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don Gabriele Nanni – Commento al Vangelo del 20 Ottobre 2024

Servire e dare la propria vita in riscatto per molti

Commento al vangelo Don Gabriele Nanni.

Trascrizione, non rivista, del video Youtube.

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Sia lodato Gesù Cristo.

Un saluto carissimo a voi che ascoltate. Due discepoli, non gli ultimi, parliamo di Giovanni e suo fratello Giacomo, i figli di Zebedeo, chiedono e discutono per avere i primi posti a fianco a Gesù nel suo regno. E Gesù dà una lezione per tutti: “Il calice che bevo, lo berrete. Sarete capaci? Sì, lo berrete. Il calice che io bevo è il calice della passione, del martirio. Lo berrete, sì. Però, chi vuole essere il primo si faccia l’ultimo, come me che sono venuto per servire e per dare la vita in riscatto di molti.”

Ora, gli apostoli, a parte Giuda che tradì e si impiccò, tutti seguirono questo comandamento di Gesù e furono resi capaci da lui di poter essere fedeli fino al martirio. Servire e dare la vita in riscatto per molti. Il martirio, infatti, è la forma più alta di testimonianza, è quella più perfetta, anche canonicamente. Quando si devono stabilire le cause dei Santi, appunto le canonizzazioni delle vite dei Santi sulla terra, il martirio è considerato sempre la forma più perfetta perché imita esemplarmente il Maestro Gesù, a causa sua e del suo nome, per il Vangelo.

Poi c’è questo: servire. Servire è un atteggiamento che si costruisce e si deve mantenere fedele durante la vita, per tutta la vita. Chi è addetto alla vita consacrata è chiamato a questo, quindi parliamo dei sacerdoti, dei religiosi e di tutte le forme di servizio nella Chiesa. È chiaro che dedicano la loro vita a Dio e alla Chiesa, ma il servire può diventare, quando viene messo alla prova, qualcosa che si coniuga in un altro modo: “Il mio tempo è dedicato a questo, il mio ufficio è questo, questo è già il mio sacrificio.”

Ma spesso può accadere che quello che si chiama servizio, in realtà, è un posto occupato per svolgere un lavoro che ha, in qualche modo, una sua routine oppure una sua straordinarietà, che è conforme a ciò che io voglio, a ciò che io ambisco, come volevano anche gli apostoli: essere i primi. Ma essere i primi qua sulla terra. Per cui, spesso nella Chiesa, si chiama servizio quello che in realtà è un ministero con alti gradi, funzioni, riconoscimenti. Lo sappiamo, e questo può viziare chiaramente quella che è un’opzione iniziale certamente genuina, ma che deve essere provata.

La prova è: sei capace di rimanere al servizio della Chiesa per servire il popolo di Dio e il mondo intero, attraverso una vita dedicata che ti dà poche soddisfazioni materiali e, a volte, anche poche gioie spirituali, perché un ritorno non è sempre così scontato del lavoro che si fa? Sei capace di arrivare fino in fondo alla tua vita, che viene usata, si potrebbe dire, spezzata, consumata in un’esistenza che spesso non ha significato?

Ora, non ha significato per la maggior parte della gente, e tanto più è vituperata, insomma, la vita del sacerdote. A causa degli scandali, diventa, tout court, una vita e una persona, un’identità, un ministero disprezzabile. Ora, penso che se esiste un martirio di sangue, esiste anche un martirio di vita consumata nell’ardore dell’amore di Dio e dei fratelli, attraverso il servizio nella Chiesa, in qualche modo esercitato con fedeltà fino all’ultimo. Ed è una forma di martirio anche questo: rimanere fedeli al proprio ufficio, sinceramente dando la vita per i fratelli, là dove non c’è niente da guadagnare.

Soprattutto, il buon nome del sacerdote è ormai macchiato. Il sacerdote, in quanto tale, diventa sinonimo di corruzione morale, di depravazione, di cose di ogni tipo. Il martirio oggi si configura in questo: stare al proprio posto, che non è l’ultimo posto, è ancora peggio. Siamo come sprofondati fra gli infami, pur testimoniando con la vita concreta l’amore per Dio e per i fratelli, e il non venir meno alla fede. Rimanere sereni nonostante le perturbazioni, andare avanti anche nei giorni difficili di pioggia e di tempesta, e ripresentarsi ogni giorno davanti al Signore, al suo altare.

E recitare così, nella Messa, quella parte del Canone in cui noi ringraziamo di averci fatti degni di stare al suo cospetto, al suo servizio all’altare. Dunque, con tutto quello che è l’opera che si svolge per la salvezza delle anime, quel dare la vita in riscatto per molti acquisisce un significato più alto e di martirio. Perché quella ignominia, quello sfigurato che il Figlio dell’uomo accettò su di sé, fu condannato a morte con i titoli di colpa più terribili, più vergognosi, con il disprezzo totale di tutti.

Se dunque accettiamo questo, noi ci configuriamo a Cristo in quella parte di martirio che precede la morte fisica sulla croce, ma che ci accompagna fino alla morte, fino all’ultimo giorno della nostra esistenza qui sulla terra. E dunque abbiamo anche noi la possibilità di essere diversamente martiri. Martiri di un mondo che perseguita, la cui radice di persecuzione non è solamente il tradimento e la corruzione di molti membri del clero, ma è l’odio verso la Chiesa, che si serve poi di queste cadute, quando non le favorisce, per poter colpire la radice della Chiesa.

La Chiesa sulla terra sono quegli uomini che prolungano il corpo di Cristo nel tempo e nello spazio. Dunque, il martirio di Cristo si può estendere, prolungare attraverso i credenti, sacerdoti e consacrati, che per il nome di Cristo e per essere cristiani, vengono vituperati in tutto il mondo, perseguitati, uccisi moralmente, uccisi nella loro buona fama, perseguitati per colpa anche di altri. Ma se rimaniamo nella giustizia di Dio, egli potrà testimoniare la sua potenza e la sua vittoria anche attraverso di noi.

Che Dio ci benedica tutti quanti.

Fonte: YOUTUBE | SPREAKER