, ma l’incontro con Gesù, crocifisso e risorto, immagine visibile del Dio invisibile, Parola del Padre, carezza dello Spirito. Chi accoglie Gesù e risponde al suo invito a seguirlo nel cammino del discepolato vede cambiare l’orizzonte della propria vita e con esso anche la direzione dei propri desideri. In ogni evento della vita Dio si fa incontrare, perché non è il “totalmente altro” ma “l’assolutamente prossimo”. Dio ci ama così come siamo, ma non ci lascia come ci trova. Ci invita ad «abbandonare i pensieri iniqui» per imparare ad assumere il suo stesso pensiero. Il Signore ha per così dire un “pensiero fisso”: la vita e la felicità dei suoi figli.

Lavorare con frutto nella vigna del Signore significa vivere la missione come la vive Dio. La fatica è fruttuosa se risponde alle istanze dei fratelli con i quali si condivide la comune figliolanza di Dio, la medesima vocazione alla gioia e lo stesso bisogno di essere aiutato e salvato. Dobbiamo evitare il pericolo di dimenticare quello che siamo, figli peccatori, e come siamo stati sanati dalla misericordia del Signore. Farne continua memoria nella preghiera di ringraziamento ci aiuterà a debellare la malattia dell’invidia che alimenta la ribellione a Dio e le lotte fratricide.

La ricompensa che Dio promette agli operai non si misura in base alla quantità del lavoro svolto ma è il frutto della missione svolta con gli stessi sentimenti di Dio. Chi serve amando con lo stesso cuore di Gesù rimane gioioso anche nelle difficoltà. Anche la prospettiva della morte non fa paura perché chi è riconoscente a Dio per la sua misericordia altro non desidera che far sperimentare agli altri la stessa dolcezza che lui ha gustato nel perdono e la stessa forza che ha ricevuto quando, rifiutato e giudicato dagli uomini, ha trovato nella Chiesa rifugio e aiuto per ricominciare.

Tutti uguali davanti alla legge … dell’Amore

Quanto mutevole è il nostro modo di vedere la realtà e di interpretarla lo dimostra questa parabola nella quale da una parte c’è il padrone di una vigna che esce più volte lungo tutto l’arco della giornata per chiamare operai a lavorare nella sua vigna e dall’altra i lavoratori. Nel racconto avvengono due cose strane. La prima è il fatto che il padrone chiama a tutte le ore. Chiama fino alla fine e coinvolge tutti, anche chi è stato scartato dagli altri. La seconda è il modo con il quale paga la giornata di lavoro dimostrando che per lui non conta quanto ha lavorato un operaio ma che abbia accettato di servirlo. Questi due particolari rivelano la logica di Dio, l’unico buono, come Gesù aveva detto al giovane ricco. Dio ragiona secondo una logica che mette al centro la persona e non il Suo interesse perché ciò che gli sta a cuore non è il guadagno personale ma la nostra felicità che passa attraverso la soddisfazione dei bisogni più profondi. La ricompensa che il padrone offre agli operai è un insegnamento che, se colto, diventa un tesoro grandioso che supera le aspettative. Dio non fa torto a nessuno perché non cambia idea rispetto all’uomo. Egli lo ama a prescindere dai suoi meriti e continuamente lo chiama a servirlo. Se lo sguardo di Dio, che non guarda i meriti o le colpe, ma il bisogno dei suoi figli, non muta, assistiamo invece al cambiamento di faccia degli operai, quelli della prima ora che hanno affrontato la fatica della giornata non con spirito di gratitudine per essere stati chiamati, ma con la speranza legata alla ricompensa pattuita. Poi, vedendo che gli ultimi venivano pagati per primi, hanno immaginato di dover meritare di più di quanto pattuito. Quello che fa arrabbiare gli operai della prima ora è l’invidia che deforma la realtà. Per cui gli altri operai non sono visti come fratelli destinatari della comune eredità, ma con disprezzo perché paragonati a loro. Ciò che indigna è l’essere trattati alla stessa stregua di quelli che sono considerati i meno meritevoli. L’invidia prende il posto lasciato dalla gratitudine e la mormorazione quello abbandonato dalla preghiera. Ma quando facciamo tesoro della compassione ricevuta e lodiamo il Signore per la misericordia che ci ha usato ci appare chiaro che siamo tutti uguali davanti alla legge … dell’Amore.

Commento a cura di don Pasquale Giordano
Vicario episcopale per l’evangelizzazione e la catechesi e direttore del Centro di Spiritualità biblica a Matera

Fonte – il blog di don Pasquale “Tu hai Parole di vita eterna