Coltiviamo con gioia la vigna di Dio
A differenza delle parabole delle domeniche scorse, dove la vigna rivestiva un significato marginale, qui essa รจ al centro delle letture. Coltivare una vigna โ che simboleggia il popolo di Israele โ richiede cure amorevoli e il Signore che la pianta e la cura non risparmia le sue attenzioni: la circonda da una siepe di protezione, simbolo della legge; utilizza un torchio โ simbolo dellโaltare โ affinchรฉ se ne possa ricavare la preziosa bevanda; erige una torre โ simbolo del tempio โ che riconduce anche al re Davide e alla cittadella in Gerusalemme che da lui prende il nome, costruita nel II secolo a.C , distrutta e ricostruita piรน volte.
Siamo al capitolo 21 di Matteo, due giorni prima della passione, e il frutto della vigna รจ chiaramente riconducibile al sangue che di lรฌ a poco sarร versato da Gesรน, per diventare nuova bevanda di vita eterna.
Il Signore, nel formulare questa parabola, indubbiamente si rifร a Isaia (testo della prima lettura), che parla proprio di una vigna in cui, perรฒ, si producono acini acerbi, alla lettera โpuzzolentiโ nellโebraico (Is 5,2).
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E tutti i riferimenti messianici confluiscono nella frase di Gesรน che citando il salmo 117 afferma: โLa pietra che i costruttori hanno scartato รจ divenuta testata dโangoloยป (Mt 21,42). Qualcosa che crea inciampo ed รจ da scartare, in realtร รจ la roccia su cui costruire.
Quando il padrone della vigna va a chiedere i frutti ai contadini della parabola, questi reagiscono con violenza; cโรจ dunque unโanalogia con la condizione dellโuomo il quale riceve la vita da Dio come un dono e un compito, che รจ anche una missione. Il testo sottolinea come il padrone abbia diritto su tutto ciรฒ che รจ nella vigna, in quanto รจ esplicitato il suo possesso del terreno, lโaver piantato di persona la vigna, lโaver messo siepe, torchio, torre e attrezzi per lavorarci. Che il padrone venga e chieda il frutto รจ piรน che legittimo. Quindi, continuando nel parallelismo con la vita umana, ne consegue che avendo lโuomo ricevuto la vita come dono, compito e missione, Dio ha ogni diritto nel chiedergli i frutti: attraverso il prossimo, attraverso persone, situazioni, fatti e cose che si incrociano quotidianamente lungo il cammino della vita. Purtroppo, un poโ alla volta, lโuomo abiura questa veritร , sentendosi sempre piรน egli stesso il padrone di tutto ciรฒ che in realtร non gli appartiene: il diritto allโaborto e lโavanzare della teoria gender sono solo alcuni degli aspetti piรน evidenti e recenti di questa appropriazione indebita di ciรฒ che รจ la vita umana.
No, la vita non รจ nostra: ci รจ data per compiere qualcosa di buono e siamo chiamati a farla fruttare, dando la nostra vita affinchรฉ il seme possa morire per generare frutto.
Noi non siamo i padroni della nostra esistenza!
Il fascino moderno dellโautonomia umana porta sempre piรน a vedere gli altri come โlโinfernoโ โ per citare Sartre โ perchรฉ fare della propria vita un uso indiscriminato genera un solo frutto: la solitudine. E la solitudine รจ lโinferno.
Invece la vita, attraverso ciรฒ che quotidianamente Dio mette sul nostro cammino, continuamente ci chiama a spostare da noi stessi agli altri il baricentro dellโesistenza, per scoprire che รจ nello spendersi per gli altri la condizione che fa scendere una strana pace nel cuore, profumata, delicata e soave; odore vero di quella vita che รจ scritta nella nostra intimitร piรน profonda e che il mondo non puรฒ offrirci.
Fidiamoci di Dio che รจ maestro nellโedificare sopra ciรฒ che noi crediamo sia da scartare.
Commento di don Luciano Condina
Fonte – Arcidiocesi di Vercelli
