don Antonello Iapicca – Commento al Vangelo del 9 Novembre 2019

IL “FLAGELLO” DI CRISTO CHE, PURIFICANDO CUORE, MENTE E CARNE, CI “DEDICA” A CRISTO E AI FRATELLI

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Si avvicina la Pasqua dei Giudei, il compimento della missione, la testimonianza della Verità. E, profeticamente, il Vangelo di oggi rivela quello che Gesù farà nella sua Pasqua, quale martire della Verità. Il Tempio, il luogo della presenza di Dio, era divenuto un luogo di mercato: all’adorazione e all’amore era subentrato l’interesse. Il Tempio, centro e fondamento dell’universo, era profanato. Gesù, divorato dallo zelo divino, vi entra per riprenderne possesso, per tornare a dedicarlo a Dio. E, per questo, compie un gesto che è insieme segno dell’avvento del Messia e profezia dell‘autentica dedicazione che realizzerà nella sua Pasqua. In ebraico, il termine hebel, tradotto con “sferza di cordicelle”, il flagellum romano dal greco phragellion che compare nel vangelo, significa allo stesso tempo corda e dolori, in particolare quelli del parto. Gesù prende un flagello e comincia a seminare terrore, come annunciato dai Profeti e come anche la tradizione rabbinica immaginava l’avvento del Messia. Esso infatti sarebbe stato un vero e proprio flagello brandito dal Messia, e che avrebbe provocato dolori frutti della purificazione dei vizi e dei peccati. Per questo i Giudei non si indignano per il gesto in sé, ma chiedono a Gesù il segno che legittimi il suo “fare queste cose”. Il punto su cui verte il Vangelo di oggi non è il Tempio ma la figura di Gesù. E non è un caso che, per celebrare la Dedicazione della Cattedrale di Roma, “madre e capo di tutte le chiese dell’Urbe e dell’Orbe” si proclami questo brano. Non celebriamo un Tempio di mattoni, per quanto bello e importante. Celebriamo Cristo, l’autentico Tempio di Dio, la sua dimora tra gli uomini. In Lui e nel suo amore infatti, siamo chiamati proprio a dimorare, per vivere la vita come un’interrotta liturgia di lode.

E Gesù, nel rispondere all’obiezione dei Giudei, rivela se stesso profetizzando la sua Pasqua. Essa non sarà più quella dei Giudei, un rito ormai vuoto compiuto in un luogo di mercato. Sarà la Pasqua dell’Agnello senza macchia, puro, che libererà le pecore dalla mano del nemico. Sarà la Pasqua di Gesù che dedicherà il suo Tempio all’autentica lode nell’unico e valido sacrificio. Il flagello che ha brandito durante la loro Pasqua, lacererà le sue carni, e sarà perdono per ogni uomo. Il flagello che avrebbe dovuto percuotere noi, mercanti avidi e avari che hanno pervertito la santità del tempio facendone un luogo di traffici, compromessi e adulteri, ha raggiunto il corpo senza peccato del Signore. Il nostro corpo donatoci per amare, ridotto ad una sentina di vizi, di perversioni, dove commerciare affetto, prestigio, potere, non avrebbe potuto schivare il flagello dello zelo geloso di Dio se il corpo benedetto del Signore non ne avesse catalizzato i colpi. “Non fu per appagare la rabbia dei demoni, la ferocia dei giudei, la brutalità dei pagani che il corpo di Gesù fu scarnificato ed infranto, ma per servire da medicina alla nostra salute. Oh mistero, dunque! Quanto più orribile fu per parte degli uomini, altrettanto più tenero fu per parte di Dio, il quale — nell’eccesso della sua misericordia — dispose che tutto servisse per la salvezza del genere umano!” (Sant’Agostino, Sermone CXIV, De tempore). 

Gesù usa termini inequivocabili: “sciogliete” il “Santo dei Santi” e lo farò “sorgere” in “tre giorni”. In una frase rivela la sua missione e la sua identità. Egli è il cuore del Tempio, il Luogo della Presenza dove era custodita l’Alleanza. In esso aveva accesso una volta all’anno il solo Sommo Sacerdote, nel giorno solenne dello Yom Kippur, il giorno del perdono e dell’espiazione. Vi entrava pronunciando il Nome del Dio Altissimo, nel quale ogni peccato era perdonato. Il velo che divideva il Santo dei Santi dal resto del Tempio precludendone l’accesso sarà squarciato  in due, sciolto, al momento della morte del Signore. “Cristo invece… non con sangue di capri e di vitelli, ma con il proprio sangue entrò una volta per sempre nel santuario, procurandoci così una redenzione eterna… Avendo dunque, fratelli, piena libertà di entrare nel santuario per mezzo del sangue di Gesù, per questa via nuova e vivente che egli ha inaugurato per noi attraverso il velo, cioè la sua carne; avendo noi un sacerdote grande sopra la casa di Dio, accostiamoci con cuore sincero nella pienezza della fede, con i cuori purificati da ogni cattiva coscienza e il corpo lavato con acqua pura. Manteniamo senza vacillare la professione della nostra speranza, perché è fedele colui che ha promesso” (Eb. 9-10). Gesù è il Nome di Dio che ci è dato per essere perdonati, oggi, come sempre. Nella sua Pasqua ciascuno di noi è riconciliato con Dio, può accedere al Santo dei Santi, ed offrire la propria vita a Colui che l’ha riscattata. Per mezzo di Cristo siamo così nuovamente dedicati a Dio; come nel Rito della dedicazione di una Chiesa, anche noi, unti dello Spirito nel quale Gesù si è offerto al Padre, diveniamo altari consacrati per dedicare a Dio la nostra vita. Ogni giorno possiamo allora celebrare un’anticipo della liturgia celeste che canta la vittoria di Cristo sulla morte. Ogni evento, ogni persona, tutto ciò che costituisce la nostra storia è attratta in questa liturgia dove, in noi, il Signore offre il suo corpo ed il suo sangue per salvare questa generazione. Portiamo infatti nel nostro corpo lo stesso morire di Cristo che scioglie la carne perché si doni senza riserve. La carne trasfigurata e deposta nel Santo dei Santi, nell’intimità di Dio, nel cuore di Cristo, può donarsi, può essere Tempio dello Spirito Santo. Così possiamo vivere secondo l’esortazione di San Paolo ai fratelli della comunità di Roma: “Vi esorto dunque, fratelli, per la misericordia di Dio, ad offrire i vostri corpi come sacrificio vivente, santo e gradito a Dio; è questo il vostro culto spirituale. Non conformatevi alla mentalità di questo secolo, ma trasformatevi rinnovando la vostra mente, per poter discernere la volontà di Dio, ciò che è buono, a lui gradito e perfetto” (Rm. 12, 1-2). 

Siamo chiamati a vivere il matrimonio, il fidanzamento, il lavoro, le amicizie, lo studio come un culto spirituale, elevando al Cielo la lode e il rendimento di grazie: ogni relazione, ogni attività è come un’eucarestia che ci conduce a offrirci e prendere su di noi il peccato degli altri, e a portare tutti e tutto nel Santuario del Cielo. “Voi siete pietre del tempio del Padre, destinate alla costruzione di Dio Padre, portate in altro dall’argano di Gesù Cristo, che è la croce, usando per fune lo Spirito Santo… La fede è la vostra leva e la carità la strada che vi conduce a Dio. Siete tutti compagni di viaggio, portatori di Dio, portatori del tempio, portatori di Cristo e dello Spirito Santo, in tutto ornati dei precetti di Gesù Cristo”. (S. Ignazio di Antiochia, Agli Efesini, 9,1). La Chiesa è il Corpo benedetto di Cristo dedicato a Dio che si offre come barriera a raccogliere i flagelli destinati ad ogni generazione. Nell’insulto che oggi ci toglierà l’onore; nella calunnia che ci metterà alla berlina; nella ribellione del figlio; nell’incomprensione del coniuge; nella tentazione della concupiscenza; nella malattia che ci indebolisce; nei fallimenti della missione; in tutto, si nasconde il flagello geloso di Dio che, da un lato ci purifica giorno dopo giorno, e dall’altro lacera il nostro corpo perché il mondo, il prossimo e anche il nemico, abbia accesso alla vita. La Chiesa completa nel suo corpo quello che manca alla Passione di Gesù, e proprio per questo  è dedicata a Dio. L’autentica dedicazione infatti si realizza attraverso i colpi della flagellazione che rendono la Chiesa, paradossalmente, bella e senza macchia; ma è proprio attraverso le ferite profonde inferte dai flagelli che i flagellatori possono trovare un pertugio per il quale entrare nel Cielo. La vita della Chiesa, la nostra vita, è racchiusa nei tre giorni del mistero di Cristo, tra il flagello che strazia la carne, il dolore del parto, e la nascita di una vita nuova. Dedicati a Dio sin dal seno materno siamo chiamati a vivere in pienezza il mistero che dedica a Dio ogni uomo, anche il più lontano, perduto, dedicato al demonio e alle sue menzogne
 

APPROFONDIMENTI

Sant’Ilario di Poitiers (circa 315-367), vescovo, dottore della Chiesa

Trattato sul salmo 64 ; PL 9, 416

«Egli parlava del Tempio del suo Corpo»

Il Signore disse : « Questo è il mio riposo per sempre » e « qui abiterò, perché l’ho desiderato » (Sal 131, 14). Eppure Sion e il suo tempio sono stati distrutti. Dove starà il trono eterno di Dio ? Dove sarà il suo riposo per sempre ? Dove sarà il suo tempio perché egli vi abiti ? Ci risponde l’apostolo Paolo : « Siete il tempio di Dio e lo Spirito di Dio abita in voi » (1 Cor 3,16). Questa è la dimora di Dio, questo è il suo tempio : sono pieni della sua dottrina e della sua potenza. Sono il soggiorno della santità del cuore di Dio.
Questa dimora tuttavia viene edificata da Dio. Se fosse costruita da mano d’uomo, non resisterebbe, e neppure se fosse fondata sulle dottrine umane. Le nostre vane fatiche e le nostre inquietudini non bastano a proteggerla. Il Signore procede ben diversamente : non l’ha fondata sulla terra, né sulle sabbie mobili ; essa poggia sui profeti e sugli apostoli (Ef 2,20) ; viene costruita senza sosta con pietre vive (1 Pt 2,5). Si svilupperà fino alle dimensioni ultime del corpo di Cristo. Senza tregua la sua edificazione prosegue : intorno ad essa si elevano numerose case che verranno radunate in una grande e beata città (Sal 121,3).

Lanspergo il Certosino (1489-1539), religioso, teologo
Omelia per la dedicazione della chiesa; Opera omnia,1,702s

«Voi siete il tempio di Dio e lo Spirito di Dio abita in voi» (1 Cor 3,16)

La dedicazione che oggi ricordiamo riguarda in realtà tre case. La prima è il santuario materiale… Certamente si può pregare ovunque e non c’è un luogo in cui non si possa pregare. Tuttavia è giusto aver consacrato a Dio un luogo particolare dove tutti noi, cristiani di questa comunità, possiamo riunirci, lodare e pregare Dio insieme e ottenere così più facilmente ciò che domandiamo, grazie a questa preghiera comune, secondo la parola: «Se due o tre fra voi sulla terra si accorderanno per chiedere qualsiasi cosa, l’otterranno dal Padre mio» (Mt 18,19)…
La seconda casa di Dio è il popolo, la comunità santa che trova la sua unità in questa chiesa,    cioè voi che siete guidati, istruiti e nutriti da un solo pastore o vescovo. E’ la dimora spirituale di Dio di cui la nostra chiesa, questa casa di Dio materiale, è il segno. Cristo si è costruito questo tempio spirituale per se stesso… Questa dimora è composta dagli eletti di Dio passati, presenti e futuri, riuniti dall’unità della fede e della carità, in questa Chiesa, una, figlia della Chiesa universale, una sola cosa con la Chiesa universale. Considerata singolarmente dalle altre Chiese particolari, essa è una parte della Chiesa, come lo sono tutte le altre Chiese. Queste Chiese tuttavia formano tutte insieme l’unica Chiesa universale, madre di tutte le Chiese… Celebrando la dedicazione della nostra chiesa, non facciamo altro che ricordare, con azioni di grazia, inni e canti di lode, la bontà che Dio ha manifestato chiamando questo piccolo popolo a conoscerlo…
La terza casa di Dio è ogni anima santa donata a Dio, consacrata attraverso il Battesimo, divenuta tempio dello Spirito Santo e dimora di Dio…  Celebrando la dedicazione di questa terza casa, ricordi semplicemente il favore ricevuto da Dio quando ti ha scelto per venire ad abitare in te attraverso la sua grazia.

 

LA DEDICAZIONE DELLA BASILICA LATERANENSE. PIERO BARGELLINI
 

Chiese ancora il prefetto Rustico: “Dove vi riunite?”. Giustino rispose: “Dove ciascuno può e preferisce; tu credi che tutti noi ci riuniamo in uno stesso luogo, ma non è cosi perchè il Dio dei cristiani, che è invisibile, non si può circoscrivere in alcun luogo, ma riempie il cielo e la terra ed è venerato e glorificato ovunque dai suoi fedeli” (Atti del Martirio di S. Giustino e Compagni). Nella sua franca risposta, il grande apologeta S. Giustino ripeteva dinanzi al giudice quel che Gesù aveva detto alla Samaritana: “Credimi, donna, è giunto il momento in cui nè su questo monte nè in Gerusalemme adorerete il Padre. Voi adorate quel che non conoscete, noi adoriamo quel che conosciamo, perchè la salvezza viene dai Giudei. Ma e` giunto il momento, ed è questo, in cui i veri adoratori adoreranno il Padre in spirito e verità; perchè il Padre cerca tali adoratori. Dio è spirito, e quelli che lo adorano devono adorarlo in spirito e verità” (Gv 4,21-24).
 
La festa di oggi, della dedicazione della basilica del SS. Salvatore o di S. Giovanni in Laterano, non è certamente in contrasto con la testimonianza di S. Giustino e con la parola di Cristo. Salvi infatti il dovere e il diritto della preghiera sempre e dovunque, è anche vero che fin dai tempi apostolici la Chiesa, in quanto gruppo di persone, ha avuto bisogno di alcuni luoghi in cui riunirsi a pregare, proclamando la Parola di Dio e rinnovando il sacrificio di morte e risurrezione di Cristo, in attuazione delle Sue parole: “Prendete e mangiatene tutti; Prendete e bevetene tutti; Fate questo in memoria di me”. Inizialmente queste riunioni venivano fatte nelle case private, anche perchè la Chiesa non godeva ancora di alcun riconoscimento. Ma questo dovette venire abbastanza presto: c’è un singolare episodio all’inizio del secolo III, quando Alessandro Severo diede ragione alla comunità cristiana in un processo contro degli osti, che reclamavano contro la trasformazione di un’osteria in luogo di culto cristiano. La Basilica Lateranense venne fondata da papa Melchiade (311-314) nelle proprietà donate a questo scopo da Costantino di fianco al Palazzo Lateranense, fino allora residenza imperiale e poi residenza pontificia. Sorgeva così la “chiesa-madre di tutte le chiese dell’Urbe e dell’Orbe”, distrutta e ricostruita molte volte. Vennero celebrati in essa o nell’attiguo Palazzo Lateranense (ora sede del Vicariato di Roma) ben cinque concili, negli anni 1123, 1139, 1179, 1215 e 1512. “Ma il tempio vivo e vero di Dio dobbiamo esserlo noi”, dice S. Cesario di Arles.
 

La colonna della flagellazione

Nell’Enciclopedia della Bibbia, O. Garcìa de La Fuente ha fatto la storia della colonna a cui fu legato il Signore per la flagellazione, come si “contempla” nel secondo Mistero del Rosario. (cfr Enciclopedia della Bibbia – LDC p. 441). Secondo lui, gli evangelisti sono d’accordo nell’affermare che Gesù fu sottoposto al tormento della flagellazione per ordine di Ponzio Pilato (cfr Matteo 27,26, Marco 15,15, Giovanni 19,1), però non entrano in ulteriori particolari. Non parlano né della colonna, né di cinghie o fruste: nemmeno dicono come praticamente avvenne il castigo. La tradizione primitiva s’incaricò di informarci su molti di questi dettagli e, più precisamente, sulla colonna a cui fu legato il Salvatore.
Su questo particolare esistono tuttavia due tradizioni che si riferiscono a due colonne distinte, che presuppongono due diverse flagellazioni, una compiuta dai Giudei nella casa di Caifa, e l’altra dai soldati romani nel Pretorio di Pilato.


La prima risale al secolo IV ed è testimoniata dal Pellegrino di Bordeaux che vide la colonna tra le rovine della casa di Caifa. Nel 386 Santa Paola e il poeta Prudenzio, con Teodosio nel 530, riferiscono d’averla vista nella chiesa del Cenacolo, dove era stata trasportata dalla casa di Caifa. Altre testimonianze riferiscono i dettagli delle macchie di sangue, delle impronte delle sue dita, delle mani, delle braccia e del petto del Signore escludendo l’identificazione con la colonna del Pretorio. Col secolo X scomparve quella reliquia: probabilmente venne distrutta dai Musulmani; ed è un peccato perché a quella stessa colonna forse furono legati per essere flagellati anche San Pietro e San Giovanni (cfr Atti 5,40).
La tradizione della colonna della flagellazione avvenuta nel Pretorio di Gerusalemme è più tardiva, ma ha per sé il favore degli evangelisti che conoscono solo una flagellazione, e il parere degli esegeti moderni che ammettono un’unica flagellazione, realizzata appunto nel Pretorio o davanti al Pretorio di Pilato. Dal secolo XI si cominciano a venerare come reliquie insigni vari pezzi di questa colonna, disseminati in distinte località, come la basilica di Santa Prassede a Roma, la “cappella degli improperi” nel Santo Sepolcro, la cappella di Santa Maria nella chiesa del Santo Sepolcro, nella chiesa del Salvatore degli Armeni a Gerusalemme e il pezzo di colonna venerato nella chiesa dei Santi Apostoli di Istanbul.
L’interpretazione del Secondo Mistero Doloroso del Rosario si è estesa al campo ascetico della penitenza popolare – sono noti i Flagellanti del Medioevo e i “Fuientes” di Madonna dell’Arco a Napoli – e della sofferenza volontaria nelle mortificazioni e della “disciplina” che si davano i santi, anzi allo stesso fenomeno del martirio ricercato e desiderato per unirsi al dolore patito dal Redentore durante la sua Passione.

Tutto ciò è collegato con l’insegnamento di San Paolo circa la teologia della Croce e la necessità di completare in noi ciò che paradossalmente mancò ai patimenti del Crocifisso: è dottrina difficilissima da praticare nelle malattie e, in genere, durante ogni sofferenza della vita interiore. Pensiamo con raccapriccio alla rassegnazione della beata Giuseppina Bakita, la schiava sudanese che, ancora nell’Ottocento, veniva fatta flagellare dal suo padrone, un generale turco, ogni qualvolta costui aveva degli alterchi con la moglie e la suocera, in un assurdo sfogo consolatorio d’inaudita ferocia.

Anche qui si rinnova la simbologia della colonna, che rappresenta la virtù della Fortezza, come si può ammirare nell’affresco di Luigi Morgari nella chiesa di Champoluc, in Val d’Aosta, dove una colonna marmorea viene indicata come sostegno di tutto l’edificio spirituale di chi tende alla santità.

Recentemente una giornalista dell’Europeo, recatasi a visitare le chiese ortodosse custodite nel Kremlino, a Mosca, notava con meraviglia che sulle colonne a base degli archi stupendi, erano affrescate molte figure di santi e sante cristiane. Domandò allora perché mai usassero dipingere le colonne con delle immagini di santi. Rispose con certo sussiego un funzionario: “Probabilmente, perché sono loro a sostenere le volte della Chiesa, non le sembra?”. E la giornalista ne convenne. Lo stesso si deve dire dell’inserzione del mistero di Gesù flagellato alla colonna nella serie delle scene della Redenzione: su questa sofferenza volontaria di Cristo si appoggiano tutte le volte degli archi religiosi: Gesù ha sparso il suo sangue anche prima d’essere crocifisso, nell’Agonia dell’orto, nella coronazione di spine, soprattutto nell’ingiustificata e immeritata flagellazione.

Oltre alla colonna più o meno alta, nella Flagellazione del Signore si notano le corde che l’immobilizzarono nel crudele tormento, come si vede nel dipinto venerato da Santa Teresa d’Avila, che lo chiama “Cristo dagli occhi belli”. Di corda a nodi erano fatti alcuni strumenti di flagellazione, come ne parla San Paolo che fu più volte fustigato dagli Ebrei, mai dai Romani perché era cittadino romano. Le sferze usate erano formate da cinghie e fruste di cuoio, mentre le verghe erano rami di salice, di spine o di fibre puntite. Non si conoscono i flagelli usati dagli Ebrei ai tempi del Salvatore.

Si conosce invece il flagello romano detto “flagrum” che era costituito da un certo manico flessibile, munito di due o tre strisce di cuoio, appesantite all’estremità da frammenti d’osso o di piombo. Un patologo francese, il Vignon, provò a colpire, con un “flagrum” ricostruito ai nostri giorni, un cartone ondulato, ottenendo un risultato impressionante, se si pensa prodotto sulla pelle umana.

C’e chi ha tentato di contare le piaghe inferte dai colpi di flagello sull’Uomo della Sindone: pare che se ne vedano 121.
Bisogna meditare spesso su questo mistero del Rosario, che ci rivela quanto siano costati di sofferenza al Signore per i nostri peccati, ma soprattutto a quale prezzo l’amore misericordioso di Dio ha voluto aiutarci.
                                                                   
P. Reginaldo Frascisco

CHRISTE CUNCTORUM 

Antico inno liturgico per la Dedicazione della Chiesa

Canto ambrosiano del sec. V
Christe, cunctorum dominator alme
mente Supremi generate Patris,
supplicum voces pariterque carmen
cerne benignus.

Cerne, quod templi, Deus ad decorem
plebs tua supplex resonet per Aedem,
annuo cujus redeunt colenda
tempore festa.

Haec Domus surgit tibi dedicata
rite, ubi sumit populus sacratum
Corpus ex aris, bibit et beati
Sanguinis haustum.

Hic sacrosancti latices nocentum
diluunt culpas, perimuntque noxas:
chrismate invictum genus et creatur
christicolarum.

Hic salus aegris, medicina fessis,
lumen et caecis datur: hic reatu,
Christe, nos solvis; timor atque moeror
pellitur omnis.

Daemonis saevis perit hic rapina:
pervicax monstrum pavet, et retendtos
deserens artus, fugit in remotas
acyus auras.

Hic locus Regis vocitatur aula
nempe coelestis, rutilansque coeli
porta, quae vitae patriam petentes
accipit omnes.

Turbo quem nullus quatit, aut vagantes
diruunt venti; penetrantque nimbi,
hanc domum tetris piceus tenebris
Tartarus horret.

Ergo te votis petimus sereno
annuas vultu; famulos gubernes,
qui tui summo celebrant amore
gaudia templi.

Nulla nos vitae cruciet procella:
sint dies laeti placidaeque noctes
nullus ex nobis, pereunte mundo,
sentiat ignem.

Hic dies, in quo tibi consecratum,
conspicis Templum, tribuat perenne
gaudium nobis, vigeatque longo
temporis usu.

Laus poli summusm resonet Parentem
laus, Patris Natum pariterque Sanctum
Spiritum dulci moduletur hymno
omne per aevum. Amen.

Traduzione: CRISTO SIGNORE DI TUTTI

O Cristo, Signore di tutti e datore di vita, generato dalla mente dell’altissimo Padre, guarda benevolo le voci e la preghiera di coloro che ti supplicano umilmente. Guarda, o Dio, come il tuo popolo supplichevole faccia risuonare nel tempio il suo canto per onorare la Chiesa, nella ricorrenza annuale in cui ne celebriamo la festa. Questa casa sorge a te debitamente dedicata, in essa il popolo prende dall’altare il Corpo consacrato e si abbevera del beato Sangue. Qui le sante acque sciolgono le colpe di coloro che hanno errato e ne annullano le pene; con l’unzione viene generata la stirpe invincibile dei cristiani. Qui viene data la salute agli infermi, l’aiuto ai deboli e la vista ai ciechi: qui, o Cristo, ci liberi dalla colpa; ogni paura e tristezza è cacciata via. Qui è annullata la presa feroce del demonio: il mostro caparbio ha paura, e abbandonando le membra che teneva imprigionate, veloce fugge nelle profondità dell’abisso. Questo è il luogo realmente chiamato corte del Re celeste, porta splendente del cielo, che accoglie tutti coloro che cercano la patria della vita. Nessun turbine lo scuote, né l’abbatte il vortice dei venti, né vi penetrano le tempeste; ha orrore di questa casa il Tartaro oscuro di profonde tenebre. Perciò ti chiediamo che tu dica sì alle nostre suppliche con volto sereno; custodisci i tuoi servi che con grande amore celebrano le gioie del tempio. Nessuna tempesta turbi la nostra vita: siano i giorni lieti e calme le notti, nessuno di noi provi il fuoco, quando il mondo perisce. Quando giorno in cui guardi il Tempio a te consacrato ci elargisca gioia perenne e rimanga solido per il nostro uso in un lungo spazio di tempo. Risuoni la lode al Padre supremo del Cielo e si moduli con dolce canto la lode al Nato dal Padre e ugualmente alla Spirito Santo per tutti i secoli. Amen.

Commento a cura di don Antonello Iapicca

Qui l’intervista Rai a don Antonello
Busshozan shi ko 31-1
Takamatsu, Kagawa 761-8078
Japan

LEGGI IL BRANO DEL VANGELO DI OGGI

Parlava del tempio del suo corpo.

Dal Vangelo secondo Giovanni
Gv 2, 13-22
 
Si avvicinava la Pasqua dei Giudei e Gesù salì a Gerusalemme.
Trovò nel tempio gente che vendeva buoi, pecore e colombe e, là seduti, i cambiamonete.
Allora fece una frusta di cordicelle e scacciò tutti fuori del tempio, con le pecore e i buoi; gettò a terra il denaro dei cambiamonete e ne rovesciò i banchi, e ai venditori di colombe disse: «Portate via di qui queste cose e non fate della casa del Padre mio un mercato!».
 
I suoi discepoli si ricordarono che sta scritto: «Lo zelo per la tua casa mi divorerà».
 
Allora i Giudei presero la parola e gli dissero: «Quale segno ci mostri per fare queste cose?». Rispose loro Gesù: «Distruggete questo tempio e in tre giorni lo farò risorgere».
Gli dissero allora i Giudei: «Questo tempio è stato costruito in quarantasei anni e tu in tre giorni lo farai risorgere?». Ma egli parlava del tempio del suo corpo.
 
Quando poi fu risuscitato dai morti, i suoi discepoli si ricordarono che aveva detto questo, e credettero alla Scrittura e alla parola detta da Gesù.

Parola del Signore

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