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don Andrea Vena – Commento al Vangelo di domenica 10 Novembre 2024

Lungo la strada verso Gerusalemme, Gesù è impegnato ad educare i suoi discepoli. Giunto ormai nella città, Egli allarga il dialogo con vari interlocutori. Domenica scorsa si confrontava con uno scriba riconoscendo che non era “lontano dal regno di Dio”; oggi, critica altri scribi per la loro incoerenza e, quasi per contrasto, loda una vedova per la sua testimonianza.

Continua dopo il video.

https://youtu.be/s5kL9ywRBWM

Il vangelo viene introdotto come sempre dalla I lettura tratta dal primo libro dei Re, dove viene descritta la richiesta del profeta Elia a una vedova per avere del cibo che, nonostante ci sia carestia, e in assoluta fede, gli viene preparato.

Due donne, come avremo modo di vedere, che vivono della Provvidenza di Dio, che si lasciano da essa ispirare e guidare nelle loro scelte, e proprio per questo non si chiudono di fronte alle necessità di quanti bussano alla porta del loro cuore. Atteggiamento sostenuto dalla certezza che “Il Signore rende giustizia agli oppressi, dà il pane agli affamati, libera i prigionieri, ridona la vista ai ciechi, protegge i forestieri, sostiene l’orfano e la vedova” (salmo).

vv. 38-40: «In quel tempo Gesù (nel tempio) diceva alla folla nel suo insegnamento: “Guardatevi dagli scribi, che amano passeggiare in lunghe vesti, ricevere saluti nelle piazze, avere i primi seggi nelle sinagoghe e i primi posti nei banchetti. Divorano le case delle vedove e pregano a lungo per farsi vedere. Essi riceveranno una condanna più severa”».

L’espressione “guardatevi” indica che Gesù sta mettendo in guardia, sta esprimendo un giudizio. Al v. 35 Gesù “Insegnando nel tempio, diceva: “Come mai gli scribi dicono che il Cristo è figlio di Davide?”. C’è dunque una disputa aperta. La prima critica riguarda l’ambizione degli scribi che esibiscono la loro dignità/autorità/posizione mostrandosi in lunghe vesti, occupando posti d’onore e pretendendo i saluti nelle piazze.

Interessante notare che domenica scorsa si parlava dell’Amare Dio con tutto se stessi, e oggi la denuncia di Gesù punta su un amore disordinato, quello dello sfoggio di se stessi, che mira da una parte ad esibirsi e dall’altra ad umiliare quanti non possono accedere a determinati gradi o posti d’onore (cfr Lc 14,7-10, anche qui l’invito di Gesù a non scegliere i primi posti, col rischio di essere messo poi all’ultimo posto).

Ancora più pungente della critica allo sfoggio dei vestiti e alla ricerca dei posti d’onore, è il riferimento alle vedove. Nel giudaismo le vedove e gli orfani godevano particolare protezione giuridica: “Non maltratterai la vedova e l’orfano. Se tu li maltratti, quando invocheranno da me l’aiuto, io ascolterò il loro grido” (cfr Es 22,21; Is 1,7.23; 10,2).

Con questa critica quindi, Gesù va a toccare uno dei pilastri dell’insegnamento della Legge, portando in evidenza che chi insegna non vive quanto predica, tanto che Gesù dirà: “Praticate e osservate ciò che vi dicono, ma non agite secondo le loro opere, perché essi dicono e non fanno” (cfr Mt 23,3).

vv. 41-42: “Seduto di fronte al tesoro, osservava come la folla vi gettava monete. Tanti ricchi ne gettavano molte. Ma, venuta una vedova povera, vi gettò due monetine, che fanno un soldo”.

La stanza del tesoro si trovava nella parte interna del tempio, accessibile solo ai giudei. Nell’atrio posto di fronte, invece, vi erano sistemate le cassette per le offerte che servivano per le liturgie. La vedova, proprio a causa della sua indigenza, avrebbe potuto dare “una moneta”, invece il fatto che dia entrambe “le due monete” fa capire la totalità dell’offerta, dà tutto quello che ha.

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Non solo “conosceDio”, ma lo ama con tutta se stessa, a differenza del giovane ricco che bene “conosceva” ma male “amava” (cfr Mc 10,21ss).

vv. 43-45: “Allora, chiamati a sé i suoi discepoli disse loro: “In verità io vi dico: questa vedova, così povera, ha gettato nel tesoro più di tutti gli altri. Tutti infatti hanno gettato parte del loro superfluo. Lei invece, nella sua miseria, vi ha gettato tutto quello che aveva, tutto quanto aveva per vivere”.

Preso spunto da quanto ha appena osservato, Gesù chiama a sé i discepoli per offrire loro una istruzione. Egli, in forma solenne – “In verità io vi dico…” – dichiara quanto la vedova sia stata molto più generosa di tanti ricchi, in quanto lei ha offerto tutto quanto aveva per vivere, a differenza dei ricchi che hanno dato solo parte del loro superfluo, e per giunta dando sfoggio della loro “apparente” benevolenza e generosità.

Domenica scorsa il vangelo ci aveva presentato l’incontro tra uno scriba e Gesù, con al centro il comandamento dell’amore. Un incontro attraverso il quale emergeva la bontà d’animo di quello scriba, tanto da venire lodato da Gesù stesso: “Non sei lontano dal regno dei cieli…..”.

Oggi, invece, ci troviamo al tempio, dove Gesù critica scribi e farisei per il loro esteriore atteggiamento. Sembra quasi che Gesù metta a confronto due insegnamenti: quello degli scribi, avvolti da sontuosi mantelli e da plateali gesti di generosità (autentici “sepolcri imbiancati” Mt 23,27-28), e quello di una vedova povera e sola che, senza che nessuno lo sappia, si fa autentica maestra di vita.

Questo conferma che Dio non guarda all’apparenza, ma al cuore (cfr 1Sam 16,7). In questo caso non è la quantità che conta, ma l’investimento di vita. La fede della vedova è viva e la fa vivere. Non avrà ricchezze da esibire o privilegi ai quali ambire, ma ha un cuore grande perché custodisce in sé l’amore di Dio. Sa cosa sia vivere di Provvidenza, come la vedova descritta nella prima lettura: entrambe queste donne sono fiduciose, vivono come gli uccelli del cielo o i gigli del campo (cfr Mt 6,26-28).

Attraverso l’esperienza di queste due persone, Gesù mi e ci sta offrendo un prezioso insegnamento sulla fede, intesa come atteggiamento interiore di chi fonda la propria vita su Dio, sulla Parola, e confida in Lui. Le due vedove “mostrano” la loro fede compiendo un atto di carità, e in questo modo sembra quasi che il dialogo di domenica scorsa sul “più grande dei comandamenti” trovi oggi una concreta traduzione; l’amore a Dio, il fidarsi di Lui si traduce in carità verso il prossimo: una verso il profeta (I lettura), l’altra facendo elemosina (vangelo).

E nessuno è mai così povero da non potere dare qualcosa. Scriveva papa San Leone Magno: “Sulla bilancia della giustizia divina non si pesa la quantità dei doni, bensì il peso dei cuori”.

Non si tratta di ridurre la parabola alla semplice e “innocua” offerta di “farina” o di “denaro”. La cosa più importante, insegna Gesù, è ciò che motiva questi due movimenti: è una vita intessuta d’amore che si fida e si affida. Devo e dobbiamo domandarci se siamo capaci di “offrire” la nostra vita al Signore con altrettanta generosità.

Non possiamo cioè limitarci a dare “l’avanzo” del nostro tempo alla preghiera, ad esempio: “Prego se ho tempo”, “Vado a messa se sono libero”… ma dovrebbe essere il contrario! “Sto con il Signore, vado a messa, e poi faccio tutto il resto”. O ridurre la carità allo svuotare le tasche dai centesimi, giusto per liberarci da pesi inutili!

Penso anche al dono del tempo, quando ormai è tutto “pesato” sul costo orario o sulla pretesa di veder riconosciute le competenze acquisite – cosa giusta, non voglio dire il contrario! –; è bello sapere che, in nome della Provvidenza, c’è chi offre, ad esempio, un po’ di tempo per stare con gli anziani, portare una parola di conforto, accudire chi è nel bisogno, semplicemente vivendo della Provvidenza e nella Provvidenza.

Mi viene anche da pensare all’offerta della propria vita consacrata, di chi cioè si dona senza riserve, chiudendo ogni porta ai calcoli, alle possibilità alternative, per “investire” tutto su Gesù Cristo, come ha fatto Madre Teresa, San Giovanni Bosco o tanti santi dei giorni nostri.

Per gentile concessione di don Andrea Vena. Canale YouTube.