don Luigi Maria Epicoco – Commento al Vangelo del 16 Febbraio 2022

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AUTORE: don Luigi Maria Epicoco
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“Giunsero a Betsàida, dove gli condussero un cieco pregandolo di toccarlo”.

Ciò che salva la fede da una deriva ideologica è accorgersi di tutte le volte che nel Vangelo c’è l’invito all’esperienza, al tocco, più che alla spiegazione. Credere è toccare e lasciarsi toccare da Gesù, non è semplicemente capire i suoi discorsi. Nel cristianesimo l’esperienza precede la teologia.

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E questo è il caso nel cieco del Vangelo di oggi che si ritrova non solo guarito ma soprattutto si ritrova coinvolto in una dinamica di guarigione che forse è più importante della guarigione stessa. Infatti la prima cosa che fa Gesù è quella di costruire con Lui una prossimità e un cammino: “Allora preso il cieco per mano, lo condusse fuori del villaggio”.

Essere presi per mano è ciò che tante volte a noi manca. Ma la vita spirituale è lasciare che Gesù possa prenderci per mano e condurci. Quando ci diciamo che la preghiera può cambiare la nostra vita ci riferiamo soprattutto a questo tipo di esperienza. Ma c’è un altro dettaglio che non va trascurato che è quello della gradualità: “dopo avergli messo della saliva sugli occhi, gli impose le mani e gli chiese: «Vedi qualcosa?».

Quegli, alzando gli occhi, disse: «Vedo gli uomini, poiché vedo come degli alberi che camminano». Allora gli impose di nuovo le mani sugli occhi ed egli ci vide chiaramente e fu sanato e vedeva a distanza ogni cosa”. Sembra che la guarigione di quest’uomo sia accaduta un po’ alla volta, non da un istante all’altro. È quello che capita molto spesso a ciascuno di noi quando ci avviciniamo alla Grazia di Cristo. Ciò che ci cambia è qualcosa che accade con il tempo.

Se dimenticassimo questo principio di gradualità rischieremmo di cadere in una forma di fede molto emotiva che finito l’effetto dell’entusiasmo iniziale ci lascerebbe peggio di prima. Ad esempio non è semplicemente una confessione che ci risolve il dolore e le ferite che abbiamo dentro, ma una frequenza costante e matura a questo sacramento.

Non è un episodio di Grazia, ma una relazione di Grazia ciò che fa la differenza.

Un altro commento dopo il video.


Altro commento da Facebook

Cosa pensa la gente di me? Domanda Gesù ai suoi discepoli. E dopo aver incassato una serie di risposte, li incalza con una domanda ancora più seria: e chi sono io per voi? “Pietro gli rispose: «Tu sei il Cristo». E impose loro severamente di non parlare di lui a nessuno”. Che senso ha sapere la risposta giusta e non poterlo dire a nessuno?

Il vero problema però sta in un dettaglio che non si riesce a cogliere subito. Perché Gesù non vuole che si sappia? Perché i discepoli non sono ancora pronti ad assumersi le conseguenze di quella verità. Infatti il verbo essere è inscindibilmente legato al verbo fare. Se io so chi sei, so anche cosa sei chiamato a fare.

Gesù ci prova a dirlo: “E cominciò a insegnar loro che il Figlio dell’uomo doveva molto soffrire, ed essere riprovato dagli anziani, dai sommi sacerdoti e dagli scribi, poi venire ucciso e, dopo tre giorni, risuscitare. Gesù faceva questo discorso apertamente. Allora Pietro lo prese in disparte, e si mise a rimproverarlo”. Ecco il vero problema: non puoi dire di aver davvero capito Gesù se poi rifiuti la logica della Croce. È il mondo che ragiona in questo modo.

È il male che vuole instillare in noi una logica esclusivamente orizzontale, senza nessuna apertura verso l’alto. Vogliamo gli onori ma non accettiamo gli oneri: “Ma egli, voltatosi e guardando i discepoli, rimproverò Pietro e gli disse: «Lungi da me, satana! Perché tu non pensi secondo Dio, ma secondo gli uomini»”. Che bella domanda: come pensiamo noi? Secondo Dio o secondo gli uomini?