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Comunità di Pulsano – Commento al Vangelo di domenica 26 Maggio 2024

Domenica 26 Maggio 2024
Commento al brano del Vangelo di: Mt 28, 16-20

DOMENICA della «SS. Trinità»

Dio è il protagonista della storia della salvezza; ma non un Dio astratto, solitario: è il Dio comunità di amore, Padre, Figlio e Spirito Santo. È inutile cercare nell’antico testamento una rivelazione precisa della Trinità: il monoteismo rigoroso del popolo eletto rendeva impossibile qualsiasi scoperta in questo senso. Tuttavia, proclamando l’esistenza di «un solo Dio», Israele non ha mai pensato a «un Dio solo», un Dio solitario. Fin dai tempi più antichi l’ha sempre percepito come un Dio in dialogo: col mondo, con l’uomo, col popolo in cui era presente per mezzo della sua alleanza.

È a partire dalla persona di Gesù risorto che il nuovo testamento ha intuito il mistero della vita intima di Dio. «Mi è stato dato ogni potere in cielo e in terra». Riflettendo su questa parola del figlio dell’uomo, la Chiesa primitiva ha compreso che Dio, risuscitando Gesù e innalzandolo alla sua destra, lo stabilisce al di sopra di ogni creatura e ha riconosciuto lo stretto legame che unisce Gesù a «colui che dà vita ai morti», la sua uguaglianza con Dio.

Il battesimo farà compiere il passo decisivo dalla professione di fede nel Dio unico e nel Cristo signore alla confessione trinitaria propriamente detta. La caratteristica essenziale del battesimo cristiano, infatti, è quella di essere un battesimo nello Spirito, in cui si afferma che la fede nel Padre e nel Figlio non può essere proclamata che nello Spirito. Così il battesimo nel nome di Gesù diventa a poco a poco il battesimo «nel nome del Padre e del Figlio e dello Spirito santo»: la Chiesa ha compreso che la vita e l’opera di Gesù sono, in definitiva, l’opera e la vita del Padre nello Spirito. Sulle orme degli apostoli, i cristiani continuano a radunarsi per prendere coscienza di ciò che sono realmente: la Chiesa nata dalla Trinità, che insegna agli uomini che sono figli di Dio e devono comportarsi come tali.

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Il centro dinamico della Rivelazione trinitaria è e resta sempre la Resurrezione del Signore, attraverso la quale «lo Spirito Santo donato dal Padre rivela il Figlio e a partire dalla sua Persona il Figlio rivela il Padre, e donando lo Spirito Santo riporta a Lui». I testi base come Rom 1,4; At 2,32-33.36; Lc 1,35, sono tra i più difficili del N. T. Ma il culmine del N. T. porta sempre verso la pienezza della Rivelazione come grazia: che «Dio è il Padre del Signore nostro Gesù Cristo – nello Spirito Santo» (qui Ef 1,3; 4,4-6; 1 Cor 8,6; 12,3-6 1 Pt 1,3). E se la maggioranza dei testi del N.T consegna ai fedeli la Rivelazione della grazia effusa attraverso la «divina Economia nella storia», essa tuttavia concede a essi anche qualche prezioso “spiraglio”, discreto nella sua rarità, attraverso cui intuire la Vita divina intratrinitaria. E la Chiesa ha sempre espresso questo al modo della dossologia, ossia glorificando e celebrando per la grazia dello Spirito Santo.

Dall’eucologia:

Antifona d’Ingresso

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Sia benedetto Dio Padre,

e l’unigenito Figlio di Dio, e lo Spirito Santo:

perché grande è il suo amore per noi.

L’antif. d’ingresso è una composizione che canta una “benedizione” rivolta al Padre e al Figlio e allo Spirito Santo, il Signore Unico che operò la misericordia agli uomini. Il testo tuttavia non è capace di fissarsi sulla Trinità santa, ma invece discende subito agli uomini secondo l’ormai incurabile cultura teologica che non è teocentrica ma solo antropocentrica.

Canto all’Evangelo Cf Ap 1,8

Alleluia, alleluia.

Gloria al Padre, al Figlio, allo Spirito Santo:

a Dio che è, che era e che viene.

Alleluia.

La proclamazione evangelica è orientata dalla rivelazione a Giovanni (vedi Ap 1,8), al quale si manifesta il Signore Unico con i titoli simbolici dell’eternità: l’Alfa il Principio e l’Omega la Fine, due estremità simboliche che dicono il tutto. Inoltre, si manifesta con il Nome rivelato a Mosè dal Roveto ardente (Es 3,14), «Colui che è» in eterno, che insieme è «Colui che era» dall’inizio e «Colui che viene» per condurre la storia degli uomini come «l’Onnireggente», Colui che tutto domina e tutto dirige ai suoi fini.

Dopo aver contemplato l’azione dello Spirito Santo nel giorno di Pentecoste, la liturgia ci invita a fermare la nostra attenzione alle Tre Persone della SS. Trinità. Questo tema è realmente “straordinario” se si pensa che fino a Gesù il vertice teologico della Torah era rappresentato dal libro del Deuteronomio: «Ascolta Israele: il Signore è il nostro Dio, il Signore è uno solo. Tu amerai il Signore tuo Dio con tutto il cuore, con tutta l’anima e con tutte le tue forze» (Dt 6,4-5). Queste parole diventeranno l’inizio della preghiera giudaica detta “Shemà “ (Ascolta) che è la parte fondamentale della liturgia quotidiana ebraica, recitata al mattino e alla sera. Gli israeliti adorano un Dio unico. I pagani adorano più divinità, mentre noi cristiani adoriamo un solo Dio in Tre Persone uguali e distinte. La parola “Trinità” non è presente nel N. T. e neanche è rintracciabile la teologia trinitaria nella forma così approfondita ed articolata dell’insegnamento della Chiesa. Questa dottrina trinitaria non è un’invenzione dei teologi ed è indiscutibile che la definizione delle relazioni che legano tra loro il Padre, il Figlio e lo Spirito ha una sua consistenza nelle pagine neotestamentarie.

San Paolo ricorda che i doni effusi nella comunità hanno, nella loro unità e diversità, radice nello Spirito, nel Signore (Cristo) e in Dio Padre (1 Cor 12,4-6: «4Vi sono diversi carismi, ma uno solo è lo Spirito; 5vi sono diversi ministeri, ma uno solo è il Signore; 6vi sono diverse attività, ma uno solo è Dio, che opera tutto in tutti»).

L’unità tra i credenti ha come sorgente «un solo Spirito, un solo Signore, un solo Dio Padre di tutti» (Ef 4,4-6). Ancora oggi nella liturgia ci scambiamo il saluto con cui Paolo chiude la sua seconda lettera ai Corinzi: «La grazia del Signore Gesù Cristo, l’amore di Dio Padre e la comunione dello Spirito Santo siano con tutti voi» (13,13).

Pietro apre la sua prima lettera con un indirizzo trinitario (1,2) e Giovanni nella sua prima lettera ha un testo che nella versione latina della Volgata si è allargato in una professione di fede trinitaria (detta convenzionalmente “il comma giovanneo”). Essa, anche se non appartiene all’originale, esprime in modo limpido la fede della Chiesa dei primi secoli che dalle Scritture aveva tratto e riformulato la sua concezione teologica trinitaria: «Tre sono quelli che rendono testimonianza nel cielo: il Padre, il Verbo e lo Spirito Santo, e questi tre sono uno» (5,7).

La II lettura ci guida in questa fede nella SS. Trinità: «Avete ricevuto uno spirito di figli adottivi per mezzo del quale gridiamo: “Abbà Padre”. Lo spirito stesso attesta al nostro spirito che siamo figli di Dio».

La parola. “Abbà”, di origine aramaica era usata dal bambino solo in casa per dire “papà mio” e ciò vuol farci capire che Dio Padre rivelato da Gesù ha un amore tenero e benigno verso ogni uomo. Anche a uno schiavo potrebbe un giorno toccare di sentirsi dire che il suo signore lo ha adottato a figlio, ma questa “notizia” in fondo non lo libererebbe dalla condizione di schiavitù “interiore” se non giungesse anche a crearli nel cuore il moto dell’affetto filiale. Ecco quello che lo Spirito crea in noi: ci annuncia la filiazione adottiva, ma ci dà anche un animo capace di sentire e invocare Dio come Padre; ed esercita continuamente il suo influsso su di noi perché tutta la vita sia espressione di questa parola, “Abbà”, che cominciamo a pronunciare nel giorno del battesimo. Tutto questo non deve poi ricondursi ad una questione psicologica, quasi che noi vivessimo da figli solo quando c’è facile avere il “sentimento” della fiducia. Si tratta in realtà della certezza della fede, la quale “sa” che Dio è nostro Padre e ci ama come figli anche quando questo risultasse difficile da sperimentare in maniera sensibile.

Non si dimentichi che l’unico caso in cui nell’evangelo ricorre la parola “Abbà” è quello di Mc 14,36, nel contesto del Getsemani, dove all’uomo Gesù non è certo facile pronunciarla, ma dove Gesù mostra nel modo più evidente la relazione filiale. Tale relazione filiale è donata anche a noi:

Antifona alla Comunione Gal 4,6

Voi siete figli di Dio: egli ha mandato nei vostri cuori

lo Spirito del Figlio suo, che grida «Abba, Padre».

Al momento della partecipazione ai divini Misteri si canta infatti la divina filiazione, che il Padre volle donare ai figli suoi, inviando nei loro cuori lo Spirito del Figlio Risorto (vedi anche Rom 5,5), e lo Spirito Santo stesso prega in quei cuori l’invocazione suprema: ‘Abbâ’, Padre! E «oggi qui» infatti tutti i fedeli, saziati dalla Parola e dal Cibo celeste, resi compatti come Chiesa corpo di Cristo, avendo già pregato il «Padre nostro», trova il Padre che li accoglie.

La I lettura ci presenta “l’omelia” con cui Mosè istruisce il suo popolo sulla trascendenza di JHWH e sulla sua vicinanza all’uomo. La liturgia ci fa leggere (sia pure a brandelli) uno dei testi più significativi sul monoteismo veterotestamentario dove si respira un rigoroso monoteismo, teorico e pratico. Il testo fa parte del primo discorso di Mosè nelle steppe di Moab, mentre prepara il popolo all’ingresso nella terra promessa (Dt 1,1-4,43), insegnandogli una lunga mistagogia sui fatti divini che Israele sperimentò nell’esodo dall’Egitto e durante la vita trascorsa nel deserto. L’unicità di Dio non è affermata astrattamente, ma è l’unicità della rivelazione divina nella storia, riconoscibile dagli eventi unici e meravigliosi di cui Israele è stato destinatario da parte di JHWH (uscita dall’Egitto; teofania e dono della parola divina sull’Oreb). Tutti questi eventi erano impossibili agli dèi e dicono la ineguagliabile azione di JHWH per il suo popolo, che diventa un popolo unico di fronte agli altri, il popolo che ha udito Dio parlare di mezzo al fuoco.

L’esortazione di Mosè prosegue con logica pacata: mediante Mosè “oggi” il Signore ha concluso la sua alleanza con Israele, “oggi” ha emanato per esso la sua Legge santa e i suoi precetti salvifici. Il popolo allora è esortato a vivere la Legge e i precetti, a porli in esecuzione. Da questo solo gli verrà del bene, e altrettanto ai suoi discendenti. Questa è anche la condizione per vivere per sempre nella terra promessa, alla presenza del suo Signore (Dt 4,40; ma anche la conclusione dell’evangelo con il mandato di insegnare-battezzare e vivere la vita nuova del battesimo).

L’Evangelo ci assicura la presenza trinitaria in chi riceve il battesimo; infatti Matteo ci mostra la formula battesimale che probabilmente era in uso presso la sua comunità. Certamente, come possiamo rilevare dagli Atti, il battesimo era conferito «nel nome di Gesù», poi questa formula fu sostituita, come ci fa capire l’Evangelo di Matteo, dalla formula trinitaria proprio per indicare che ricevere il battesimo nel nome di Gesù significa entrare nella vita stessa del Padre e del Figlio e dello Spirito Santo.

Esaminiamo il brano

La liturgia odierna ci fa leggere la finale di Matteo (cfr. Ascensione del Signore A) per la formula trinitaria collegata al battesimo. Si conclude, qui, il tempo della presenza visibile di Gesù in mezzo ai suoi e si profila l’inizio del tempo della Chiesa, che è anche il tempo degli Apostoli, degli Evangelisti e anche il tempo della scrittura dell’Evangelo. Secondo questo testo conclusivo, il tempo della Chiesa è caratterizzato da un comando fondamentale che Gesù ha affidato alla comunità: l’evangelizzazione. Il programma per l’evangelista e per il tempo della Chiesa è il seguente: «Andate dunque e ammaestrate tutte le nazioni, battezzandole nel nome del Padre, del Figlio e dello Spirito Santo».

v. 16 – «Gli undici discepoli»: Il circolo dei Dodici che hanno sempre accompagnato Gesù è stato spezzato dalla defezione e dal suicidio di Giuda (vedi Mt 27,3-10). Matteo non fa alcun accenno alla reintegrazione del numero dodici come fa Luca in At 1,12-26.

«se ne andarono in Galilea»: Prima del suo arresto e poi nel brano del sepolcro vuoto l’attenzione era stata attirata sull’incontro del Risorto con i suoi discepoli in Galilea (28,7).  La comunità degli apostoli, ancora in undici dopo la morte tragica di Giuda (27,1-10) e prima dell’elezione di Mattia (At 1,12-26), si reca all’appuntamento con il Cristo risorto, non già per riconoscerlo, ma per ascoltare la rivelazione definitiva. Il luogo è significativo; la portata dell’indicazione infatti va oltre il carattere puramente topografico per assumere un valore simbolico.

«Galilea»: diciamo subito che non si tratta della regione settentrionale della Palestina, dove Gesù aveva cominciato la predicazione, come ritengono alcuni autori. La «Galilea» (come attestato ormai dalla maggioranza degli esegeti) era una collina in forma di cupola, che si trova in Gerusalemme stessa, ad oriente, alla sommità del Monte degli Olivi.

«sul monte»: La partenza dei discepoli adempie la profezia di Gesù in Mt 26,32 e il doppio comando dell’angelo e di Gesù in Mt 28,7.10. Tutta la potenza simbolica risplende al suono di questa parola: è il luogo della rivelazione divina. Sul monte Gesù aveva insegnato una nuova dottrina di vita (5,1-2); ora, di nuovo sul monte, risuona la sua Parola di Signore glorioso e scopre ai discepoli l’orizzonte della missione universale.

v. 17 – «si prostrarono»: I destinatari della manifestazione sono i discepoli; essi vedono il Risorto e lo adorano, benché alcuni dubitassero. Il fatto dell’apparizione sembra passare in second’ordine («quando lo videro») rispetto a «si prostrarono» (proskynéō), che è il giusto atteggiamento di omaggio e di adorazione nei confronti di Gesù (vedi Mt 2,2.8.11; 4,9-10; 8,2; ecc.).

«Essi però dubitarono»: Al posto di «Essi» la Volgata ha «alcuni» (quidam autem). Il verbo greco distázō significa «esitare» o «dubitare». È in corso da lungo tempo un dibattito grammaticale per stabilire se tutti gli undici discepoli si siano prostrati e abbiano anche dubitato, o se alcuni si siano prostrati e altri abbiano dubitato. Dal punto di vista grammaticale sembra più probabile la seconda ipotesi.

Il tema del «dubbio», cioè della difficoltà incontrata da alcuni discepoli a rendersi conto della realtà della resurrezione, nell’evangelo di Matteo ha soltanto questo fugace accenno, mentre negli altri è quasi un motivo ricorrente in tutte le apparizioni del Risorto. Più che il motivo tradizionale dell’incredulità degli apostoli davanti al fatto della resurrezione (manca infatti il motivo del riconoscimento, tipico dei racconti delle apparizioni), si può forse riferire alla situazione spirituale della chiesa di Matteo in fase di ricerca.

Che cosa significa esattamente credere che Gesù è risorto? Quali le conseguenze per l’esistenza dei credenti? Anche Mosè dubitò dopo la visione e l’adorazione (cfr Es 3,13; 4,1.10.13) anche se poi fu il più fedele annunciatore del suo Signore.

vv. 18-20 – Con questi vv. l’evangelista Matteo prende posizione in un dibattito decisivo per la fede. Appellandosi ad alcuni dati presenti nella tradizione più antica, come la professione della regalità di Gesù, e alla pratica battesimale nel nome della Trinità, l’evangelista costruisce un brano molto denso ed espressivo circa le linee principali della sua comprensione del significato di Cristo, della Chiesa e dell’esistenza cristiana.

Tre proposizioni, articolate tra loro, formano il contenuto della rivelazione del risorto:

  1. La prima può essere definita come auto proclamazione: Gesù dichiara solennemente che Dio gli ha dato un potere illimitato e universale. La formula richiama Dan 7,13-14: «13Guardando ancora nelle visioni notturne, ecco venire con le nubi del cielo uno simile a un figlio d’uomo; giunse fino al vegliardo e fu presentato a lui. 14Gli furono dati potere, gloria e regno; tutti i popoli, nazioni e lingue lo servivano: il suo potere è un potere eterno, che non finirà mai, e il suo regno non sarà mai distrutto». Il N.T. è pieno di questa consapevolezza (cfr Gv 3,35; 13,3; 17,2; At 2,36; Rm 10,9; 14,9; Ef 1,20-22).
  2. La seconda è un comando esplicito: l’invio dei discepoli nel mondo. Per comprendere la missione dei discepoli occorre guardare lo schema:
  3. predicare ed insegnare;
  4. santificare nel Nome, con il battesimo;
  5. ancora insegnare;
  6. custodire tutti i comandamenti ricevuti dal Signore.

Anche Marco (16,15-18) e Luca (24,44-48) conoscono il comando del Risorto per la missione; ma Matteo ne esprime con piglio personalissimo il contenuto. Si tratta di andare presso tutti i popoli (l’espressione indica tanto i pagani quanto i giudei; cfr. Mt 25,32), facendo in modo che tutti gli uomini diventino discepoli di Cristo. La salvezza per tutti gli uomini, annunciata dai profeti (Is 2,2-4; 49,6; 60,3; Ger 16,19), si compie sulla via del discepolato. Una comunità non solo di santificati dal sacramento, ma anche di praticanti una nuova obbedienza; il discepolo si qualifica sulla base della traduzione in pratica dell’insegnamento del maestro (cfr. Mt 7,24-27: «24Perciò chiunque ascolta queste mie parole e le mette in pratica, sarà simile a un uomo saggio, che ha costruito la sua casa sulla roccia. 25Cadde la pioggia, strariparono i fiumi, soffiarono i venti e si abbatterono su quella casa, ma essa non cadde, perché era fondata sulla roccia. 26Chiunque ascolta queste mie parole e non le mette in pratica, sarà simile a un uomo stolto, che ha costruito la sua casa sulla sabbia. 27Cadde la pioggia, strariparono i fiumi, soffiarono i venti e si abbatterono su quella casa, ed essa cadde e la sua rovina fu grande»).

  • La terza è una parola di promessa introdotta dalla formula solenne «Ed ecco» che comporta da parte degli ascoltatori la massima attenzione: Gesù assicura la sua presenza tra i discepoli. È la promessa dell’Immanuel, «Con noi Dio» che è Gesù, come l’angelo aveva annunciato a Giuseppe (Mt 1,23; Dom IV d’Avvento). Come egli stesso aveva proclamato ai discepoli, se due o tre sono riuniti nel mio nome… (Mt 18,10; Gv 14,3.23; At 18,10). Adesso lo sarà in eterno, sino alla fine del mondo.

v. 18 – «Gesù si avvicinò»: Mentre nel corso dell’Evangelo generalmente sono gli altri che si avvicinano a Gesù, qui è Gesù che si avvicina (prosérchomai) agli undici discepoli.

«A me è stato dato pieno potere in cielo e sulla terra»: Con questa rivendicazione Gesù assume per sé ciò che in Dn 7,14 è detto di «uno simile ad un figlio di uomo»: «Gli diede potere, gloria e regno; tutti i popoli, nazioni e lingue lo servivano…».

v. 19 – «fate discepoli tutti i popoli»: Nel comando finale di Gesù il termine tanto caro a Matteo mathetes («discepolo») assume la forma di un verbo («fate discepoli», come a dire «discepolizzate»).

«battezzandoli»: Fino a questo punto non c’è stata nessuna preparazione per l’accenno al battesimo. La formula trinitaria che accompagna il comando di Gesù fa pensare che il linguaggio usato dal Gesù risorto sia stato formulato in modo da rispecchiare l’esperienza della Chiesa primitiva, in questo caso con una formula battesimale. “Battezzare” significa che il Padre con lo Spirito Santo immerge, annega, fa morire con Uno dei Tre, il Figlio, nella sua Morte di Croce ma insieme fa conrisorgere con Lui. Per “battesimo” il N. T., e i Padri, indicano l’Iniziazione integrale a Cristo Signore con il suo Mistero, e quindi anche il Dono dello Spirito Santo e l’ingresso al Convito del Regno.

«insegnando loro»: Il Signore completa la prescrizione ai discepoli, che ricevono il mandato di continuare quello che nell’Evangelo è stato uno dei compiti fondamentali del Gesù terreno: insegnare (didáskô) ai battezzati in modo permanente a “custodire” i suoi precetti; “custodire” è un ebraismo, che significa praticare nell’esistenza redenta. Il contenuto del loro insegnamento («tutto ciò che vi ho comandato») e quello che ci si aspetta da loro («ad osservare») mostrano l’autorevolezza dell’insegnamento di Gesù.

«Ed ecco, io sono con voi»: La promessa di Gesù è già implicita nel nome «Emmanuele» («Dio con noi») in Mt 1,22-23. Si veda anche l’autorivelazione di Gesù mentre camminava sulle acque («Sono io!») in 14,23 e la sua promessa di essere presente dove due o tre sono radunati nel suo nome (vedi Mt 18,20). Nell’Evangelo di Matteo il Gesù risorto svolge la funzione che in altri testi del Nuovo Testamento è attribuita allo Spirito Santo.

«fino alla fine del mondo»: (opp. «fino alla fine dei secoli») La promessa sottintende la distinzione tra «questo tempo/mondo» e il «tempo/mondo che verrà» già ben nota dagli scritti apocalittici ebraici. La promessa prevede una presenza permanente/abitativa del Signore risorto tra i cristiani. L’assicurazione formale della divina Presenza è l’indicibile sigillo di tutto questo. La promessa finale è introdotta dall’«Ecco, idoú», che indica sempre un prodigio divino, e il contenuto è «Io sto con voi tutti i giorni» (v. 20b).

Matteo conclude l’Evangelo con la forma dell’«inclusione letteraria», ossia facendo combaciare nell’identità e nella coerenza l’inizio con la fine. All’inizio aveva narrato, con l’annuncio a Giuseppe (Mt 1,18-25) che il Bambino che doveva nascere dalla Vergine Maria, chiamato «Gesù, La Salvezza è il Signore», era l’«Immanuel, Con noi Dio» (Mt 1,23), secondo la Profezia antica lì richiamata (Is 7,14). Matteo narra quindi la sua Vita tra gli uomini, la sua Croce e la sua Resurrezione, e finalmente conclude che Gesù Cristo Risorto si è rivelato ormai come l’Immanuel anzitutto con i suoi discepoli, e mediante essi con tutti gli uomini. Ma «fino alla completezza del secolo», ossia fine al termine della storia.

Nuova Colletta

O Dio altissimo,

che nelle acque del Battesimo

ci hai fatto tutti figli nel tuo unico Figlio,

ascolta il grido dello Spirito che in noi ti chiama Padre,

e fa’ che obbedendo al comando del Salvatore,

diventiamo annunziatori della salvezza offerta a tutti i popoli.

Per il nostro Signore Gesù Cristo…

Fonte: Abbazia di Santa Maria a Pulsano

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