Si può dire: “beati i poveri, coloro che piangono, i perseguitati, affamati di giustizia” seriamente, guardandoli in faccia? Crediamo di sì, ma solo a certe condizioni.
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La prima è che non sia uno slogan, buttato là da un palco, magari con un sorriso compiaciuto a trentadue denti. Qui ci siamo: Tu hai davanti le folle, è vero, ma le Tue Beatitudini sono qualcosa che “insegni”, materia di scuola, fanno parte del programma. Bisognerà passarci sopra mesi di ripetizioni, forse una vita. Alla fine Tu interrogherai, non si scappa.
La seconda condizione è capire di chi in realtà Tu stia parlando. Perché se quelli a cui Ti riferisci siamo noi, scusa tanto ma potremmo offenderci. Può essere che siamo persone spiritualmente povere, ma non ci piace che proprio Tu ce lo ricordi.
Spesso siamo nel pianto, ma c’è differenza tra una madre che perde un figlio e di certo “beata” non è e il nostro vicino di casa che s’è giocato in borsa i risparmi e piange perché li ha visti dimezzare. Per noi “mite” è sinonimo di “debole”, per non usare francesismi.
Essere “misericordiosi” significa lasciarsi prendere per il naso, “puri di cuore” ci fa pensare alla statua di San Luigi in chiesa, magrolino e smunto e gli “operatori di pace” a gente che non vive nel mondo reale. Ma sbagliamo. Perché non possiamo inventarci noi il significato delle parole, soprattutto di quelle così importanti.
Allora ci facciamo aiutare dalla Bibbia e scopriamo che “povero” nello Spirito sei Tu, che Ti sei fatto uomo deponendo la Tua natura divina per accogliere quella nostra, umana, e salvarci. Che il pianto di cui parli è il Tuo, davanti a quella Gerusalemme che siamo noi quando della Tua salvezza non sappiamo che farci.
È ancora il nostro, amici dello Sposo, quando Tu ci vieni strappato. “Mite ed umile” di cuore, così Ti presenti come meta di chi è affaticato ed oppresso.
“Affamato ed assetato” dopo i quaranta giorni di lotta nel deserto che Ti hanno portato a scegliere la strada del servizio umile e non quella della potenza o come davanti al fico che non dà frutto, simbolo di ciò che possiamo diventare ma non siamo. Come coloro che chiedono cibo e acqua e nel giudizio scopriamo che in loro ci sei Tu.
“Misericordioso” è il primo nome con cui Ti riveli a Mosè sul monte ed è un titolo così importante di cui sei fiero e Ti vanti al punto che tante religioni lo hanno colto. Purtroppo non cambia la nostra scala dei valori, non ri orienta le nostre scelte.
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I “puri di cuore” non sono quelli che li ha portati la cicogna e non sanno cosa siano i pensieri un po’ pruriginosi. Sono coloro capaci di operare scelte purificate dal contatto con Te.
La nostra pace cantata dagli angeli alla Tua nascita è ciò che si realizza nel mondo, nelle situazioni della vita quando in essi nasci Tu. Tutte queste situazioni sono complesse, trasudano fatica e dolore, come possiamo permetterci di chiamarle “beate”?
Lo sono – e questa è la terza condizione – solo se questa pagina del Vangelo oltre che un insegnamento è una promessa. Scatta allora la dimensione della speranza.
Che non è come quando da bambini venivano le giostre e noi ci facevamo dei viaggi pensando che babbo e mamma ci avrebbero sicuramente portato. È come quando sai che le giostre arrivano ma sono loro, i tuoi cari che ti promettono che, anche se non sei stato proprio buono, Ti ci porteranno.
La nostra non è una speranza auto inventata che serve per mascherare la nostra incapacità di cambiare la realtà. È fondata su di una promessa Tua, che ci ami e c’inviti ad amarti e che quella medesima realtà l’hai fondata e redenta. Solo a queste condizioni una gioia futura cambia il nostro presente.
Noi non siamo beati per via del fatto che saremo ricompensati – anche per quello, certo -. Lo siamo perché quelle categorie delle beatitudini ci descrivono simili a Te, in comunione con Te.
Tu sei il Santo, il Beato, il Benedetto. Ogni volta che ascoltiamo e mettiamo in pratica le Tua Parola, ogni volta che accogliamo il dono dell’eucarestia e lasciamo che ci cambi la vita, noi lo siamo in Te e con Te.
don Claudio Bolognesi
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