Tempo fa sui social è esplosa una polemica enorme perché un gruppo di amici ha rotto la vetrina di un negozio per entrare più velocemente, anziché usare la porta.
Quel gesto ha fatto il giro del web come esempio di “arrivare prima a tutti i costi”, di saltare ogni ostacolo, ma alla fine tutto si rompe e poi si paga il danno. È la stessa scena del Vangelo di oggi in cui quattro amici non si accontentano della porta affollata per portare il paralitico da Gesù, ma salgono sul tetto, tagliano il tetto e fanno scendere la barella. Quel corpo su una stuoia è un po’ come ciascuno di noi quando ci sentiamo pesanti di ferite, di abitudini sbagliate, di relazioni interrotte, come un’auto che non parte perché la batteria è scarica.
Nella prima lettura di Samuele, il popolo chiede un re perché “tutti gli altri ne hanno uno”, e così rifiuta Dio come unico sovrano: vogliono sicurezze immediate, prestazioni garantite, ma finiscono schiavi di quel re che “prende tutto e comanda su tutto”.
Gesù, invece, ci insegna che la vera porta non è l’efficienza o la moda del momento, ma la fiducia: la fede di quei quattro amici li porta a rompere tetti, non regole sociali. E Gesù dice prima “Ti sono perdonati i tuoi peccati” e poi “alzati, prendi il tuo letto e vai a casa”. Questo ricorda che la cosa più importante è il perdono. Prima viene il perdono, poi la forza per camminare.
San Gregorio Magno commenta che i quattro amici sono immagine di chi porta con sé gli altri verso la salvezza. Il tetto rotto non è distruzione, ma apertura. Ogni volta che c’è un’apertura Cristo può entrare.
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Allora oggi guardiamo ai nostri “tetti”: quali abitudini dobbiamo rompere per far scendere la grazia? Non basta bussare alla porta affollata delle nostre paure, bisogna rompere ciò che fa muro, perché con Gesù ogni passo in avanti è guarigione.
don Domenico Bruno
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