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don Antonello Iapicca – Vangelo del giorno – 6 Settembre 2024

Il digiuno degli innamorati che ci sazia di un alimento incorruttibile

Amore e libertà: i discepoli di Gesù digiunano per amore, in libertà. Il digiuno cristiano è memoria, non è solo una pratica religiosa per purificarsi. È inginocchiarsi dinanzi al Crocifisso e implorare il suo ritorno. È una condizione essenziale dell’esistenza, vivendo autenticamente la vita terrena, che è già e non ancora. Lo Sposo è con noi, ma, contemporaneamente, non lo è in pienezza, perché questa è riservata al Cielo.

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Per questo il digiuno cristiano esprime la novità di un rapporto autentico con Dio, non più basato sul timore ma sull’amore, come un’abitudine nuova, l’abito nuovo con il quale entrare nella storia quotidiana. Come alle nozze di Cana, il digiuno prepara e spera, l’avvento del “vino nuovo”, il segno di una festa e un’allegria sconosciute che scaturiscono dall’amore più forte della morte.

La Chiesa, come Maria, sa che Gesù è con Lei, nella vita dei suoi figli, anche se non è giunta ancora l’ora della sua definitiva manifestazione riservata alla parusia. Per questo prega e digiuna, perché, anche se le nozze si compiranno solo nel mondo futuro, il demonio non abbia potere sul loro preludio, che è la vita in questo mondo.

Pur digiunando, la Chiesa non smette il “vestito nuovo” della festa per indossare abiti rattoppati che certamente si squarceranno. I cristiani, paradossalmente, digiunano pregustando già il “vino nuovo” che non spacca gli otri della propria vita. Proprio nella precarietà e nella debolezza di una vedova, la memoria dello Sposo che è il digiuno costituisce la loro forza, con la quale entrano nei giorni senza dissipare e strappare nulla, donandosi con amore a tutti.

Più si vive intensamente la vita terrena, più si desidera di addormentarsi per risvegliarsi in Cielo. Più la vita è perduta per amore, più forte è l’ansia d’un amore perfetto e definitivo. Avendo sperimentato l’amore del loro Sposo, i figli delle nozze vivono un’attesa di pienezza che nulla sulla terra può colmare.

Quando sperimentiamo la lontananza da una persona cara che vorremmo vicino; quando dobbiamo vedere le persone amate dileguarsi e scomparire dall’orizzonte della nostra vita; quando forte è l’esperienza della frustrazione, e sforzi, progetti, speranze sembrano andare in fumo; quando le sofferenze, la precarietà, le malattie, la solitudine, i fallimenti ghermiscono l’esistenza e non le lasciano proprio nulla cui appoggiarsi, nulla a dare consistenza alle giornate, al lavoro, agli affetti; quando le debolezze ci rivelano incapaci di donare la vita e amore; quando la Croce ci accoglie, spogli di ogni certezza, nell’esperienza dura di trovarci lontani dal paradiso, nudi e indifesi come Adamo ed Eva prostrati dalla fatica e dal dolore; quando, come a Cana, “non abbiamo più vino”, e questo definisce senza sconti la nostra vita; quando i demoni affilano le armi per ucciderci, quando più intensa è l’esperienza della mancanza di pienezza e più viva è la consapevolezza che la presenza assoluta dello Sposo è questione di vita o di morte.

Quando siamo incastrati sul legno della Croce, il digiuno emerge quale condizione esistenziale autentica e ineludibile, è “naturale” digiunare, come il segno con il quale affermare di voler accogliere la storia così come Dio ce la dona, perché proprio in essa è presente il nostro Sposo. Cristo crocifisso, infatti, appare come la feccia degli uomini, uno davanti al quale coprirsi il volto per non guardare, non di certo come lo Sposo più bello. Eppure, celato in quel “digiuno d’uomo”, c’è Dio.

Sul Golgota nessuno era capace di vederlo; al contrario, era lì come il peggiore dei bestemmiatori. Esattamente come appare la nostra esistenza, ferita, nuda, affamata; ma in essa è nascosto Cristo, carne della nostra carne, la sua Vita divina vi è deposta come un seme nella nostra vita mortale, la pienezza incastonata nella precarietà e nella caducità. Il digiuno diventa le lacrime che sperano il suo amore. È questa l’ascesi, l’ascesa orante al trono della misericordia che sappiamo non deludere mai.Gettare via “tutto” significa scoprire che anche i nostri difetti e peccati possono rivelare l’amore di Dio. Solo nella Chiesa, scostata dal mondo ma legata a Cristo, possiamo sperimentare la potenza della sua Parola e compiere la missione che ci affida.ranno “infermi colpiti da mali di ogni genere” perché “li conduciamo a Cristo”, l’unico che, “imponendo loro le mani” nella Chiesa, li possa guarire.

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