La Trasfigurazione: seconda tappa del nostro cammino quaresimale.
Dopo aver incontrato la Tua e la nostra tentazione, fatto quindi i conti con la realtà, dopo aver contemplato la Tua vittoria, ora fissiamo lo sguardo sulla méta. È giusto: non s’intraprende un viaggio senza la consapevolezza di ciò che siamo, di cosa ci sia nel nostro zaino. Non si va da nessuna parte se non ci è chiaro dove vogliamo arrivare.
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In più, il racconto della Trasfigurazione ci fornisce la descrizione dell’equipaggiamento. L’abito che ci serve è una vesta bianca ad immagine della Tua. Ci avvisa poi di ciò che non serve: una tenda, che in questo caso è il tentativo di fermare l’attimo della contemplazione, di renderlo stabile. Di tenerlo acceso per sempre.
La tenda o capanna o “tabernacolo”, era anche un riferimento ad una festività ebraica in cui si ricordava la fatica dell’Esodo e la si associava alla gioia della mietitura. Anche questa memoria non servirà. Siamo nella vita presente, non nella celebrazione del passato. Servono invece la contemplazione del Tuo volto e l’ascolto della Tua parola, ora.
Serve la consapevolezza che davanti a Te possiamo solo cadere con la faccia a terra ma Tu sei Colui che ci rialza, che ci fa vincere i timori e risorgere. Serve infine il riconoscere che ci sono tempi diversi più o meno giusti per condividere ciò che abbiamo visto ed incontrato.
Tutto questo fa anche parte del cammino battesimale che ha nei vangeli di queste domeniche il suo percorso tipico con le celebrazioni che ne scandiscono i passi. Ma andiamo con ordine. Per prima cosa prendi con Te Pietro, Giacomo e Giovanni, gli altri no.
La nostra coscienza egualitaria al grido di “o tutti o nessuno” si ribella già. Ma la vita non è così. Noi non siamo san Francesco né santa Teresina. Non valiamo né di più né di meno ma le esperienze di qualcuno non sono replicabili per tutti anche se sono sempre “per”, a vantaggio di tutti.
Il criterio con cui scegli non è spiegato. Non è il merito, spesso i coinvolti sono quelli che hanno appena dato il peggio di sé. Non è l’inclinazione naturale: se nei tre presenti c’è Giovanni che avrà fama di mistico, Pietro di certo quella fama non l’aveva.
Li porti su di un monte “alto” che la tradizione ci consegna come il Tabor. Di monti nel Vangelo ne abbiamo tanti: quello “troppo alto” della terza tentazione. “Il” monte, con l’articolo determinativo davanti, da cui pronunci il grande discorso che si apre con le Beatitudini e sui cui Ti rifugi a pregare. Questo è “un” monte, indefinito. Il pensiero va all’esperienza spirituale prima di quella fisica. È alto e salirlo costa fatica.
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La Trasfigurazione è una “metamorfosi”, termine che la Chiesa ha scelto di latinizzare per via di assonanze con antichi racconti greci che parlano di trasformazioni esteriori. Negli altri due casi in cui si usa questo termine nel Nuovo Testamento è chiaro che si intende una trasformazione interiore.
Qui si esprime un cambiamento che interessa il volto e l’abito, che sono i luoghi della relazione, esprimono il ruolo sociale. Il Tuo viso è come sole, che da sempre è metafora di Dio, qualcosa di così potente da non poter essere guardato dritto negli occhi, da uguale. I Tuoi abiti sono come la luce, operando una distinzione con l’angelo del Signore fuori dalla tomba vuota, che sarà vestito di bianco ma “come la neve”, vari gradini sotto.
don Claudio Bolognesi
