Il Vangelo della seconda domenica del Tempo Ordinario ci presenta Giovanni Battista, quando nel momento di massima visibilità del suo ministero, compie il gesto più radicale: distoglie lo sguardo da sé per fissarlo definitivamente su Gesù. Non trattiene i discepoli, non costruisce un movimento alternativo, non difende il proprio spazio, ma indicando, scompare: “Ecco l’Agnello di Dio, colui che toglie il peccato del mondo” (Gv 1,29).
Il Battista non offre una definizione astratta di Gesù, ma una confessione che nasce dallo sguardo contemplativo. È uno sguardo che riconosce e interpreta alla luce dello Spirito. Giovanni vede in Gesù l’Agnello di Dio, il Servo sofferente, colui che prende su di sé il peccato del mondo non con la forza, ma con l’obbedienza e il dono della vita senza riserve.
In questo gesto del Battista è racchiuso il senso più autentico di ogni ministero nella Chiesa: essere segno, non fine; mediazione, non possesso, voce che annuncia la Parola. L’arte sacra ci aiuta a entrare più in profondità in questo mistero.
Nella monumentale Crocifissione del Polittico di Isenheim, dipinta da Matthias Grünewald tra il 1512 e il 1516, accanto alla croce, alla destra di Cristo, compare la figura di Giovanni Battista. Il pittore compie una scelta deliberata: non una ricostruzione storica, ma una lettura teologica. Giovanni è raffigurato con un dito sproporzionatamente grande, puntato verso il Crocifisso.
È un dettaglio che colpisce e quasi disturba, ma proprio per questo rivela il cuore della sua missione: tutta la sua esistenza è diventata un gesto che indica Cristo. Sullo sfondo della sua figura compare la scritta: Illum oportet crescere, me autem minui — “Lui deve crescere, io invece diminuire”.
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Anche sulla croce, anche nel fallimento apparente, anche nello scandalo della debolezza, Giovanni continua a dire: è Lui l’Agnello di Dio, che toglie il peccato del mondo. Il Vangelo di oggi riprende la stessa dinamica: Giovanni rende testimonianza non a partire da sé, ma dall’esperienza dello Spirito.
La vera autorità del Battista nasce dalla fedeltà a ciò che ha visto e ascoltato, mai dal consenso altrui o dalla popolarità mondana. Egli non si appropria della rivelazione, ma la consegna, per questo diventa credibile.
Quanta strada abbiamo ancora da fare, per interpretare il nostro apostolato in questa chiave di svuotamento. Spesso il desiderio di successo, di riconoscimento, di autoaffermazione si insinua anche nella vita delle nostre comunità ecclesiali, piene di protagonismi.
Rischiamo di sedurre — cioè di attirare a noi — invece di condurre, di portare a Cristo Agnello. Metterci alla scuola del Battista, e ancor più a quella di Cristo Agnello, significa accettare ruoli di secondo piano, scegliere la logica del nascondimento, della testimonianza e non l’ansia da like, e ricordare che il vero Protagonista è sempre un Altro.
Se non portiamo i fratelli a Lui, ma soltanto a noi stessi, siamo fuori strada. E invece di essere strumenti del Regno, finiamo — magari in buona fede — per diventare ostacoli alla sua venuta.
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In questa domenica, il Battista ci insegna l’arte più difficile e più feconda della vita cristiana e della testimonianza ecclesiale: “sparire perché rimanga Cristo”, come ci ha ricordato Papa Leone XIV nella prima omelia il 9 maggio 2025.
Si tratta di dover diminuire perché l’Agnello di Dio sia riconosciuto, restare come un dito puntato verso di Lui. Tutto il resto, anche ciò che sembra grande, è destinato a passare.
Per gentile concessione di don Luciano Labanca, dal suo sito.
