Dio attende alla frontiera

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ยซQuadri di vita vissuta,
guardata con l’occhio attento e libero
che sa andare oltre l’apparenza
della superficie e arrivare in profonditร ,
alla vera essenza di situazioni umane,
all’anima
ยป

Uomo di frontiera รจ colui che ha la lunga pazienza di cucirsi sulla pelle un vestito di terre e di cieli nuovi. 
Che si abitua a vedere paesaggi differenti, a spaziare nell’orizzonte dell’altro come una normalitร . 
Vive a fianco dell’altro con empatia, oltrepassa i confini, nemici dell’umanitร . 
Contemplare, oggi, tutto questo, e intravederne la forza segreta, significa riscoprire il medesimo e sempre nuovo volto di Dio: Colui che ti libera da te stesso. 
Il Dio dell’incontro. 
Colui che ti attende a ogni frontiera.
Prefazione di Dom Pietro Vittorelli, abate di Montecassino

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Ascolta l’intervento dell’auto a Radio Vaticana

Padre Renato Zilio, missionario scalabriniano, รจ il protagonista della odierna puntata dedicata alla Nuova Evangelizzazione. Ha recentemente pubblicato il volumeย Dio attende alla frontieraย per EMI editore, nel quale ha raccolto i suoi incontri quotidiani con i migranti, con persone di frontiera. In questi uomini e donne, conosciuti in diversi luoghi del mondo, ha ritrovato le tracce del volto di Dio. “L’altro differente da noi รจ sempre un segno misterioso di Dio”…. Padre Zilio si raconta al microfono diย Alessandra Petitta

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Volti dal Marocco

di Renato Zilio, missionario scalabriniano a Casablanca (Marocco).

Gabriele, spagnolo, anzi basco, vecchio avvocato, รจ stato per piรน di ventโ€™anni collaboratore di Madre Teresa di Calcutta. Passa qualche giorno al monastero trappista di Midelt, sullโ€™altopiano dellโ€™Atlas (Marocco). Vi รจ come di casa e mi mostra il passaporto : quindici visti di entrata in Nepal, quasi altrettanti per lโ€™India. Mi consegna il suo libro sulla grande santa dei poveri, vista da lui, da vicino. Qualche sua foto, con un grembiulone insieme con lei e dei lebbrosi, me la indica con orgoglio ed emozione, quasi fosse un trofeo.

Mi parla della povertร . ยซ La ricchezza, i soldi ci tradiscono ยป, mi ripete piรน volte. ยซ Sรฌ, lโ€™esempio della povera gente, dei piccoli… va bene. Ma, nella Chiesa, lโ€™esempio dovrebbe venire sempre dai responsabili. Finchรฉ non cโ€™รจ questo… non si farร  nulla! ยป, sostiene categorico. Gabriele mi fa capire lโ€™importanza dellโ€™esemplaritร . Una forza, che in mano a chi dirige rende il suo messaggio forte, le sue indicazioni efficaci, travolgenti. Il gesto รจ piรน forte della parola.

Cosรฌ, รจ stato il gesto dei sette monaci trappisti, martiri di Tibhirine, ormai beati tra i santi. In una cappellina, dedicata a loro, qui notte e giorno palpitano luminose sette piccole luci, un grande ritratto di ognuno, e le preghiere scritte da chi vi passa… Ma soprattutto il testamento spirituale, originale, redatto con le sue stesse mani, da Christian, il priore. E quella forza inaudita di perdono, che ha stupito il mondo.

Ma questo gesto fraterno di umiltร  e di perdono si incontra spesso tra i sacerdoti di qui, in Marocco. Pรจre Daniel, prendendomi delicatamente sottobraccio: ยซDร i, siediti qui, mi puoi confessare? ยป. E lโ€™altro giorno pรจre Michel: ยซ Senti, non partire, prima di avere ascoltato la mia confessione ยป. Oppure, tempo fa un altro: ยซ Fammi questo regalo… ยป. E capisco subito dove vuole arrivare.

Qui sembra di costatare lโ€™umiltร  e la fraternitร  di tutta una Chiesa, ritrovandole, poi, puntualmente, nellโ€™animo di ogni suo figlio. Come se si fosse persa ogni traccia di onnipotenza. Questa terra educa allโ€™umiltร , alla “sottomissione allo Spirito”. Come invocava un monaco, giorni fa, facendo intravedere, in filigrana, quella grande qualitร  del credente musulmano: la sottomissione a Dio.

Lโ€™atteggiamento di umiltร  รจ essenziale nellโ€™incontro con lโ€™altro, sottolineava un responsabile della Chiesa. Accennava alla consuetudine delle ONG europee di scendere in Africa, con tutta la loro onnipotenza, mentre invece รจ necessario inculturarsi, sentirsi corresponsabili, diventare sinergici con le strutture di qui: farsi piccoli.ย E per la Chiesa nel Maghreb? ยซBisogna svuotarsi. Prendere il cammino della kenosis. Accettare di essere inefficaci. Non tanto dirigere, ma piuttosto essere qui, presenti, in un paese islamico. Solidali. E farlo, come il Cristo, fino in fondoยป.

Coerenza folgorante. Mi risuonano, allora, le parole di un vescovo venuto qui a Rabat: ยซ Il centro di gravitร  della Chiesa non sta in se stessa. Neppure nel suo rapporto con Dio. Ma sta nella relazione di Dio con il mondo, che ha tanto amato… (cfr. Gv 3,16) e in cui la Chiesa si fa serva e ministra ยป. Sรฌ, con questo mondo musulmano, di cui ci si fa compagni di viaggio. In una fraternitร  che prende il sapore del Regno di Dio.

Mi sorprendeva giorni fa, su un tappeto appeso alla parete, nella comunitร  di suor Barbara, un foglio scritto a mano, attaccato con una spilla: ยซ Evangelizzare qualcuno รจ dirgli: anche tu sei amato da Dio! E non solo dirglielo, ma pensarlo realmente. E non solo, ma far sรฌ che nel modo di comportarti con lui, senta che cโ€™รจ in lui qualcosa di piรน grande e di piรน nobile di quello che credeva e risvegliarlo a una nuova coscienza di sรฉ ยป. Per i poveri del quartiere, che queste religiose incontrano ogni giorno, una scoperta semplicemente favolosa!

E cosรฌ, ancora una volta, nel cuore della notte, prima dellโ€™alba, la preghiera con i nostri monaci trappisti. Scendo nella semplice, accogliente chiesa monastica, cosciente di trovarvi dei testimoni di una vita nuova. Inedita. Quella di ogni nomade, di ogni migrante… Camminano sul filo del confine tra un mondo e un altro, tra una cultura, una lingua e un’altra, ben diverse, tra una religione e unโ€™altra, immensamente differenti. Liturgia mista, allora, in francese e in arabo.

Quando, perรฒ, iniziano i melismi e le melodie della lingua araba mi viene sempre come una stretta al cuore. So che รจ una lingua di cui i musulmani sono gelosi: lingua sacra, per eccellenza. Si trova sulla bocca stessa di Dio. Ma per i monaci รจ segno del loro amore per questo popolo e per la loro cultura.

Alla fine della liturgia notturna, un trappista spegne tutte le luci e si rimane in un buio completo. Tutti fermi. Immobili. Si puรฒ restare cosรฌ al buio anche piรน di mezzโ€™ora. Questo tempo per Dio, tutti insieme, in un silenzio prolungato nutre la preghiera, ossigena la nostra anima. Ci fa toccare con mano la gratuitร , la fiducia e la nostra povertร . E, naturalmente, la grandezza di Dio. Ci trasporta in quel luogo misterioso e privilegiato dellโ€™incontro con Lui: il deserto dellโ€™anima.

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