Ossimoro evangelico
“Silenzio assordante, brivido caldo, attimo infinito, dolce dolore, assenza ingombrante, morto viventeโฆ”. Queste espressioni, che incontriamo frequentemente nel parlato e nello scritto, sono definite ossimori. L’ossimoro รจ un modo di usare il linguaggio che accosta due termini di significato opposto, i quali, seppur contrari, uniti possono descrivere situazioni particolari e uniche.
Il titolo “il buon samaritano”, con cui tradizionalmente chiamiamo la parabola di questa pagina del Vangelo, puรฒ essere considerato un ossimoro. Non tanto a livello lessicale, come gli esempi appena citati, ma piuttosto dal punto di vista dell’esperienza di chi ascoltava Gesรน in quel momento. Per il dottore della legge (una sorta di “super religioso” del suo tempo, esperto di dottrina) che interroga Gesรน, un samaritano non poteva, per definizione, essere “buono”.
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I Samaritani erano infatti gli abitanti di una regione tra Giudea e Galilea, notoriamente considerati eretici e nemici, cattivi esempi di fede e di vita, e quindi da evitare. Eppure, nel racconto di Gesรน, รจ proprio un samaritano a incarnare concretamente il cuore della Legge di Dio: amare Dio e il prossimo in egual misura.
A questo dottore della legge, Gesรน propone di tradurre in gesti concreti ciรฒ che giร conosce con la mente, dicendogli: “Fa’ questo e vivrai”. Non basta “sapere”; รจ necessario “fare” affinchรฉ ciรฒ che crediamo e proferiamo con le labbra diventi eterno e trasformi la vita in un’esistenza piena e realizzata. Se le conoscenze religiose non arrivano a influenzare la vita, i gesti quotidiani, le scelte di ogni giorno, alla fine non servono a nulla.
Potremmo usare un’altra immagine: se la fede non scende dalla testa al cuore e alle mani, non รจ vera fede, o per lo meno รจ una fede virtuale, non reale. Questa รจ la proposta di Gesรน con la sua parabola, che narra di violenza ingiusta, di occasioni concrete per aiutare chi รจ nel bisogno, ma anche dei pericoli dell’indifferenza e del “guardare dall’altra parte”, pensando che i mali del prossimo non ci riguardino.
Dell’uomo soccorso dal samaritano, non ci viene detto nulla se non ciรฒ che gli accade e che lo lascia mezzo morto. La sua unica “qualifica” รจ che in quel momento ha bisogno. Non sappiamo se sia buono o cattivo, ebreo o straniero, se in qualche modo “meriti” o no di essere curato. Semplicemente, ha bisogno di aiuto altrimenti muore.
Dei due personaggi che precedono il samaritano, sappiamo che sono sulla stessa strada e che “teoricamente” sono dalla parte di Dio: un sacerdote e un levita. Tuttavia, proprio a causa delle regole religiose, non possono prendersi cura di quell’uomo, perchรฉ toccare il sangue di un’altra persona significava diventare impuri davanti a Dio.
Gesรน รจ davvero provocatorio con il suo racconto, poichรฉ smaschera una religiositร che diventa nemica dell’uomo e di Dio quando si ferma a regole che disumanizzano e giustificano l’indifferenza. Quel dottore della legge, che cerca la via di Dio, viene spinto a ripensare la sua stessa tradizione religiosa, che puรฒ addirittura allontanare da Dio invece di avvicinarlo.
Ma รจ proprio nel porre il samaritano come esempio di vera fedeltร alla Legge di Dio che Gesรน sferra un colpo fortissimo al suo ascoltatore e, di riflesso, anche a noi oggi. Proprio un samaritano, che proprio per la sua condizione non potrebbe essere esempio di nulla di buono, viene proposto come modello da seguire.
Quante sono le persone che, secondo uno sguardo superficiale e carico di pregiudizi, consideriamo negative e che in realtร possono offrirci esempi di altissima moralitร umana e persino religiosa? La parabola di Gesรน, che ci insegna a prenderci cura di chi ha bisogno “senza se e senza ma”, รจ anche un invito ad allargare lo sguardo e spegnere ogni forma di giudizio, per diventare capaci di vedere il bene e il buono anche lร dove non ce lo aspettiamo, anche in quelle persone che meno consideriamo.
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La parabola ci invita a credere negli ossimori della vita e della fede, che ci portano a sperimentare e a stupirci piacevolmente del fatto che “un samaritano รจ buono”, cosรฌ come “un morto รจ risorto”!ย
Fonte: il blog di don Giovanni Berti (“in arte don Gioba”)




