Don Luciano Labanca – Commento al Vangelo del 8 Marzo 2026

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La Quaresima dell’anno A ha un forte carattere battesimale. Dopo il Vangelo delle tentazioni e quello della Trasfigurazione, la liturgia ci conduce al grande segno dell’acqua nel racconto della Samaritana. Domenica prossima incontreremo il cieco nato, con il segno della luce, e nella quinta domenica la risurrezione di Lazzaro, il segno della vita. È un cammino che conduce al cuore del Battesimo e alla Pasqua.

Il Vangelo di questa domenica ha come tema centrale l’acqua: un elemento vitale per l’umanità. Questo simbolo diventa il modo attraverso cui Gesù rivela se stesso: Egli è l’acqua viva, l’unico capace di saziare la sete più profonda dell’umanità. Non solo la sete materiale, ma soprattutto quella sete di senso, di verità e di pienezza che abita il cuore di ogni uomo.

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Il racconto della Samaritana è uno dei brani più ricchi del Vangelo di Giovanni. Tutto inizia con un dettaglio molto concreto: Gesù è stanco per il viaggio e si siede presso il pozzo di Giacobbe, sotto il sole del mezzogiorno. Questo particolare rivela qualcosa di essenziale: il Verbo fatto carne ha davvero assunto la nostra umanità. Conosce la stanchezza, la fatica, la sete. Ed è proprio attraverso questa sete umana che Gesù apre la strada alla rivelazione di se stesso.

Quando arriva la donna samaritana, Gesù le rivolge una richiesta semplice: «Dammi da bere». È una richiesta sorprendente. Un giudeo non parlava facilmente con una samaritana, e tanto meno un uomo si rivolgeva così a una donna sconosciuta. La donna resta stupita e rimane sul piano materiale. Ma la sete di cui parla Gesù non è soltanto fisica. In quel «dammi da bere» si nasconde qualcosa di molto più profondo. Come dirà sant’Agostino: «colui che chiedeva da bere aveva sete della fede di quella donna».

Gesù desidera donarle qualcosa di molto più grande: l’acqua viva. «Se tu conoscessi il dono di Dio – le dice – e chi è colui che ti dice: “Dammi da bere”, tu stessa gliene avresti chiesto ed egli ti avrebbe dato acqua viva». La donna però non comprende ancora. Pensa a un’acqua speciale che le eviti la fatica quotidiana di venire al pozzo.

Il dialogo allora diventa più profondo. Gesù le chiede di chiamare suo marito e fa emergere qualcosa della sua vita: ha avuto cinque mariti e l’uomo con cui vive ora non è suo marito. Questo dettaglio rivela certamente la storia ferita di questa donna e la sua ricerca di amore. Ma molti commentatori hanno visto in queste parole anche un significato simbolico: spesso il popolo di Dio aveva cercato altri “signori”, altri idoli. La vera sete del cuore umano non può essere colmata dagli idoli né dalle false promesse.

Poco alla volta emerge un’altra sete: la sete di Dio. La donna intuisce che Gesù è un profeta e pone la grande domanda religiosa: dove si deve adorare Dio, sul monte Garizim o a Gerusalemme? Ed è a questo punto che avviene la rivelazione decisiva. Quando la donna parla del Messia che deve venire, Gesù le dice: «Sono io, che parlo con te». È uno dei momenti più luminosi del Vangelo.

Subito dopo il racconto ci consegna un dettaglio molto significativo: la donna lascia la sua anfora, la ragione per cui era venuta al pozzo. Ora non è più la priorità: ha trovato qualcosa di più grande. Quando si incontra davvero Cristo, cambiano anche le priorità della vita. La donna corre al villaggio e dice alla gente: «Venite a vedere un uomo che mi ha detto tutto quello che ho fatto. Che sia lui il Cristo?». Da quel momento diventa missionaria. Prima gli abitanti credono per la sua parola; poi, dopo aver incontrato personalmente Gesù, diranno: «Non è più per i tuoi discorsi che noi crediamo, ma perché noi stessi abbiamo udito e sappiamo che questi è veramente il salvatore del mondo».

Questa pagina del Vangelo è come una sorgente che non si esaurisce mai. Sant’Efrem il Siro, parlando della ricchezza della Parola, scrive: «Colui che ha sete è lieto di bere, ma non si rattrista perché non riesce a prosciugare la fonte. È meglio che la fonte soddisfi la tua sete, piuttosto che la sete esaurisca la fonte… Ringrazia per quanto hai ricevuto e non mormorare per ciò che resta inutilizzato» (Commento al Diatessaron, 1, 18-19).

La Parola di Dio ci invita allora a guardare dentro il nostro cuore: qual è la nostra sete più profonda? Che cosa cerchiamo davvero nella vita? Tutti desideriamo felicità, amore, pienezza. Ma dove cerchiamo di saziare questa sete? Ci accontentiamo delle cose materiali, delle soddisfazioni immediate, di tanti piccoli idoli che promettono molto ma lasciano il cuore vuoto?

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Come battezzati abbiamo ricevuto il dono dell’acqua viva, ma abbiamo davvero incontrato personalmente Cristo? Possiamo dire anche noi ciò che dissero i samaritani: prima abbiamo creduto grazie alla testimonianza degli altri — della Chiesa, dei nostri genitori, dei fratelli nella fede — ma poi abbiamo incontrato noi stessi il Signore?

Impegno di Quaresima

In questa settimana, cerchiamo di riscoprire questa Sorgente, per lasciarci incontrare da Lui che ancora oggi ci dice, come alla samaritana: «Dammi da bere». Egli desidera donare a ciascuno di noi l’acqua viva che sola può saziare la sete di verità, di amore e di vita eterna che abita nel cuore di ogni uomo. In quale ambito della nostra vita ne abbiamo più bisogno?

Per gentile concessione di don Luciano Labanca, dal suo sito.

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