don Marino Gobbin – Commento alle Letture di domenica 5 Gennaio 2020

PRIMA LETTURA

La Sapienza divina presenta se stessa e la propria missione: creata prima di tutti i tempi, è mandata a stabilirsi in mezzo al popolo di Dio, dove attua e ispira il vero culto all’Altissimo.
• Il capitolo del Siracide da cui è tratta la lettura di oggi, segna il punto culmine del libro. In esso è presentata la Sapienza divina personificata, che parla della propria missione.
• La Sapienza prende la parola «in mezzo al suo popolo» (v. 1), cioè il popolo di Dio, Israele;
– richiamandosi alla propria origine, sottolinea il rapporto di particolare intimità che la unisce a Iahvè e che denota la sua natura divina (v. 9);
– infine manifesta le caratteristiche della sua missione: per esplicito mandato divino stabilisce la sua tenda in Sion, per rendere culto all’Altissimo (v. 10); e in Gerusalemme esercita il suo potere (v. 11) come educatrice e santificatrice del popolo eletto, porzione del Signore (v. 12), per indirizzare gli uomini a Dio e al suo servizio (cf Sir 4,12-15).
In questo come in altri testi dell’Antico Testamento, la Sapienza divina personificata non è ancora la persona del Logos divino; tuttavia già se ne intravede la figura. In Gesù Cristo si attuerà pienamente la presenza della Sapienza di Dio in mezzo agli uomini.
L’identificazione Cristo-Sapienza di Dio risulta ancora più convincente se si confrontano il testo del Siracide e il Vangelo giovanneo che fanno parte della liturgia odierna:

Prima dei secoli, fin dal principio, egli mi creò (Sir 24,9).
In principio era il Verbo (Gv. 1,1a).
Ho officiato nella tenda santa davanti a lui (v. 10)
e il Verbo era presso Dio (v. 1b).
Il mio creatore mi fece piantare la tenda e mi disse: Fissa la tenda in Giacobbe e prendi in eredità Israele (v. 8bc).
(Il Verbo) venne fra la sua gente… si fece carne e venne ad abitare (= piantò la sua tenda) in mezzo a noi (vv. 11a.14a).
Ho posto le radici in mezzo a un popolo glorioso, nella porzione del Signore, sua eredità (v. 12).
A quanti però l’hanno accolto, ha dato potere di diventare figli di Dio (v. 12).

• È Giovanni a darci il termine di congiunzione, che permette di identificare la Sapienza (Logos) con la seconda persona divina: «Il Verbo era presso Dio e il Verbo era Dio. / Egli era in principio presso Dio» (Gv 1,1-2).

SALMO

Il salmo si apre con un invito rivolto a Gerusalemme perché lodi il Signore. Motivi di questa lode sono:
– le benedizioni elargite ai figli della città santa, assicurando loro la pace e nutrendoli «con fior di frumento» (vv. 13-14);
– l’invio della sua parola (v. 15) che non solo regola i fenomeni naturali a beneficio dell’uomo (vv. 16-17), ma soprattutto rivela all’uomo i sapienti disegni di Dio (vv. 19-20).
Anche noi, figli della nuova Gerusalemme per aver accolto con fede l’annuncio del Vangelo, ringraziamo Dio per il dono della sua parola e della sua sapienza in Gesù Cristo: in lui si è realizzata l’universalità della salvezza, voluta dal Padre per tutti gli uomini.

SECONDA LETTURA

S. Paolo riassume tutta l’opera di salvezza compiuta dal Padre: per mezzo di Gesù Cristo ha predestinato tutti gli uomini a diventare suoi figli adottivi, per il trionfo della sua gloria.
• Egli riprende il tema del piano divino di salvezza e dell’inserimento dei pagani nell’unico corpo della Chiesa, di cui Cristo è il capo. Questo tema centrale lo troviamo già sintetizzato nella dossologia iniziale della quale i vv. 3-6 rientrano nella lettura odierna.
In essi, sono messi in particolare rilievo due elementi:
– per un puro atto di amore e di benevolenza Dio ci ha prescelti e predestinati ad essere suoi figli adottivi in Gesù Cristo (v. 5); cioè per opera della sua potenza divina di salvezza e in forza della nostra unione a lui, capo di tutta la Chiesa;
– la finalità ultima dell’opera di Dio, realizzata per mezzo di Gesù Cristo nella Chiesa, è la stessa gloria di Dio (v. 6).
Appunto la gloria del Padre, già realizzata per la mediazione di Cristo, imprime un nuovo significato a tutta la vita dei cristiani, la quale viene trasportata in un’altra sfera («nei cieli»), quella delle realtà soprannaturali (v. 3). In forza di quest’ordine la Chiesa sulla terra partecipa già, in certo senso e quasi per anticipazione, alla vita della Chiesa celeste.
• Nei vv. 15-18, l’azione di grazie dell’apostolo ha come oggetto una descrizione di quello che dev’essere la vita cristiana innalzata «nei cieli»:
– è una vita caratterizzata dalla fede vissuta in carità (v. 15); la fede riconosce che tutto è dono di Dio e deve ritornare a lui; sia direttamente a lode della sua gloria (v. 14); sia attraverso i fratelli riconosciuti come santi, cioè cristiani, chiamati anch’essi – in Gesù Cristo – ad essere figli adottivi del medesimo Padre e oggetto del suo amore;
– è una vita di sapienza e conoscenza divina, resa possibile grazie all’azione interiore e illuminatrice dello Spirito (vv. 17-18); questa illuminazione del cuore permette ai credenti di riconoscere, in regime di fede e di speranza, la grandezza straordinaria dell’opera che Dio già ora realizza e che essi contemplano apertamente nella gloria futura.

VANGELO

Aprendo i vangeli, constatiamo che ogni evangelista inizia il proprio racconto con una «introduzione»: in essa ci vengono indicati il metodo e l’intenzione del narratore. Giovanni si distacca da questa prospettiva. Con uno stupendo inno cristologico, ci introduce alla storia di Gesù e – contemporaneamente – ne anticipa il senso profondo. La prospettiva del testo può essere così espressa: il Prologo non dice tutto ma apre su tutto. In esso noi troviamo la narrazione evangelica; tuttavia, solo la lettura dell’intera narrazione ci permetterà di comprendere la profondità e la portata di queste anticipazioni.
L’evangelista, alla luce dell’esperienza pasquale e delle riflessioni delle prime comunità cristiane, rilegge tutta la storia della salvezza alla luce di Gesù.

Per leggere il testo

La struttura del testo appare complessa. Possiamo suddividerlo in tre quadri. In essi l’evangelista evidenzia: ciò che Gesù è da sempre (vv. 1-5); l’esperienza di quanti hanno incontrato Gesù (vv. 6-15); l’esperienza della comunità dei credenti (vv. 16-18).
Giovanni, nel primo quadro prende come una «rincorsa»: ci rinvia alle origini, all’inizio di cui parlano le prime pagine di Genesi. Dio, con la sua Parola, crea il mondo. Sceglie un popolo con il quale fare alleanza a vantaggio di tutta l’umanità.
La Parola esiste da sempre, ma non per se stessa: Essa è rivolta verso Dio e verso gli uomini, di cui è la vita e la luce. Essa è Dio.
«Tutto fu fatto mediante essa»: l’espressione è vaga, ma apre a più prospettive. La Parola è attiva nel cuore degli uomini quando cercano di vivere in verità e di incontrare Dio. Essa, cioè, gioca un ruolo fondamentale nella creazione e nella storia della salvezza. Ma questa presentazione è, fin dall’inizio, realista: tra la luce e le tenebre c’è conflitto. L’ottica di fondo, però, è ottimista poiché è avanzata la certezza che le tenebre non possono racchiudere la luce.

La testimonianza

Per continuare la presentazione della Parola, l’evangelista si richiama ora all’esperienza di quanti hanno vissuto con Gesù, la Parola fatta carne. Tutto il secondo quadro (vv. 6-15) è costruito su contrapposizioni:
• La luce vera e il Battista che non è che un testimone di questa luce. Più volte l’evangelista richiama la differenza tra Gesù e il Battista (1,19-28; 1,29-34; 3,22-30). Quando il Vangelo di Giovanni viene scritto non tutti i discepoli del Battista sono diventati cristiani. La corrente dei discepoli del Battista continua a fare «concorrenza» alle comunità cristiane. Ecco, allora, che l’evangelista, pur parlando del ruolo essenziale del Battista, lo definisce in dipendenza dal ruolo di Gesù.
• Quanti accolgono la Parola e credono e quanti non la riconoscono e rifiutano di accoglierla. Tutto il Vangelo di Giovanni può essere letto come un grande processo: lentamente i diversi personaggi prendono posizione a favore o contro Gesù. Ma niente è deciso in anticipo. Anche per quanti iniziano con l’accoglierlo. Certo, a questi è dato di diventare figli di Dio; tuttavia, questo dono è da mettere in pratica. Giovanni è attento al cammino della fede: per questo non perde occasione per dire che è necessario assimilare ciò che ci viene dato come dono, che occorre diventare ciò a cui siamo chiamati.
• Quanti sono nati dagli uomini e Colui che è nato da Dio. Se tutti sono chiamati a diventare figli di Dio, uno solo è Figlio Unico. E, proprio per questo, il Figlio può rendere partecipi della sua condizione tutti gli altri. Gesù non fa che dire e donare ciò che egli è e vive.
Queste opposizioni contribuiscono a mettere maggiormente in risalto un avvenimento inatteso e sorprendente: Dio, l’invisibile, Colui che è totalmente altro da noi, «si è fatto carne». Egli diviene una realtà visibile, storica, tangibile, fragile e debole a tal punto che non può imporsi a quanti lo rifiutano; non solo: egli stesso si espone al rischio della smentita e della morte. Ebbene, questo Dio «pianta la sua tenda» tra gli uomini. Questo verbo («piantare la tenda», spesso tradotto con «dimorò tra noi») richiama la presenza di Dio in mezzo al suo popolo durante il cammino nel deserto e, poi, nel Tempio. Un Dio che «si fa carne» e si incammina sulle strade degli uomini è un Dio che crea sconcerto.

La vita della comunità

Per terminare la presentazione della Parola, Giovanni parte ora dall’esperienza della comunità dei credenti e di tutto ciò che produce l’accoglienza della Parola. Siamo così al terzo quadro (vv. 16-18). Giovanni oppone Gesù a Mosè. La Legge data a Mosè era una luce formidabile sulla strada degli uomini. Ma con Gesù viene ora donata «la grazia e la verità». L’espressione «verità» rimanda, nella Bibbia, non solo a ciò che è vero; richiama, innanzitutto, ciò che è solido, ciò su cui si può fare affidamento. Ecco perché «essere nella verità» significa collocarsi in un legame solido con Dio e ad esso affidarsi. Da una parte abbiamo la responsabilità dell’uomo; dall’altra, Dio che è all’origine di questo dono.
• «Dio nessuno l’ha mai visto». È vero. Ma la realtà sorprendente e sconcertante sta proprio nel fatto che in Gesù, il Crocifisso, Dio si rivela pienamente e definitivamente. Per approfondire questa prospettiva vale la pena di leggere la conclusione della prima parte del Vangelo di Giovanni (12,44-50) e della seconda (20,30-31): vi ritroviamo gli stessi accenti. Si potrebbe anche leggere l’inizio della prima lettera di Giovanni (1 Gv 1,2-5).

PER ANNUNCIARE LA PAROLA

Dopo quanto è stato detto sul Vangelo – perché vale la spesa fermarsi ancora su di esso: è un testo troppo importante e di difficile spiegazione sul quale non si può passare sopra, i fedeli hanno diritto di essere aiutati a interpretarlo e a capirlo per il loro bene – si possono evidenziare alcune sottolineature e cogliere delle provocazioni concrete per la vita.

Alcune sottolineature

Il Prologo afferma che la Parola (che storicamente assumerà il volto reale di un uomo concreto, Gesù, cf v. 17) esiste da sempre. Non solo ci dice che esiste da sempre; precisa come da sempre esisteva: «rivolta a Dio». La Parola, cioè, nella sua struttura profonda è ascolto del Padre, è obbedienza, fedeltà. Così nell’incarnazione essa manifesterà proprio questa costante struttura di filiale obbedienza: essa sarà la trasparenza del Padre.
Il centro teologico del Prologo è dato dall’affermazione: «E la Parola si è fatta carne» (v. 14). I giudei facevano fatica a comprendere che la rivelazione ultima e definitiva di Dio fosse avvenuta nella carne di Gesù. Così anche la comunità di origine ellenica aveva difficoltà ad accettare che la carne potesse essere luogo di rivelazione della divinità.
L’evangelista risponde a queste difficoltà sottolineando che Gesù si è fatto «carne» (in greco: sarx): parola che indica non solo la natura umana, ma l’uomo come realtà debole, soggetta al divenire. Una prospettiva teologica non facile da accogliere. Eppure essa diventa criterio discriminante per comprendere chi è da Dio: «Ogni spirito che confessa che Gesù Cristo venuto nella carne è da Dio, ma ogni spirito che non confessa Gesù non è da Dio» (1 Gv 4,2). Non basta allora dire che Gesù è il Messia; occorre professare, con tutte le implicanze e le conseguenze, che è un messia venuto nella «carne», che si è fatto «carne».
Il Prologo va oltre. Non basta affermare che Gesù si è fatto carne. Occorre professare che nella sua storia e nella sua persona si è rivelata la «gloria di Dio». Gesù è la rivelazione di Dio; ma una rivelazione che, essendo avvenuta nella carne, chiede di essere compresa, accolta: è una rivelazione che non appare secondo la logica dell’evidenza mondana.
Ma che significa che in Gesù si è manifestata la gloria di Dio? Il termine gloria rimanda, nel contesto biblico, alla presenza di Dio in mezzo al suo popolo: presenza potente e salvifica. Giovanni ci dice che tutta la storia di Gesù è la presenza dell’azione salvifica di Dio: tutta, e non solo qualche momento particolare. Ci sarà certamente un momento particolare nel quale questa gloria si manifesterà nella pienezza: la crocifissione! L’evangelista parlerà appunto della crocifissione in termini di glorificazione. Gesù che muore sulla croce è il «luogo teologico» in cui comprendere il volto profondo del Dio cristiano.
La conclusione del nostro testo afferma che solo il Figlio può rivelarci il Padre. Tutte le ricerche che l’uomo fa debbono necessariamente incontrarsi con la proposta di Gesù. Allora la ricerca dell’uomo deve cedere il passo all’accoglienza del dono della rivelazione che viene da Gesù. Così la ricerca umana è chiamata a trasformarsi in contemplazione.

Alcune provocazioni

Tra le tante sottolineature, ci soffermiamo su queste, che illuminano il centro teologico del Prologo di Giovanni («e la Parola si è fatta carne») nella convinzione di essere di fronte ad un’affermazione-chiave della riflessione di Giovanni (cf 1 Gv 4,1-3).
Innanzitutto, per tanti di noi la maggior difficoltà di fronte all’incarnazione di Gesù deriva dalla nostra pretesa di definire l’uomo e Dio a prescindere, appunto, dall’incarnazione, di modo che l’incarnazione viene ad essere quasi un «di più». Ora, in Gesù Cristo, l’uomo ci appare sotto la giusta prospettiva: slancio verso l’altro, apertura a Dio. Allo stesso tempo, è Dio stesso che appare nella giusta prospettiva: una prospettiva che purifica e converte tutte le nostre incerte e provvisorie filosofie.
Poi, troppo spesso abbiamo usato, e usiamo, formule concessorie: «Gesù è uomo; sì, ma non dimentichiamo che è anche Dio»; oppure: «Gesù è Dio; ma è anche uomo», come se Gesù fosse uomo benché Dio o Dio benché uomo: come se, prima di lui e fuori di lui, noi sapessimo sufficientemente sia chi è Dio sia chi è l’uomo per immaginare l’uomo-Dio in una specie di equilibrio o di giusto dosaggio. Una prospettiva, questa, generatrice, spesso, di parziali visioni tanto del cristianesimo quanto della sua morale e della sua specificità: quella, appunto, di essere storia e non ideologia.
Ma la lieta notizia che ci viene dal Prologo è questa: un uomo, l’uomo Gesù di Nazaret, ha potuto essere pienamente uomo perché perfettamente Dio. L’accoglienza di questa lieta notizia implica una duplice conversione: cambiare tanto il modo di comprendere il senso dell’esistenza dell’uomo quanto quello di comprendere la divinità di Dio.
Infine, in Gesù, l’uomo si rivela come apertura, capacità di dono e possibilità di comunicazione. La divinità è, nella sua struttura profonda, propensione infinita ad uscire da sé per esistere con e per l’Altro, in un amore donato, condiviso e proposto. Chi vede Gesù crocifisso è in grado di comprendere chi è Gesù per il Padre e chi è Dio per Gesù.
Proprio perché Gesù non si è ripiegato su se stesso egli, come Figlio di Dio, vive fino alle estreme conseguenze la vocazione integrale dell’uomo: l’uomo che sa che la via della gioia è la via della condivisione, del dono di sé fino alla croce. Ed è proprio per questo che Dio si riconosce nelle parole di Gesù, nelle sue azioni, nella sua stessa morte.
Qui Dio appare come Colui che si rivela, che dona la propria vita, come Colui che è uno «con» Gesù fin dalle origini. L’incarnazione del Figlio ci attesta che Dio è Padre, che Dio è comunione e comunicazione. L’uomo, i credenti sono chiamati a diventarlo.

Fonte

Tratto da “Omelie per un anno 1 e 2 – Anno C” – a cura di M. Gobbin – LDC

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