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don Franco Mastrolonardo – Commento al Vangelo di oggi – 10 Marzo 2025

Commento al Vangelo di don Franco Mastrolonardo, responsabile del progetto preg.audio.

Trascrizione automatica (non rivista) generata da Youtube e “corretta” tramite IA.

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In quel tempo, Gesù disse ai suoi discepoli: «Quando il Figlio dell’uomo verrà nella sua gloria, e tutti gli angeli con lui, siederà sul trono della sua gloria. Davanti a lui verranno radunati tutti i popoli. Egli separerà gli uni dagli altri, come il pastore separa le pecore dalle capre, e porrà le pecore alla sua destra e le capre alla sinistra.

Allora il Re dirà a quelli che saranno alla sua destra: “Venite, benedetti del Padre mio; ricevete in eredità il regno preparato per voi fin dalla creazione del mondo. Perché ho avuto fame e mi avete dato da mangiare; ho avuto sete e mi avete dato da bere; ero straniero e mi avete accolto; nudo e mi avete vestito; malato e mi avete visitato; ero in carcere e siete venuti a trovarmi”.

Allora i giusti gli risponderanno: “Signore, quando ti abbiamo visto affamato e ti abbiamo dato da mangiare, o assetato e ti abbiamo dato da bere? Quando mai ti abbiamo visto straniero e ti abbiamo accolto, o nudo e ti abbiamo vestito? Quando mai ti abbiamo visto malato o in carcere e siamo venuti a visitarti?”.

E il Re risponderà loro: “In verità io vi dico: tutto quello che avete fatto a uno solo di questi miei fratelli più piccoli, l’avete fatto a me”.

Poi dirà anche a quelli che saranno alla sua sinistra: “Via, lontano da me, maledetti, nel fuoco eterno, preparato per il diavolo e per i suoi angeli. Perché ho avuto fame e non mi avete dato da mangiare; ho avuto sete e non mi avete dato da bere; ero straniero e non mi avete accolto; nudo e non mi avete vestito; malato e in carcere e non mi avete visitato”.

Allora anch’essi risponderanno: “Signore, quando ti abbiamo visto affamato, assetato, straniero, nudo, malato o in carcere e non ti abbiamo servito?”.

Allora egli risponderà loro: “In verità io vi dico: tutto quello che non avete fatto a uno solo di questi più piccoli, non l’avete fatto a me”.

E se ne andranno questi al supplizio eterno; i giusti, invece, alla vita eterna».

La Chiesa non è un negozio. La Chiesa non è un’agenzia umanitaria. La Chiesa non è una ONG. La Chiesa è mandata a portare il suo Vangelo. Beh, Papa Francesco mi pare sia stato chiaro. Un altro che di carità se ne intendeva era don Oreste Benzi, il quale soleva dire ai suoi ragazzi: «Così, noi non siamo dei facchini della carità. Siamo degli innamorati di Cristo. Non siamo dei facchini, degli impiegati della carità».

Ho paura io di queste parole. Infatti, i giornalisti lo avevano etichettato come un facchino della carità, dato il lavoro immenso che lui e la sua comunità, la Papa Giovanni XXIII, portano avanti nei confronti dei poveri e degli ultimi della società. Ma don Oreste reagisce: «Il cristiano non opera la carità come fosse una professione. Lo fa perché è innamorato di Gesù. E un cuore innamorato si dona. Invece, un cuore che non si dona non è innamorato».

Quindi, da queste testimonianze qualificate della Chiesa, si chiarisce che i cristiani operano la carità per portare Cristo ai poveri, vedendo nei poveri lo stesso volto di Cristo.

Eppure, una voce autorevole nel laicato scientifico, Carlo Rovelli, astrofisico, critica ampiamente questa prospettiva e ne fa il suo cavallo di battaglia per giustificare l’ateismo. Ascoltiamolo:

«A me non piacciono quelli che si comportano bene per paura di finire all’inferno. Preferisco quelli che si comportano bene perché amano comportarsi bene. A me non piacciono quelli che sono buoni per piacere a Dio. Preferisco quelli che sono buoni perché sono buoni. Non mi piace rispettare i miei simili perché sono figli di Dio. Mi piace rispettarli perché sono esseri che sentono e che soffrono. Non mi piace chi si dedica al prossimo e coltiva giustizia, pensando in questo modo di piacere a Dio. Mi piace chi si dedica al prossimo perché sente amore e compassione per la gente. E siccome vorrei essere simile alle persone che mi piacciono e non a quelli che non mi piacciono, non credo in Dio».

A questo punto, personalmente, entro un po’ in confusione. Mi dico: «Effettivamente, Carlo Rovelli non ha tutti i torti. C’è bisogno davvero di credere in Dio e vedere Gesù nel povero per fare del bene e muoversi a carità verso chi ha bisogno? E non potrebbe essere che assolutizzare questo sguardo cristocentrico possa creare imbarazzo e antipatia, al punto da allontanare le persone da Dio, piuttosto che avvicinarle?».

Provo allora a rileggere il Vangelo e mi accorgo di una domanda che i giusti fanno al Re, dopo che sono stati elogiati per le loro opere buone. Leggo: «Quando mai ti abbiamo visto affamato, assetato, stanco, ignudo, straniero, carcerato?».

Da questa domanda, parrebbe che i benedetti del Padre, muovendosi a compassione verso i bisognosi, neppure si siano accorti di Gesù. Cioè, nessuno di loro afferma: «Sì, ho fatto questo perché ho visto nel povero il volto di Gesù». Diciamo che è stata una sorpresa anche per loro.

E qui sta la chiave di volta della carità evangelica, che disinnesca serenamente le critiche di Rovelli. È la gratuità della carità evangelica. Cioè, il cristiano non opera la compassione verso i fratelli poveri perché teorizza che in quelli c’è Gesù, o perché accampa diritti sul Paradiso. Lo fa perché il suo cuore, pieno dell’amore di Gesù, lo muove. Come una mamma che si sveglia la notte perché sente piangere il suo bimbo. Non teorizza sul fatto che lei è la mamma e il bimbo è il suo figlio, e che deve fare il lavoro di mamma. Lo fa e basta.

Poi, un giorno, Gesù le dirà: «Grazie, perché hai fatto un’opera buona nei miei confronti». E la mamma dirà: «Quando mai è successo?».

Ecco, quindi, il segreto della carità evangelica: non sa la mano destra cosa fa la mano sinistra. Ma è sempre il cuore innamorato che muove a carità. Noi cristiani sappiamo che questo amore ha un nome: Gesù. Ma non importa se alcuni lo sanno o altri no. Perché chiunque si muove a carità, se lo fa gratuitamente, un giorno sarà elogiato dal Padre Celeste, ateo o credente che sia.

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