Don Luciano Labanca – Commento al Vangelo del 5 aprile 2026

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Ed era notte” (Gv 13,30). Con una pennellata precisa e struggente, l’evangelista Giovanni descrive l’uscita di Giuda dal cenacolo: era la notte del tradimento, la notte in cui egli ha deciso di allontanarsi dall’amore di Cristo per consegnarsi alle tenebre.

Era l’inizio del dramma della Passione: l’abbandono, la paura, la violenza, l’ingratitudine.

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Era la notte dell’innocente perseguitato, della luce del mondo che sembrava spegnersi sul legno della croce.

E, se siamo sinceri, fratelli e sorelle, questa notte non è solo un momento della vita di Gesù. È anche la nostra notte. È la notte delle nostre paure, delle nostre infedeltà, dei nostri tradimenti piccoli o grandi.

È la notte delle delusioni, quando tutto sembra crollare; la notte del silenzio di Dio, quando non comprendiamo più il senso di ciò che viviamo.

Eppure — ed è questo l’annuncio che cambia tutto — non tutto finisce lì. Quella notte oscura diventa attesa di un’altra notte: la notte che stiamo celebrando, la notte della luce.

La Chiesa, poco fa, nell’antico canto dell’Exsultet, ha osato proclamare: “O notte beata! Tu sola hai meritato di conoscere il tempo e l’ora in cui Cristo è risorto dagli inferi. Di questa notte è stato scritto: la notte splenderà come il giorno”.

Proprio quella notte che sembrava segnata dalla sconfitta diventa beata, perché in essa Cristo ha vinto la morte e le tenebre sono state attraversate dalla luce.

Dio non ha evitato la notte, ma l’ha abitata, e abitandola l’ha trasformata in luce.

La fede cristiana non elimina la notte, ma la trasfigura. La notte non è più il luogo della paura, ma diventa grembo di luce, è abitata dalla presenza di Dio.

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E noi lo abbiamo visto: nel fuoco acceso, nel cero pasquale, nella luce che si è diffusa tra le nostre mani.

Un piccolo segno, fragile, eppure capace di vincere il buio. Così è la Risurrezione: una luce che non fa rumore, ma cambia tutto.

Una luce che ci giunge come dono gratuito, proprio come quella che ha raggiunto la nostra piccola candela.

Oltre al fuoco, al cero, alle candele, in questa Notte Santa abbiamo ricevuto un’altra luce, quella della sua Parola, lampada per i nostri passi.

Tra le molte e ricche pagine della Scrittura che abbiamo proclamato, c’è quella dell’Esodo. Israele cammina nella notte, con il mare davanti e l’esercito alle spalle.

Non ha vie di fuga, non ha soluzioni, è tentato di tornare indietro, “ma alla veglia del mattino il Signore, dalla colonna di fuoco e di nube, gettò uno sguardo sul campo degli Egiziani e lo mise in rotta. Frenò le ruote dei loro carri, così che a stento riuscivano a spingerle” (Es 14, 24).

Il Signore interviene: dalla colonna di fuoco e di nube getta il suo sguardo sul campo degli Egiziani e li mette in rotta. È uno sguardo che salva, uno sguardo che cambia la storia.

Non vi è nulla di spettacolare, è uno sguardo, ma è lo sguardo di Dio.

E quello stesso sguardo si posa nella notte del sepolcro: lì, dove tutto sembrava finito, Dio fa sorgere la vita.

Non esiste notte che Dio non possa illuminare, non esiste oscurità che il suo sguardo non possa attraversare.

Anche nelle nostre vite, quando attraversiamo il dubbio, la fatica, la delusione, il peccato, la Parola ci ha ricordato: «per te le tenebre sono come luce».

Noi vediamo il buio, Dio vede già l’alba. E il suo sguardo non si allontana mai dalle nostre vite, anche quando noi stessi decidiamo di allontanarci dal suo.

La nostra salvezza, infatti, non sta nelle nostre forze, ma nel lasciarci guardare da Lui, nel lasciarci raggiungere e illuminare.

È questo passaggio che siamo chiamati a compiere: fidarci, anche quando il cammino è stretto e in salita, sapendo che lo sguardo di Dio ci precede e ci accompagna, e che la nostra vocazione, come quella di Israele, è la libertà.

E san Paolo, nella lettera ai Romani, ci ha detto qualcosa di ancora più sorprendente: la Pasqua di Cristo ci riguarda direttamente. Noi siamo morti con lui, noi siamo risorti con lui.

È la verità del nostro battesimo. Siamo stati immersi nella sua morte per vivere della sua stessa vita.

In quel passaggio — quello del nostro battesimo — qualcosa di definitivo è accaduto: siamo diventati figli, siamo diventati luce, siamo diventati partecipi della vita stessa di Dio.

E allora la domanda diventa inevitabile: perché, tante volte, continuiamo a vivere come se fossimo ancora nella notte? Perché torniamo indietro? Perché restiamo legati a ciò che ci spegne?

La tentazione è quella di sempre: guardare indietro, avere nostalgia delle tenebre, accontentarci di una vita mediocre invece di accogliere la novità di Dio, è un po’ la tentazione della moglie di Lot, quella di guardarsi indietro e di sentire nostalgia del peccato e della vita dell’uomo vecchio.

La Pasqua è un invito deciso: diventare ciò che siamo, vivere da risorti, camminare nella luce, lasciare che la vita nuova plasmi davvero i nostri pensieri, le nostre scelte, le nostre relazioni.

Infine, il Vangelo ci porta all’alba. Dalla notte del tradimento e della morte, entriamo nella luce di un nuovo giorno.

Le donne vanno al sepolcro con il cuore pesante, cercano un morto, portano con sé profumi, come si fa con ciò che è finito.

Ma trovano un sepolcro vuoto e una parola sconvolgente: “Perché cercate tra i morti colui che è vivo?”.

Non viene negato il Venerdì Santo, non viene cancellato il dolore, ma tutto è trasfigurato.

Cristo è il Vivente, il Risorto, che porta nella sua carne gloriosa i segni dei chiodi, per sempre, ma la morte non è più l’ultima parola.

E allora ritorna, come un sigillo su questa notte, la preghiera dell’Exsultet: che questa luce di Cristo mantenga ancora acceso il nostro cuore, che ci trovi vigilanti, e che “lo trovi acceso la stella del mattino, quella stella che non conosce tramonto: Cristo tuo Figlio, che risuscitato dai morti fa risplendere sugli uomini la sua luce serena”.

è un’immagine bellissima e decisiva: non siamo noi, anzitutto, a cercare la luce; siamo noi ad essere trovati da essa.

Siamo noi ad essere raggiunti da Cristo, stella del mattino, che viene incontro alla nostra notte per illuminarla dall’interno.

Questa è la speranza cristiana: che, mentre ancora camminiamo nel chiaroscuro della storia, la luce di Cristo venga a visitarci, a sorprenderci, a trovarci vivi, vigilanti, aperti.

Anche noi attraversiamo notti, anche noi conosciamo la fatica e l’ombra, ma non siamo più soli, non siamo più prigionieri delle tenebre.

La nostra sorte è la luce, una luce che non conosce tramonto.

A noi è chiesto di rimanere sotto lo sguardo di Dio, di custodire la fiamma ricevuta, di vivere da risorti, perché quando Cristo tornerà, ci trovi pronti, desti, pieni di quella luce che Lui stesso ha acceso in noi.

Amen

Per gentile concessione di don Luciano Labanca, dal suo sito.

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