don Giovanni Berti (don Gioba) – Commento al Vangelo del 10 Settembre 2023

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Non dividere ma condividere

“Fratelli, condividiamo, portiamo i pesi gli uni degli altri, invece di chiacchierare e dividere guardiamoci con compassione, aiutiamoci a vicenda. Chiediamoci: io sono una persona che divide o che condivide? Di Gesù o del chiacchiericcio? Il chiacchiericcio è un’arma letale che uccide la fratellanza”.

Questo è uno dei passaggi più incisivi della meditazione che Papa Francesco ha tenuto durante l’Angelus dell’8 gennaio di quest’anno.

Sono tante le volte nelle quali il Papa richiama a superare pettegolezzi e chiacchiericcio dentro la Chiesa, e credo che prima di tutto pensi al mondo clericale di noi preti, che siamo maestri di dialogo ma tante volte testimoni di divisione proprio tra noi.

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La pensa proprio così anche Gesù che guarda all’interno del suo gruppo di discepoli e amici, e insegna loro la via della vera comunione per essere segno di fratellanza nel mondo.

“Se tuo fratello commetterà una colpa contro di te…”. Con questa introduzione Gesù va subito al cuore dei problemi che affliggono ogni comunità umana, comprese quella cristiana, famigliare e di coppia. Cosa succede se si viene offesi e traditi nell’amore da una persona che consideriamo fratello o sorella, e che è legata a noi in modo profondo? Il Maestro non prende la strada dello sminuire il problema (“non è successo nulla… non è così grave…”), e nemmeno quella ragionevole che spesso cerca di risolvere i conflitti dividendo le colpe a metà (“in fondo è un po’ colpa di tutti e due…). Ma la questione che sta a cuore Gesù è l’unità e il superamento alla radice delle divisioni. A Gesù sta a cuore la Giustizia che non è la principalmente la ricerca della condanna del colpevole e il risarcimento dell’offeso. La Giustizia di Dio è ritrovare l’unità attraverso le “armi” della misericordia. Gesù ti chiede non di aspettare che il primo passo sia fatto da chi ti ha offeso, ma che il primo passo lo faccia proprio tu verso di lui, con lo scopo, non di “avere ragione”, ma di riguadagnare tuo fratello (“se ti ascolterà, avrai guadagnato il tuo fratello”). Chi ti offende è sempre tuo fratello anche se contro di te. L’odio e il risentimento non devono mai far dimenticare chi è l’altro per te e tu per l’altro.

Gesù sulla croce fa Giustizia proprio perdonando per amore tutti, e mostrando sulla propria carne la strada del dono d’amore che fa risorgere la vita.

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Gesù nelle indicazioni che dà ai suoi, parte dal dialogo personale che è la strada opposta al chiacchiericcio e pettegolezzo, che, come dice Papa Francesco, dividono. Condividere significa ricercare il più possibile quel sentire comune interiore che è l’amore, e che è in tutti. Coinvolgere qualcuno che ci aiuti a ritrovare l’unità, è importante nella grande impresa del perdono. La Chiesa in tutte le sue parti deve diventare una scuola di misericordia, dove tutti impariamo a superar le divisioni, dove ci aiutiamo reciprocamente a trovare la strada del dialogo là dove è interrotto dai torti subìti o commessi a danno di qualcuno.

Anche quando Gesù conclude “…se non ascolterà neanche la comunità, sia per te come il pagano e il pubblicano”, non è la scusa per tagliare fuori dalla comunità qualcuno (o scomunicare, tanto per usare un linguaggio più ecclesiastico). “Sia per te come un pagano e pubblicano” ci riporta allo stile di Gesù che avvicinava tutti a cominciare proprio da quelli che erano considerati fuori dalla comunità di allora ed erano “maledetti”, proprio i pubblicani e pagani. Gesù voleva trasformare il pagano e il pubblicano in fratello e sorella. In casi come questi siamo chiamati inizialmente ad un impegnativo amore “a senso unico”, ma che non può che pian piano che portare frutti reciproci di fratellanza. Questo è difficile crederlo nella nostra società del tutto e subito e dai risultati immediati. Gesù invece ci ha creduto morendo solitario sulla croce. Dalla croce invita anche me ad avere lo stesso coraggio e la stessa lungimiranza.

“Dove sono due o tre riuniti nel mio nome, lì sono io in mezzo a loro”.

Essere riuniti nel nome di Gesù quindi non è solo questione di un rito esteriore e di una appartenenza culturale e di facciata, ma significa essere in comunione profonda e vera da fratelli e sorelle, superando le divisioni.

Gesù non è in mezzo a noi quando ci diciamo cristiani e svolgiamo un rito, ma quando tra di noi, nelle crepe delle relazioni umane, cerchiamo sempre di mettere il collante del Vangelo.

Fonte: il blog di don Giovanni Berti (“in arte don Gioba”)