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don Claudio Bolognesi – Commento al Vangelo del 25 ottobre 2026

Ci siamo lasciati domenica scorsa con i discepoli dei farisei domandarTi della liceità del tributo a Cesare, meravigliati sì dalla Tua risposta ma anche purtroppo andarsene.

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Sono stati sostituiti da alcuni sadducei che Ti pongono una domanda molto particolare sulla resurrezione – a cui loro non credono – tirando in ballo la situazione paradossale dell’uomo vedovo che sposa secondo la legge in successione sette sorelle rimanendo ogni volta ancora vedovo. Chi sarà la sua vera moglie alla resurrezione? La Tua risposta sottolinea l’impossibilità di descrivere con categorie umane la vita in Dio.

Non si sa cosa facciano i sadducei ma che la folla è stupita, sì. A questo punto ritornano i farisei, che si riuniscono – c’è enfasi circa il fatto che sono proprio insieme, ritornerà anche dopo -. Uno di loro, esperto nella legge, ti mette alla prova. Di per sé non sarebbe una cosa né buona né cattiva.

Tu vuoi che i discepoli lo facciano per capire se ciò che fanno viene da Te, è la Tua volontà – è il cosiddetto “discernimento” -. Ma se lo facciamo per testare il fatto che Tu sia veramente Dio, meritevole della nostra fede, diventa un peccato gravissimo perché di fatto dice che crediamo di avere l’autorità di poter decidere se sei il Signore o no, per cui ci consideriamo più grandi di Te.

Nel nostro caso in quale delle due situazioni ricadiamo? Non si sa. Di per sé siamo in un punto del Vangelo in cui si mette in discussione la Tua autorità e si cerca di farti cadere in contraddizione. Dall’altra l’unico vero brano parallelo nei sinottici, Mc 12,28-35 termina con Te che lodi la saggezza dello scriba che Ti pone la domanda e concorda con la Tua risposta.

La domanda in sé è interessante: nella Legge qual è il comandamento più grande? Intanto introduce il concetto che non sia tutto allo stesso livello, né dal punto di vista della fede né da quello della morale. Cosa che come cristiani dovremmo avere chiaro, anche se non sempre è così.

Ci spieghiamo: il fatto che Ti sei fatto uomo, che sei salito in croce e poi sei risorto per salvarci non ha la stessa importanza per la nostra fede dell’affermazione dell’infallibilità papale. Esprimere dubbi sulla prima cosa non è uguale che esprimerli sull’altra. Allo stesso modo scegliere di fare del male, ad esempio di uccidere, non equivale a lasciare una stanza perché chi c’è lì non riusciamo a sopportarlo.

La questione di quale sia il comandamento più grande tra i 613 contati dal giudaismo e anche solo la definizione della lista esatta di quelli riconosciuti era un dibattito classico tra i maestri della legge. Ci aspetteremmo un riferimento da parte Tua alle “dieci parole” cuore delle Tavole della Legge. Invece Tu citi il brano seguenti, la conclusone di Mosè che in Dt 6,5 invita il popolo ad ascoltare, credere e realizzarle.

Ci sono alcune particolarità. La Tua risposta è espressa con una forma verbale al passato indefinito. Come se Tu stessi continuando qualcosa che hai iniziato a dire ma che non hai mai finito e quindi il Tuo rispondere sia ancora aperto.

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Il verbo “amare” al futuro è tipico delle prescrizioni, che sono al futuro perché sono una meta cui puntare, non un pre requisito appartenente al passato.

Amare come? Nel cuore, l’anima e la mente – manca la forza che è nei brani paralleli e anche in Deuteronomio -. Significa che quell’amore deve realizzarsi nel cuore, centro unificatore della persona, sede dei progetti, laboratorio delle scelte.

Allo stesso modo nell’anima, la vita che rende possibile il fatto che existiamo e che esisteremo oltre la morte. Poi anche nella mente, nel ragionamento che porta o seguire Te.

Si specifica che quell’amore sarà dentro – il testo traduce “con”, sembra che siano funzioni della persona ma in realtà c’s’è “in”, siamo noi stessi – e insiste ripetendo tre volte “tutto, tutta”. Un compito chiaramente improbo. C’è un mondo dentro di noi da conquistare ed evangelizzare, un’impresa di cui solo Tu puoi essere capace.

Senza interruzioni a questo punto aggiungi un secondo comandamento, quello dell’amore al prossimo secondo la citazione di Levitico 19,18. È un punto così importante che nel Vangelo di Luca seguirà la parabola del Buon Samaritano tutta dedicata a definire chi sia, questo “prossimo”.

Siamo nella novità del Tuo Vangelo. Da da questo dipendono tutta la Legge e i Profeti. Quindi non solo la parte normativa ma anche quella realizzativa morale della fede.

Anche il verbo “dipendono” è interessante. Negli Atti degli Apostoli verrà utilizzato nei Tuoi confronti, raccontando la crocifissione. La legge e i profeti sono appesi alla croce formata dai comandamenti dell’amore.

don Claudio Bolognesi