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don Antonello Iapicca – Vangelo del giorno – 10 maggio 2026

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MEDITAZIONE SULLA LITURGIA DELLA VI DOMENICA DI PASQUA. ANNO A

La notizia più bella che possiamo ricevere è questa: non saremo mai orfani. Qualunque cosa accada, in qualunque notte ci sorprenda il dolore, qualunque persecuzione ci disperda, qualunque ferita ci apra dentro un vuoto che pare incolmabile, non saremo mai orfani. Questa è l’opera compiuta dal Signore, il trofeo conquistato entrando vittorioso nel Cielo, il frutto maturo della sua Pasqua.

Tutta la vita di Gesù, il suo cuore, la sua mente, le sue forze, ogni istante della sua esistenza consegnata al Padre, sono per noi. E il suo Spirito, effuso nei nostri cuori, non si limita a consolarci dall’esterno, come farebbe un amico fedele accanto a noi nel momento della prova; ci trasforma invece interiormente, ci unisce a Cristo sino a renderci partecipi della sua stessa vita. Come scrive San Cirillo di Alessandria, “brillando a noi l’Unigenito, siamo trasformati nel Verbo stesso che tutto vivifica”.

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Forse non comprendiamo ancora sino in fondo la portata di questa promessa. Forse abbiamo conosciuto il Signore soprattutto come Colui che è stato accanto a noi, che ha dimorato presso di noi attraverso i nostri genitori, attraverso i fratelli della comunità cristiana, attraverso i santi, i catechisti, i sacerdoti, gli amici, attraverso i mille segni discreti della sua presenza nella nostra storia.

Abbiamo fatto esperienza della sua forza quando ci ha resi capaci di perdonare ciò che sembrava imperdonabile, quando ci ha dato di rinunciare a beni materiali ai quali eravamo attaccati, quando ci ha aperto alla vita nella fedeltà alla sua volontà, quando abbiamo gustato la bellezza di una relazione vissuta nella castità, o la pace che nasce dal rinunciare alla propria volontà per compiere la sua. Eppure, anche dopo tutto questo, può restare dentro di noi una strana inquietudine, quasi una nostalgia indefinibile, come se mancasse ancora qualcosa.

È l’esperienza dell’orfano. Come un figlio che ha imparato tutto dal padre, che ne ha assorbito i criteri, che ha camminato sicuro tenendogli la mano, e che, alla sua morte, si scopre improvvisamente fragile, smarrito, incapace di affrontare la vita con la stessa forza, così anche noi sperimentiamo che non basta il ricordo di ciò che abbiamo ricevuto. Lo stesso accade nelle relazioni più intime. Anche nel matrimonio più riuscito, nell’amicizia più autentica, nella comunione più profonda, resta una soglia invalicabile.

Ci sono dolori che nessuno può attraversare al nostro posto. La malattia che corrode il corpo, la paura della morte, l’umiliazione subita, l’invidia patita, la tentazione violenta travestita magari di giustizia, la solitudine di certe notti: lì nessuno può entrare davvero. Anche l’amore più sincero resta accanto, partecipe, ma non può sostituirsi a noi.

Ed è proprio qui che il Vangelo di questa domenica si apre come una luce inaudita. Gesù non promette semplicemente una presenza esterna, non garantisce soltanto di accompagnarci da lontano. Annuncia qualcosa che supera ogni desiderio umano, anche quello che appare nelle esperienze più belle dell’amore: “Non vi lascerò orfani“. In greco, “orphanous”. È il termine che designa chi ha perso il padre, chi non ha più radici, chi è esposto all’instabilità, alla precarietà, all’abbandono. È una parola che descrive profondamente la condizione umana. Ma Gesù viene proprio lì, nel cuore di questa ferita originaria.

Per comprendere la forza di questa promessa occorre guardare al contesto in cui la liturgia ce la consegna. La Chiesa nascente sta attraversando una prova drammatica. La morte di Stefano ha scatenato una persecuzione feroce contro la comunità ellenistica di Gerusalemme. Saulo stesso ne è tra i principali artefici. I cristiani vengono dispersi, costretti a lasciare le loro case, le loro sicurezze, la loro città.

È una “diasporá”, una dispersione forzata. Umanamente, sembra la fine. E invece Luca racconta che proprio quelli che erano stati dispersi andavano annunciando il Vangelo. La Parola non viene fermata dalla persecuzione; viaggia dentro la carne ferita dei testimoni. Non sulle ali del successo, non attraverso le strategie del potere, ma attraverso uomini spezzati.

Filippo arriva in Samaria, terra disprezzata, contaminata agli occhi dei puri, luogo che nessun progetto apostolico avrebbe scelto come priorità. Ma proprio lì lo Spirito apre una strada. Perché questa è la logica di Dio: costruire sulle pietre scartate, fare della dispersione una missione, trasformare la ferita in fecondità. Lo Spirito, il “Pneûma”, la “rûaḥ” creatrice di Dio, soffia dove vuole. Si posa sugli esclusi, sugli impuri, su quelli che non contavano nulla. La benedizione non ha frontiere. Il Salmo canta proprio questo: tutte le genti sono chiamate a riconoscere la via di Dio. Nessuno è escluso.

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Ma questa dispersione non è soltanto geografica. È la nostra dispersione interiore. Viviamo in un mondo di famiglie spezzate, appartenenze fragili, identità confuse. Ci sono milioni di uomini e donne che interiormente sono orfani, pur circondati da persone. Anche noi, tante volte, siamo così. Ed è a questa condizione che Gesù risponde promettendo il Paraclito.

“Paráklētos”: il chiamato accanto. L’”ad-vocatus”. Colui che assiste l’imputato nel processo, che si pone al fianco del debole contro l’accusatore. E Satana è proprio l’accusatore. Ma il Paraclito non è una semplice figura simbolica. È una presenza personale, viva, divina. Non viene soltanto a consolare psicologicamente. Viene a rendere presente Cristo stesso.

Gesù era stato presso i suoi. Lo Spirito sarà in loro. Qui sta il passaggio decisivo. Non più soltanto una presenza esterna, storica, visibile. Ma una presenza interiore, permanente. Sant’Agostino parlerà del Maestro interiore. E ancora Agostino ricorda che lo Spirito viene promesso non solo a chi non lo possiede, ma anche a chi già lo possiede, perché lo riceva in misura più abbondante.

Quante volte infatti noi cerchiamo consolazione nelle creature. Nel lavoro, nell’affetto, nel riconoscimento, perfino nelle relazioni più belle. Come chi accompagna la persona amata e vorrebbe non separarsene mai. Come gli sposi che desiderano abbattere ogni distanza, essere pienamente uno.

Ma tutto questo si scontra con i limiti della carne. Nessuno può permanere totalmente nell’altro. Solo Cristo può. Solo Lui si lascia mangiare, si fa carne della nostra carne, entra nelle nostre cellule, irrora la nostra mente con il suo sangue, rafforza le nostre mani, illumina i nostri occhi.

Lo Spirito Santo rende reale questa comunione. È Lui che ci unisce a Cristo e, in Cristo, al Padre. È Lui che trasforma la nostra vita in un tabernacolo. È Lui che ci permette di attraversare il Getsemani quotidiano senza essere schiacciati. È Lui che rende vera la parola di Paolo: “non sono più io che vivo, ma Cristo vive in me”.

Questo Spirito ha molte opere, ma tutte convergono in una sola realtà: renderci partecipi della vita di Cristo. Ci ricorda le sue parole. Testimonia di Lui. Discernere il bene dal male. Convince il mondo riguardo al peccato. Guida alla verità tutta intera. Ci rende capaci di leggere la nostra storia non come una sequenza di incidenti casuali, ma come luogo della presenza di Dio.

Per questo il cristiano non è mai un orfano che grida nel vuoto. Anche quando il cuore è turbato, il grido incontra una Presenza. Anche quando tutto sembra andare in pezzi, lo Spirito resta. “Ménei”. Dimora. Quando le persone ci deludono, quando i progetti falliscono, quando il corpo tradisce, quando il portafoglio è vuoto, quando il matrimonio attraversa crisi, quando la tentazione si fa feroce, quando il mondo sembra ostile, Lui resta.

E allora comprendiamo che l’esortazione di Pietro a rendere ragione della speranza con mitezza e rispetto non è un ideale morale astratto. È il frutto dello Spirito. Solo chi non è orfano può vivere così. Solo chi sa di essere custodito può non aggredire. Solo chi è abitato dalla pace può testimoniare senza paura.

La Chiesa vive di questa promessa. Le persecuzioni contemporanee, gli esili dei cristiani in tante terre del mondo, le dispersioni interiori delle nostre società, tutto questo non annulla il Vangelo. Anzi. Ancora oggi la Parola viaggia dentro la carne ferita dei testimoni. Ancora oggi il vento soffia dove vuole.

Per questo nulla è impossibile a Dio. Nulla. Non lo è stato nella Vergine Maria, non lo è nei santi, non lo è nella nostra vita concreta. Quando laviamo i piatti. Quando affrontiamo un’umiliazione. Quando ci svegliamo angosciati. Quando tremiamo davanti al futuro. Quando ci apriamo alla vita con timore. Quando ci addormentiamo stanchi.

Non siamo e non saremo mai orfani. Perché Cristo non ci ha lasciato un ricordo, ma il suo Spirito. Non un ideale, ma la sua vita. Non una consolazione esterna, ma la sua stessa dimora in noi.

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