“Abbiamo lasciato tutto e ti abbiamo seguito.” È Pietro a parlare, e forse, in fondo, sta dicendo quello che tutti pensano quando facciamo una scelta radicale: “Ma ne vale davvero la pena?” il tarlo che ci rode dentro quando ci accorgiamo che il bene costa fatica, che amare non è un investimento a rendimento immediato, che seguire un ideale significa, a volte, perdere qualcosa. Anche nei confronti di Dio pensiamo qualcosa di simile: “dato che le mie preghiere non vengono ascoltate, forse Dio mi vuole punire e io invece continuo a supplicarlo inutilmente, oppure semplicemente Dio non esiste e sto solo perdendo tempo?”
Gesù non nega il sacrificio, ma rilancia: chi lascia tutto per Lui riceve, già ora, il centuplo, insieme alle persecuzioni. Cioè? La vita non diventa più facile, ma più piena. Noi cerchiamo sicurezze, Lui ci propone relazioni. Vogliamo garanzie, Lui ci offre libertà. Ma la paura di perdere ci paralizza. È il rischio di chi vuole tenere sempre un piede dentro e uno fuori: non si gioca mai davvero, e alla fine si rimane con le mani vuote.
Al tempo di Gesù, lasciare tutto significava rompere con la famiglia, che era la vera rete di protezione economica e sociale. Non era solo un distacco emotivo, era una rivoluzione. La logica del Vangelo ribalta le priorità: non sei grande per ciò che hai, ma per ciò che dai.
E oggi? Vale lo stesso. Pensiamo alle relazioni: spesso vogliamo tutto senza rischiare nulla. Amiamo, ma con il freno a mano tirato. Vogliamo essere apprezzati, ma senza esporci. Vogliamo certezze, ma senza fidarci davvero. Gesù non promette comfort, ma una pienezza che vale più di qualsiasi calcolo.
- E tu, sei disposto a fidarti?
don Domenico Bruno
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