Ogni tanto capita di ascoltare in tv delle belle storie di rinascita. Penso alla cronaca di persone che, dopo anni di errore, ritrovano dignità e famiglia, ad esempio uno che torna a studiare a trent’anni, qualcuno che supera la schiavitù di una dipendenza, o qualcuno che riesce a sconfiggere una malattia.
È come una carrozzina rovesciata rimessa in piedi, pezzo per pezzo. Nella Prima Lettura, Davide piange il figlio Assalònne, vittima della sua ribellione e di scelte divoranti, e scopre che nemmeno la vittoria vale se è venuto meno la persona che amiamo.
Nel Vangelo, invece, si racconta di una mano sulla veste di Gesù e una bambina di dodici anni che giace come addormentata. Prima una donna malata da anni osa toccare il lembo del manto, e subito sente che qualcosa si rinnova dentro di lei. Si tratta dell’atto semplice e potente della fiducia che rompe l’isolamento. E poi, quando Gesù prende per mano quella fanciulla, non la tratta come un oggetto rotto da riparare ma la chiama per nome, la invita ad uscire dal “sonno” della disperazione.
Al tempo di Gesù, toccare un manto significava invadere le regole sociali. Una donna emorragica toccava oggetti di potere, eppure Gesù trasforma quella trasgressione in guarigione. Oggi ogni vero cristiano dovrebbe osare “cose proibite”, come un messaggio a chi soffre, una carezza a chi è caduto, un perdono inatteso…
San Biagio, di cui oggi facciamo memoria, è ricordato per il dono della guarigione della gola, simbolo di parola che sana e di comunicazione che salva. Un pò come quando scegliamo parole che liberano e non feriscono.
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Forse Dio ci sta chiedendo coraggio di avvicinarci, di toccare la vita ferita degli altri con rispetto e speranza. E se sembra “tardi”, Cristo ci ricorda che Lui è più grande del tempo e con Lui ogni cuore può risorgere.
don Domenico Bruno
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