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don Claudio Doglio – Commento al Vangelo del 13 Luglio 2025

Il commento di don Claudio interpreta la Parabola del Buon Samaritano come un racconto che va oltre la semplice carità, presentandola come un’allegoria cristologica dove Gesù stesso è il Samaritano divino che cura l’umanità ferita con i sacramenti e affida alla Chiesa il compito di completare questa guarigione.

Viene enfatizzato come la misericordia e la grazia di Cristo, piuttosto che la sola osservanza della legge, siano fondamentali per la redenzione e la santità. Il testo sottolinea che siamo noi stessi l’uomo ferito che incontra Gesù sulla via, e introduce la Lettera ai Colossesi che celebra Cristo come l’immagine di Dio, il primogenito della creazione e della risurrezione, fonte della nostra salvezza e riconciliazione.

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In sintesi, il focus è sulla terapia del cuore attraverso la misericordia divina e la figura centrale di Cristo nel piano di salvezza.

Trascrizione generata automaticamente da Youtube e rivista tramite IA.

“La 15ª domenica del tempo ordinario ci propone dal Vangelo secondo Luca la splendida parabola del samaritano che fa misericordia con l’uomo ferito. Dopo avere iniziato con decisione il viaggio verso Gerusalemme, Gesù manda altri 72 discepoli a preparare il cammino consolandoli con la sua presenza di pace. E poi, rispondendo ad un dottore della legge che lo interroga su che cosa bisogna fare per ereditare la vita eterna, Gesù risponde interrogando: “Sei un dottore della legge, dovresti saperlo quello che dice la legge”. E difatti il dottore lo sa e riprende due precetti del Levitico e del Deuteronomio: “Amerai il Signore tuo Dio e amerai il prossimo tuo”. Gesù non può far altro che ribadire: “Vedi che lo sapevi, perché me l’hai chiesto allora?”.

E l’altro deve giustificare la propria richiesta e allora fa una domanda interpretativa: “Chi deve essere considerato come il prossimo? Amerai il prossimo, chi è il prossimo?”. Questa parola che noi adoperiamo abitualmente deriva dal latino propicino, proximus è il superlativo e quindi vuol dire “il vicinissimo”, “il più vicino”. È colui che appartiene al nostro ambito familiare, è colui con cui condividiamo la vita. Ma fin dove arriva questa prossimità? È come dire: “Chi devo considerare meritevole del mio aiuto?”.

Gesù allora racconta questa parabola ambientandola in un luogo geografico ben preciso, cioè un uomo che scende da Gerusalemme a Gerico e attraversa una zona che i primi destinatari conoscevano bene: desertica. Una strada di circa 30 km in mezzo ad un orrido deserto, luogo di briganti che assalivano viandanti solitari. Per questo i più si univano in carovane per evitare il pericolo dei briganti. Quest’uomo, dunque, capita in una banda di briganti i quali gli tolgono tutto, lo picchiano, lo lasciano seminudo e semimorto lungo la strada.

Passano due rappresentanti del culto di Gerusalemme e osservanti della legge: sono attenti a stare ben lontani da quell’uomo ferito, moribondo, per non essere contaminati da lui. Invece uno straniero che viene dalla Samaria ed era in viaggio fu mosso da compassione e si fece vicino all’uomo ferito. La parola decisiva è quel verbo “provare compassione”. L’abbiamo già incontrato alcune domeniche fa nell’episodio in cui Gesù rianima il figlio della vedova di Nain, mosso a compassione, cioè si sentì muovere le viscere materne. Il samaritano è un uomo che tuttavia reagisce con una sensibilità materna, ma nei confronti di un estraneo. Lui viene dalla Samaria, quindi è straniero per quel territorio giudaico ed è un estraneo per quell’uomo malcapitato, non lo conosce. E tuttavia sente una compassione materna e si fa vicino all’uomo ferito e comincia a curarlo versando quello che ha nello zaino: vino e olio.

Non sono dei beni che si portino così facilmente nello zaino per prima necessità, però sono elementi sacramentali che nella Chiesa vengono adoperati come segni della misericordia di Dio. Il vino disinfetta e l’olio lenisce, ma richiamano l’opera terapeutica dei sacramenti. Quel samaritano si fa carico dell’uomo, lo porta in un pandoche. E siamo costretti a tradurre “albergo”, ma la parola greca ha un suono e un significato molto più bello: è l’ambiente che accoglie tutti. E il gestore di quell’ambiente è l’onniaccogliente, colui che accoglie tutti quelli che arrivano. E il samaritano paga la cura, due denari gli lascia e incarica quell’uomo onniaccogliente di avere cura dell’uomo in attesa che il samaritano ripassi.

Ripasserà, pagherà tutto quello che è stato speso in più e conclude la storia domandando: “Allora chi è stato il prossimo?”. Ha capovolto il problema: non è questione di capire chi si merita di essere amico, chi si merita il mio amore, ma di chi io sono amico, chi considero come amico e tratto con affetto da amico. Vi è dimostrato prossimo non chi si merita di essere aiutato, ma chi ha fatto misericordia con lui. La traduzione italiana dice: “Chi ha avuto compassione”, ma non è il riferimento alla compassione, c’è proprio il verbo eleo che è quello della misericordia, colui che ha fatto misericordia nei confronti dell’uomo ferito.

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La tradizione patristica ci ha insegnato a leggere questa parabola come cristologica. Il samaritano divino straniero è Gesù in persona che arriva a curare l’uomo, l’umanità in Adamo ferita. Non fu aiutata dalla religione ebraica, ma fu Gesù che si fece vicino all’umanità e coi sacramenti ha cominciato a curare e ha affidato alla Chiesa il compito di portare a compimento la cura fino alla guarigione completa. Quando verrà di nuovo, pagherà lui tutto quello che è stato speso in più per curare l’uomo. Il senso profondo è quello della terapia del cuore, non è una questione semplicemente materiale.

È la misericordia di Dio che redime l’umanità e cambia il peccatore facendolo diventare santo. In questo senso il Signore cura l’umanità. I precetti, ci dice la prima lettura dal libro del Deuteronomio, sono alla nostra portata. Non è una parola troppo lontana, disincarnata, impossibile, è una parola molto vicina a te nella tua bocca, nel tuo cuore, perché tu la metta in pratica. Gesù è questa parola che si fa carne, che entra nella nostra bocca, nel nostro cuore, perché noi abbiamo la forza di metterla in pratica. Il Salmo 18 celebra i precetti del Signore che fanno gioire il cuore, ma dobbiamo far bene attenzione perché noi cristiani non ci fidiamo della legge, delle regole, delle norme, ma della grazia di Cristo.

E sappiamo che fanno gioire il cuore le opere del Signore, il fatto che il Signore ci abbia dato la capacità di realizzare quello che ci chiede. Il precetto del Signore diventa concretamente l’aiuto di misericordia: è il Signore che si fa vicino a me che sono ferito e mi cura. Non credo sia molto corretto immaginare se io nella parabola sono il sacerdote, il levita o il samaritano, forse il nostro ruolo è quello dell’uomo ferito, il malcapitato che ha la fortuna di avere incontrato Gesù sulla propria strada. Questo ci dà la possibilità di guarire.

Come seconda lettura, a partire da questa domenica, ci è proposto un brano della lettera ai Colossesi. Abbiamo letto per cinque domeniche il testo ai Galati, adesso iniziamo e seguiamo per alcune domeniche il testo scritto ai Colossesi e cominciamo dall’inno. Apre questa lettera un inno cristologico che mette Cristo al centro. Lo presenta come l’immagine di Dio, colui che ha fatto vedere l’invisibile. È il primogenito di tutta la creazione, è il capo del corpo, è il primogenito di coloro che risuscitano dai morti per avere il primato su tutto.

Cristo è l’origine, Cristo è il fondamento, Cristo è il primo nella creazione e nella risurrezione, il primato su tutto. Cristo è il primo che ci viene incontro e la nostra salvezza dipende da lui. Grazie al sangue versato sulla croce egli ha rappacificato cielo e terra, ha fatto comunione fra Dio e l’uomo. Noi eravamo feriti, mezzi morti, ma grazie a Gesù Cristo abbiamo cominciato a guarire. Siamo peccatori in via di guarigione e la misericordia continua a operare in noi fino alla piena guarigione, fino alla salute perfetta, cioè la santità.