La festa del Battesimo del Signore segna il compimento del tempo natalizio. Nel giorno di Natale Gesù si è manifestato nella nostra carne umana in modo ancora, potremmo dire, nascosto: rivelandosi dapprima ai pastori, con l’Epifania si è manifestato ai Magi, rappresentanti delle genti. Con il Battesimo al Giordano, invece, egli inaugura il suo ministero pubblico.
Dopo l’infanzia e i trent’anni vissuti nel silenzio e nel nascondimento di Nazaret, avviene ora un passaggio decisivo. Gesù inizia il suo ministero attivo partendo proprio dal Giordano, quel fiume che – come osserva uno studioso delle Scritture – “bagna tutte le pagine della Bibbia” (G. Ravasi).
Il Giordano, insieme al Mar Rosso, è sempre segno di passaggio: da una condizione a un’altra, da una schiavitù a una libertà nuova. Anche per Gesù il Battesimo nel Giordano è un evento di passaggio: un segno profetico, un momento di rivelazione – che si inserisce pienamente nel cammino dell’Epifania – e di vocazione. È l’inizio del suo ministero messianico.
È chiaro che non possiamo identificare il battesimo di Giovanni con il battesimo cristiano. Quello di Giovanni, probabilmente inserito in una tradizione più ampia – anche legata all’esperienza delle comunità esseniche, segnate da una forte attesa messianica e da una vita austera – è un gesto di penitenza e di purificazione, un appello alla conversione in vista dell’imminente compimento dei tempi.
Il battesimo cristiano, invece, ha tutt’altro significato: è il lavacro della rigenerazione che scaturisce dalla Pasqua di Cristo; è un sacramento di salvezza che trasforma l’uomo in profondità, rendendolo partecipe della nuova dignità di figlio di Dio, operando una trasformazione ontologica e radicale.
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Entrando ora nel cuore del brano evangelico, Matteo ci racconta che Gesù scende dalla Galilea al Giordano con un’intenzione chiara: farsi battezzare da Giovanni. Ma perché il Figlio unigenito del Padre, vero Dio e vero uomo, il Logos fatto carne, sceglie di sottoporsi a un gesto penitenziale? Ne ha forse bisogno? Non è un rito per i peccatori? Sì, lo è.
E certamente Cristo non ha alcun peccato da confessare. Tuttavia egli sceglie consapevolmente questa via per iniziare il suo ministero con un gesto di solidarietà profonda e di condivisione reale con i peccatori. Si mette in fila con loro, si fa loro compagno di cammino. È questo il cuore dell’incarnazione: un Dio che si fa vicino a tutti; non solo alle genti, ma a ogni uomo; non solo ai giusti, ma anche ai peccatori; non solo ai sani, ma anche agli ammalati.
Il profeta Isaia illumina questo gesto messianico con parole di straordinaria delicatezza: “Non griderà né alzerà il tono, non spezzerà una canna incrinata, non spegnerà uno stoppino dalla fiamma smorta” (Is 42,2-3). È la stessa logica che Gesù esprimerà nel Vangelo di Giovanni: “Dio, infatti, non ha mandato il Figlio nel mondo per condannare il mondo, ma perché il mondo sia salvato per mezzo di lui” (Gv 3,17).
Matteo è l’unico evangelista a riportare il dialogo tra Gesù e Giovanni Battista. Il Precursore sa bene chi ha davanti: lui che è la voce, riconosce ora la Parola; lui, amico dello sposo, riconosce lo Sposo dell’umanità. Per questo esita, resiste. Ma la risposta di Gesù è chiara e disarmante: “Lascia fare per ora, perché conviene che adempiamo ogni giustizia”.
La “giustizia” di cui parla Gesù non è un criterio morale astratto, ma l’obbedienza piena alla volontà del Padre. È il compimento del suo disegno di salvezza. Verrà il tempo – più avanti – in cui la gloria di Dio si manifesterà in modo eclatante, attraverso la morte e la risurrezione del Figlio. Ora, invece, si tratta di compiere insieme la volontà del Padre, come strumenti di un unico progetto più grande.
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Come Giovanni, anche noi spesso non comprendiamo pienamente il senso di ciò che accade. Eppure non c’è modo migliore di affrontare l’oscurità se non quello di riconoscerci parte di un disegno di salvezza più grande, che ci precede e ci supera.
Giovanni accetta così di battezzare Gesù, che si immerge nelle acque del Giordano. È un gesto carico di significato: un’anticipazione profetica della vera immersione che egli compirà nella sua passione, morte e risurrezione. Un commentatore del Vangelo di Matteo parla di questo gesto come di una vera “umiliazione” (O. da Spinetoli): Gesù scende nell’humus della terra per inaugurare un nuovo inizio, quello della salvezza.
Questo nuovo inizio è segnato dall’apertura dei cieli. Con la venuta di Cristo, la via di comunicazione tra il cielo e la terra, chiusa dal peccato di Adamo, si riapre una volta per sempre. All’umanità è ormai spalancata la strada verso l’eternità, una strada che non sarà mai più chiusa.
È il pellegrinaggio della Chiesa e di ogni credente: dal fonte battesimale alla Gerusalemme celeste, nostra patria definitiva. Questo cammino è abitato dallo Spirito, che guida la Chiesa e l’umanità. Dio si rivela come Padre che ama il Figlio e pone in lui il suo compiacimento, e continuamente ci rimette in comunione con Lui mediante la potenza dello Spirito.
Tutto il ministero pubblico di Gesù, fino al culmine della Pasqua, non è altro che il dispiegarsi concreto di questa rivelazione. Il Battesimo del Signore segna dunque l’inizio di un cammino nuovo nel quale ciascuno di noi è inserito.
In Cristo, il Padre ha scelto anche noi per essere suoi figli. Sentiamoci parte di questo disegno più grande e camminiamo nella luce, certi che il Signore è ormai nostro compagno di viaggio. Attraverso la via dell’umile solidarietà e della misericordia, Dio ci ha chiamati a una vocazione santa: partecipare al mistero della sua luce, che è l’eternità con Lui. Una promessa irrevocabile e sempre attuale per ciascuno di noi.
Per gentile concessione di don Luciano Labanca, dal suo sito.
