Lettura del Vangelo e commento del testo che la liturgia propone per il 11 dicembre 2024.
Trascrizione automatica (non rivista) generata da Youtube e “corretta” tramite IA.
Buon mercoledì a tutti!
Scusatemi se non sono così assiduo nella pubblicazione dei video. Anche ieri ho saltato: sono giorni molto intensi di questo Avvento, un po’ come tutti gli Avventi, e a volte faccio fatica a registrare il video. Perdonatemi.
Ascoltiamo assieme il Vangelo di oggi, mercoledì 11 dicembre.
Dal Vangelo secondo Matteo:
In quel tempo Gesù disse: “Venite a me, voi tutti che siete stanchi e oppressi, e io vi darò ristoro. Prendete il mio giogo sopra di voi e imparate da me, che sono mite e umile di cuore, e troverete ristoro per la vostra vita. Il mio giogo infatti è dolce e il mio peso leggero”.
Come stiamo facendo nei giorni in cui pubblico il video, in questo Avvento proviamo a legare il Vangelo con la prima lettura, secondo questo meccanismo per cui la liturgia ci mostra un passo del profeta Isaia e come in Gesù si compiono le promesse di Dio.
La prima lettura di oggi parla di un tema molto interessante. Siamo nel capitolo 40 del profeta Isaia. Il profeta affronta la questione della stanchezza, che è una dinamica dell’uomo veramente molto forte. Leggiamo il versetto:
“Dio eterno è il Signore, che ha creato i confini della terra. Egli non si affatica né si stanca, la sua intelligenza è inscrutabile. Egli dà forza allo stanco e moltiplica il vigore dello spossato. Anche i giovani faticano e si stancano, gli adulti inciampano e cadono. Ma quanti sperano nel Signore riacquistano forza: mettono ali come aquile, corrono senza fermarsi, camminano senza stancarsi”.
Interessante, no? Il profeta Isaia parla della stanchezza come una dimensione davvero universale. Persino i giovani si affaticano e si stancano, gli adulti inciampano. Ci sono stanchi, ci sono persone che nel vigore si sentono spossate.
Che cos’è la stanchezza? La stanchezza è il momento in cui noi percepiamo di non avere energie sufficienti per qualcosa. Quando stiamo facendo un’attività fisica e siamo stanchi, vuol dire che sentiamo venir meno le energie e non riusciamo più a resistere dentro questa attività.
Poi ci può essere una stanchezza anche interiore, quando ci sembra di non avere risorse sufficienti per affrontare qualcosa che vediamo come molto grande, come molto gravoso. Proviamo a dirlo così: la stanchezza è sempre il senso di una sproporzione.
Mi rendo conto che le mie energie non sono adeguate a qualcosa che ho di fronte, a qualcosa che devo vivere, a qualcosa che sono chiamato ad affrontare. E davvero, la stanchezza è una dinamica che può venire tante volte nella nostra vita. Io mi rendo conto che non sono proporzionato, non ho forze adeguate per affrontare qualcosa di particolarmente grave.
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Magari non è particolarmente grave: non siamo sempre stanchi perché dobbiamo fare chissà che cosa. Ma sentiamo che ciò che dobbiamo fare è sproporzionato rispetto a noi stessi.
In questo periodo, ad esempio, con il colesterolo un pochino altino, cerco di andare a fare qualche passeggiata, che dovrebbe farmi bene. Mi rendo conto che quando faccio la salita fuori casa, è impegnativa per me, perché è sproporzionata rispetto alle mie condizioni fisiche.
Mentre c’è gente che vedo correre e “mangia” quella stessa salita! La stanchezza è davvero un fatto molto soggettivo.
Questa cosa, che vale per il fisico, vale anche per mille altre situazioni nella nostra vita. Ci sono persone che riescono a fare sette miliardi di cose, e altre che faticano ad affrontare anche solo una questione.
A volte ci stanca anche il ripresentarsi di un problema: “Sono stanco di affrontare questa cosa!”. Quante volte lo abbiamo detto! Non perché sia particolarmente gravosa, ma perché è logorante.
Sapete che insegno a scuola. Ci sono delle classi che ti stancano non perché siano particolarmente complicate, ma perché logoranti. Devi tornare sempre sulle stesse questioni, su dinamiche un po’ infantili da cui non si riesce a uscire.
E così dici: “Basta, questa situazione mi ha stancato!”. Immagino anche nella vita familiare quante cose possono stancarci, non perché siano gravose, ma perché ripetitive.
Discutiamo sempre per le stesse cose, ci fraintendiamo sugli stessi punti.
Ebbene, cosa spera una persona stanca? Speriamo che qualcuno ci ridia vigore, che ci sia qualcosa che ci dia forza.
Quando siamo stanchi bramiamo una vacanza. Magari diciamo: “Ah, un attimo di respiro!”.
Il Signore è colui che non si affatica, non si stanca, e dà forza allo stanco, moltiplica le energie dello spossato.
Ecco la speranza: possiamo riporre fiducia nel Signore.
Il profeta Isaia dice che il Signore è capace di darci la forza. La fiducia in Lui ridà vigore, ci rende capaci di affrontare un carico maggiore di fatiche nella nostra vita. Ciò che sentiamo sproporzionato inizia a sembrarci proporzionato.
Come fa il Signore? E qui entra in gioco il Vangelo di Matteo.
Il Signore invita tutti gli stanchi e gli oppressi ad andare da Lui, perché promette ristoro. “Oh, che bello!”, possiamo pensare: il Signore mi darà ristoro. Sono stanco e mi promette una vacanza caraibica, o magari una giornata di permesso.
Ma proviamo a vedere come continua il Vangelo:
“Prendete il mio giogo sopra di voi e imparate da me, che sono mite e umile di cuore.”
Se ci pensate, è paradossale. Il giogo è quello che tirano gli animali per arare il campo. Ma come, Signore? A una persona stanca Tu prometti un giogo? Che senso ha questa cosa?
Il profeta Isaia non aveva detto che ci avresti ridato vigore? E com’è che qui, invece, nel Vangelo, al posto di darci vigore, prometti un giogo, qualcosa che sembra pesante, gravoso?
Ed è proprio qui che emerge l’unicità di Gesù. Gesù non entra nelle nostre stanchezze in modo “magico”. Non promette vacanze caraibiche o soluzioni immediate.
Il Signore Gesù entra nelle nostre vite rendendo sensata la fatica.
Una fatica insensata è stressante, e noi non siamo fatti per lo stress. Quando percepiamo una fatica come insensata, non la reggiamo, non riusciamo a stare in piedi.
Ma una fatica sensata si può portare, e non solo: si può portare con gioia.
Non vado al lavoro se non ne vedo il senso, ma se anche è faticoso, so che devo portare a casa il pane per i miei figli, e allora ci vado. Anzi, ci posso andare persino con piacere, con soddisfazione, perché sto facendo qualcosa di buono.
Non vado volentieri ad affrontare a muso duro una persona, ma se so che ne vale la pena, lo faccio. E magari questo mi fa anche star bene.
Prendere il giogo di Gesù non vuol dire liberarci magicamente dalle nostre fatiche, che pure rimangono. Significa imparare da Lui cosa ne vale la pena.
Per il Regno di Dio, ne vale la pena. Si fa fatica, ma è una fatica che ha un motivo, che regge. E allora la fatica non diventa stress, ma “fatica benedetta”.
Il Signore non ci toglie tutto ciò che nella nostra vita è faticoso, ma il Suo giogo è dolce e il Suo carico leggero, perché impariamo a vedere anche le nostre fatiche dentro il disegno del Suo Regno.
Questo rende le fatiche tali, non stressanti, non massacranti.
Il Signore non toglie la fatica, ma toglie alla fatica il potere di massacrarci.
Ci fa vedere che per il Suo Regno e per amore ne vale la pena. E questa cosa non sarà senza gioia, perché Lui sta scrivendo la storia della Sua resurrezione nell’umanità.
Allora, presentiamo con fiducia le nostre fatiche al Signore, sapendo che non saranno colpi magici a toglierle. Ma, se impariamo dalla Sua Parola a dare un significato alle nostre fatiche, allora scopriremo davvero un giogo dolce e un carico leggero.
Grazie e buona giornata a tutti!
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