Commento alle letture di domenica 11 Agosto 2019 – don Jesús GARCÍA Manuel

Prima lettura: Sapienza 18,6-9

 La notte [della liberazione] fu preannunciata ai nostri padri, perché avessero coraggio, sapendo bene a quali giuramenti avevano prestato fedeltà. Il tuo popolo infatti era in attesa della salvezza dei giusti, della rovina dei nemici. Difatti come punisti gli avversari, così glorificasti noi, chiamandoci a te. I figli santi dei giusti offrivano sacrifici in segreto e si imposero, concordi, questa legge divina: di condividere allo stesso modo successi e pericoli, intonando subito le sacre lodi dei padri.

Ai discepoli, come abbiamo visto, Gesù richiede fedeltà e saggezza, affinché possano camminare nella storia incontro al Signore e guidare responsabilmente coloro che sono stati loro affidati. Non è un caso, allora, che la liturgia odierna ci proponga alcuni versetti del Libro della sapienza, il quale, nei capitoli dal 10 al 19, riprende la storia dell’esodo con lo scopo di farne un commento. L’autore di questo libro (scritto verso la fine del I secolo a.C.) si rivolge continuamente alla sapienza, lodandone la preveggenza e la perfezione del suo operare nella natura, nella politica, nella storia e, ancor più, nella rivelazione dell’unico Dio.

Nel cercare un momento nella storia d’Israele, in cui magnificare l’azione della sapienza, quale occasione migliore poteva esserci della liberazione dall’Egitto? In quel frangente, la guida della sapienza si è rivelata esemplare, perché Dio non si accontentò di dare al popolo soltanto Mosè, il mediatore, bensì volle che la sapienza stessa facesse come da schiavo lampadarius, ossia da servo che precede reggendo la lanterna, per illuminare la strada al popolo che doveva percorrerla: «Invece delle tenebre desti loro una colonna di fuoco, come guida in un viaggio sconosciuto e come un sole innocuo per il glorioso emigrare» (v. 3).

Sostenuti dalla sapienza, fu possibile affrontare quella notte oscura, durante la quale gli ebrei uscirono dall’Egitto per andare incontro alla libertà tanto agognata (cf. Es 12): «La notte [della liberazione] fu preannunciata ai nostri padri, perché avessero coraggio, sapendo bene a quali giuramenti avevano prestato fedeltà. Il tuo popolo infatti era in attesa della salvezza dei giusti, della rovina dei nemici» (vv. 6-7). L’evento della Pasqua viene così rivisto alla luce della gloria, cioè della rivelazione del piano di Dio, che porta salvezza a chi crede in lui, ma diventa elemento di giudizio per chi lo rifiuta: «Difatti come punisti gli avversari, così glorificasti noi, chiamandoci a te. I figli santi dei giusti offrivano sacrifici in segreto e si imposero, concordi, questa legge divina: di condividere allo stesso modo successi e pericoli, intonando subito le sacre lodi dei padri» (vv. 8-9).

L’autore del Libro della Sapienza, quindi, sottolinea la necessità di ripresentare (ossia di fare il memoriale) la Pasqua per far ricordare alle generazioni future che Dio non abbandona e che le sue promesse sono eterne. Ma la celebrazione della Pasqua conferma pure che «i santi avrebbero partecipato ugualmente ai beni e ai pericoli», ossia al bene e al male della storia. Infatti, la storia, come non ha in sé il suo inizio, non può avere in sé il proprio compimento. Perciò siamo in attesa di Dio, mentre ci viene chiesto di amministrare fedelmente e saggiamente quanti egli ci ha affidato.

Seconda lettura: Ebrei 11,1-2.8-19

Fratelli, la fede è fondamento di ciò che si spera e prova di ciò che non si vede. Per questa fede i nostri antenati sono stati approvati da Dio. Per fede, Abramo, chiamato da Dio, obbedì partendo per un luogo che doveva ricevere in eredità, e partì senza sapere dove andava. Per fede, egli soggiornò nella terra promessa come in una regione straniera, abitando sotto le tende, come anche Isacco e Giacobbe, coeredi della medesima promessa. Egli aspettava infatti la città dalle salde fondamenta, il cui architetto e costruttore è Dio stesso. Per fede, anche Sara, sebbene fuori dell’età, ricevette la possibilità di diventare madre, perché ritenne degno di fede colui che glielo aveva promesso. Per questo da un uomo solo, e inoltre già segnato dalla morte, nacque una discendenza numerosa come le stelle del cielo e come la sabbia che si trova lungo la spiaggia del mare e non si può contare. Nella fede morirono tutti costoro, senza aver ottenuto i beni promessi, ma li videro e li salutarono solo da lontano, dichiarando di essere stranieri e pellegrini sulla terra. Chi parla così, mostra di essere alla ricerca di una patria. Se avessero pensato a quella da cui erano usciti, avrebbero avuto la possibilità di ritornarvi; ora invece essi aspirano a una patria migliore, cioè a quella celeste. Per questo Dio non si vergogna di essere chiamato loro Dio. Ha preparato infatti per loro una città. Per fede, Abramo, messo alla prova, offrì Isacco, e proprio lui, che aveva ricevuto le promesse, offrì il suo unigenito figlio, del quale era stato detto: «Mediante Isacco avrai una tua discendenza». Egli pensava infatti che Dio è capace di far risorgere anche dai morti: per questo lo riebbe anche come simbolo.

Il brano della lettera agli Ebrei, in qualche modo, presenta l’opportunità di riflettere sulla figura di un servo fedele e saggio come il patriarca Abramo. Infatti, tra i vari personaggi dell’Antico Testamento citati dall’autore, spicca per ampiezza proprio il riferimento al capostipite d’Israele. D’altra parte, parlando della fede, non si può trascurare colui che ne è un vero campione, specialmente se si considera la definizione che la Lettera agli Ebrei ne dà: «La fede è fondamento di ciò che si spera e prova di ciò che non si vede. Per questa fede i nostri antenati sono stati approvati da Dio» (vv. 1-2).

Della vita di Abramo si riprendono tutte le tappe più importanti, a partire dalla vocazione, per mezzo della quale cambiò anche patria. La sua vita, tutta riposta nella fede in Dio, divenne modello pure per Isacco e Giacobbe, nonché per Sara: «Per fede, anche Sara, sebbene fuori dell’età, ricevette la possibilità di diventare madre, perché ritenne degno di fede colui che glielo aveva promesso. Per questo da un uomo solo, e inoltre già segnato dalla morte, nacque una discendenza numerosa come le stelle del cielo e come la sabbia che si trova lungo la spiaggia del mare e non si può contare» (vv. 11-12). Inoltre, la stessa nascita d’Isacco e il sacrificio di quest’unico figlio (cf. Gen 22) fanno ancora giganteggiare Abramo, al cui confronto la fede di tanti altri impallidisce: «Per fede, Abramo, messo alla prova, offrì Isacco, e proprio lui, che aveva ricevuto le promesse, offrì il suo unigenito figlio, del quale era stato detto: «Mediante Isacco avrai una tua discendenza». Egli pensava infatti che Dio è capace di far risorgere anche dai morti: per questo lo riebbe anche come simbolo» (vv. 17-19).

Per ritrovare dei testimoni autentici, che sappiano insegnare che cosa sia la fede, pur vivendo nelle difficoltà quotidiane, la Lettera agli Ebrei volge lo sguardo al passato remoto d’Israele: lì vengono identificati questi uomini che hanno ancora molto da insegnare. Così possiamo spiegarci le parole dei vv. 13-16, che suonano come una lode ai patriarchi, i quali, pur non avendo a disposizione ciò che noi abbiamo (la rivelazione piena in Gesù Cristo, la Chiesa, i sacramenti…), hanno saputo capire che ciò che Dio prometteva loro era più certo di quello che vedevano: «Nella fede morirono tutti costoro, senza aver ottenuto i beni promessi, ma li videro e li salutarono solo da lontano, dichiarando di essere stranieri e pellegrini sulla terra. Chi parla così, mostra di essere alla ricerca di una patria. Se avessero pensato a quella da cui erano usciti, avrebbero avuto la possibilità di ritornarvi; ora invece essi aspirano a una patria migliore, cioè a quella celeste. Per questo Dio non si vergogna di essere chiamato loro Dio. Ha preparato infatti per loro una città».

Tale città celeste è stata preparata anche per noi: in essa incontreremo tutti coloro la cui fede ci è stata di conforto e stimolo mentre muoviamo i nostri incerti passi su questa terra.

Vangelo: Luca 12,32-48

 In quel tempo, Gesù disse ai suoi discepoli: «Non temere, piccolo gregge, perché al Padre vostro è piaciuto dare a voi il Regno. Vendete ciò che possedete e datelo in elemosina; fatevi borse che non invecchiano, un tesoro sicuro nei cieli, dove ladro non arriva e tarlo non consuma. Perché, dov’è il vostro tesoro, là sarà anche il vostro cuore.

Siate pronti, con le vesti strette ai fianchi e le lampade accese; siate simili a quelli che aspettano il loro padrone quando torna dalle nozze, in modo che, quando arriva e bussa, gli aprano subito. Beati quei servi che il padrone al suo ritorno troverà ancora svegli; in verità io vi dico, si stringerà le vesti ai fianchi, li farà mettere a tavola e passerà a servirli. E se, giungendo nel mezzo della notte o prima dell’alba, li troverà così, beati loro! Cercate di capire questo: se il padrone di casa sapesse a quale ora viene il ladro, non si lascerebbe scassinare la casa. Anche voi tenetevi pronti perché, nell’ora che non immaginate, viene il Figlio dell’uomo». Allora Pietro disse: «Signore, questa parabola la dici per noi o anche per tutti?». Il Signore rispose: «Chi è dunque l’amministratore fidato e prudente, che il padrone metterà a capo della sua servitù per dare la razione di cibo a tempo debito? Beato quel servo che il padrone, arrivando, troverà ad agire così. Davvero io vi dico che lo metterà a capo di tutti i suoi averi. Ma se quel servo dicesse in cuor suo: “Il mio padrone tarda a venire”, e cominciasse a percuotere i servi e le serve, a mangiare, a bere e a ubriacarsi, il padrone di quel servo arriverà un giorno in cui non se l’aspetta e a un’ora che non sa, lo punirà severamente e gli infliggerà la sorte che meritano gli infedeli. Il servo che, conoscendo la volontà del padrone, non avrà disposto o agito secondo la sua volontà, riceverà molte percosse; quello invece che, non conoscendola, avrà fatto cose meritevoli di percosse, ne riceverà poche. A chiunque fu dato molto, molto sarà chiesto; a chi fu affidato molto, sarà richiesto molto di più».

Esegesi

Il brano evangelico di questa domenica comincia con un versetto che vale come una rassicurazione per coloro che, essendo piccoli e poveri, riceveranno in eredità ciò che più conta in assoluto: il regno di Dio. Infatti, dopo aver invitato a non imitare i farisei (12,1), a non accumulare tesori sulla terra (12,13-21) e ad avere fiducia nella provvidenza (12,22-31), Gesù afferma: «Non temere, piccolo gregge, perché al Padre vostro è piaciuto dare a voi il Regno» (12,32). Nel piccolo gregge egli vede coloro che cercano in primo luogo il regno di Dio (12,31) e sanno che il cuore, se vuole essere sinceramente libero, non può attaccarsi ai beni di questa terra. Da qui l’esortazione a disfarsi delle ricchezze, che nell’opera lucana costituisce un tratto caratteristico, basti pensare al celebre racconto che ha per protagonisti Anania e Saffira negli Atti degli apostoli.

Le ricchezze sono percepite da Luca come un pericolo: a causa loro, la coscienza dell’uomo in generale, e persino del credente, si assopisce e si stordisce, al punto di non saper capire che non è in esse che si trova la salvezza e la riuscita. Fidarsi dei beni terreni vuol dire vivere una vera e propria ubriacatura, come quella consumistica che sperimentiamo tutti i giorni, per cui l’ideale da perseguire è soddisfare il desiderio di avere, un desiderio che si autoalimenta perché siamo avvolti in una spirale nella quale non si può mai dire basta, se si vuole “stare al passo con i tempi”. Perciò, Gesù narra due brevi parabole (vv. 36-38 e v. 39), il cui scopo è di spingere alla prontezza, secondo quanto i versetti 35 e 40 sottolineano: «Siate pronti, con le vesti strette ai fianchi e le lampade accese […] Anche voi tenetevi pronti perché, nell’ora che non immaginate, viene il Figlio dell’uomo ».

Al versetto 41, Pietro rivolge a Gesù una strana domanda: «Signore, questa parabola la dici per noi o anche per tutti?». L’apostolo vorrebbe sapere che ruolo devono svolgere i discepoli: devono rinchiudersi in un’attesa del tempo in cui Gesù ritornerà o devono fare come Giona, che avvertì gli abitanti di Ninive a riguardo della catastrofe imminente. Gesù preferisce, a sua volta, rispondere con un’altra parabola, in cui il personaggio è un servo, ma questa volta investito di un’autorità particolare: «Chi è dunque l’amministratore fidato e prudente, che il padrone metterà a capo della sua servitù per dare la razione di cibo a tempo debito?» (v. 42). L’allusione è trasparente: poiché Pietro vuol sapere qual è il compito suo e degli altri apostoli fino al tempo della parusia, gli viene risposto che lui con gli altri apostoli sono come degli amministratori, che agiscono per conto di Gesù.

Perciò, egli avverte i suoi discepoli. Nei confronti del gregge loro affidato, essi devono essere coscienziosi e irreprensibili. Gesù adopera gli aggettivi «fedele e saggio», perché, in primo luogo, essi amministrano un patrimonio che non appartiene a loro e, inoltre, devono usarlo con oculatezza, prudenza e, soprattutto, con tanto amore, per dispensare il «cibo» necessario agli altri servi e, così, permettere loro di giungere al momento nel quale il Signore ritornerà.

Meditazione

Le letture di questa domenica mettono a fuoco un aspetto fondamentale dell’esistenza cristiana: l’attesa della venuta del Signore. Un’attesa che, soprattutto nella pagina evangelica, prende la forma concreta di una continua vigilanza. Come osservava il card. C.M. Martini nella sua Lettera pastorale Sto alla porta: «Vigilare non è un atteggiamento marginale della vita cristiana, ma ne riassume la tensione caratteristica verso il futuro di Dio congiungendola con l’attenzione e la cura per il momento presente». Se proprio del cristiano è vigilare «ogni giorno e ogni ora» (come ci ammonisce il grande padre della Chiesa Basilio), il suo esercizio si fa ancora più urgente di notte, quando il sonno e la stanchezza possono prendere il sopravvento e l’oscurità può far smarrire il sentiero che conduce all’incontro con Dio. I primi cristiani sapevano che l’avvento del Signore sarebbe giunto all’improvviso, «come un ladro di notte» (1Ts 5,2), per questo cercavano di vivere in modo tale da non lasciarsi trovare impreparati a questo evento. Così la Chiesa, anche oggi, vive il tempo del suo pellegrinaggio terreno come una lunga e interminabile notte, durante la quale attende insonne lo spuntare del giorno nuovo (cfr. Rm 13,12).

Il testo della prima lettura, tratto da libro della Sapienza, ci parla dell’attesa di Israele («Il tuo popolo era in attesa della salvezza dei giusti»: v. 7) che trova compimento nella «notte della liberazione». È la notte in cui Dio stesso veglia sul suo popolo per farlo uscire dal paese d’Egitto (cfr. Es 12,42), realizzando così le promesse già annunciate ai patriarchi (cfr. Sap 18,6). Allo stesso modo, il passo della Lettera agli Ebrei (seconda lettura) ci ricorda l’attesa di Abramo, maturata nella notte della fede (culminata nella prova dell”offerta’ di Isacco: cfr. v. 17) e nella ricerca di «una patria migliore» di quella da cui era uscito (cfr. vv. 14-16).

Nel brano evangelico ci vengono presentate tre brevi parabole (Lc 12,35-48) – precedute da un’esortazione a disfarsi dei beni di questo mondo per farsi un tesoro nei cieli (vv. 33-34) – che potremmo definire un piccolo ‘vangelo dell’attesa’. In esse, infatti, troviamo declinati i diversi aspetti dell’attesa cristiana e le molteplici sfumature che, di volta in volta, può assumere la vigilanza. In quei servi che aspettano il ritorno del loro padrone pronti ad aprirgli subito la porta (vv. 36-38), in quel padrone che scruta (o meglio, che dovrebbe scrutare) con attenzione l’ora in cui arriva il ladro per non lasciarsi scassinare la casa (vv. 39-40), in quel maggiordomo (o amministratore) che durante l’assenza prolungata del padrone è chiamato a prendersi cura responsabilmente dei servi a lui affidati (vv. 41-48), ci viene illustrata la multiforme ricchezza di significati della vigilanza evangelica. Essa comporta prontezza e attenzione (perché in ogni momento può giungere il padrone o il ladro); pazienza e perseveranza (la capacità di attendere anche tutta la notte); fedeltà e responsabilità nel compiere il proprio dovere; disponibilità al servizio, sempre e comunque. Tutto questo può essere bene sintetizzato nelle due immagini che compaiono nell’esortazione iniziale: ««Siate pronti, con le vesti strette ai fianchi (lett.: siano cinti i vostri fianchi) e le e lampade accese» (v. 35). I «fianchi cinti» è immagine comune nella Bibbia per indicare l’atteggiamento di chi si predispone a compiere qualche lavoro o a intraprendere un viaggio (cfr. Lc 17,8; At 12,8). Ma, soprattutto, evoca l’atteggiamento di Israele mentre si prepara a celebrare la Pasqua nella notte in cui il Signore passa a liberarlo: «Ecco in qual modo mangerete l’agnello: con i fianchi cinti, i sandali ai piedi, il bastone in mano; lo mangerete in fretta. È la Pasqua del Signore! In quella notte io passerò…» (Es 12,11-12). Il Signore «passa», perciò bisogna farsi trovare pronti per intraprendere con lui il cammino dell’esodo dall’Egitto. L’altra immagine, delle «lampade accese», è piuttosto metafora del vegliare durante l’oscurità della notte (cfr. la parabola delle vergini sagge e stolte in Mt 25,1-13). Il credente che attende il suo Signore deve essere dunque come un viandante, continuamente in cammino – mai pago di ciò che ha raggiunto -, e deve essere sempre pronto ad attendere al proprio servizio – sino alla fine -. Nella certezza che, comunque, anche attraverso la notte più oscura, ha sempre una luce, una piccola lucerna che lo guida: la parola che il Signore gli ha donato (cfr. Sal 118/119,105; nella prima lettura è la «colonna di fuoco» che funge da guida nel viaggio della notte pasquale, cfr. Sap 18,3).

«Non temere, piccolo gregge…» (Lc 12,32). Con questa parola di consolazione e incoraggiamento si apre il vangelo odierno. Pur nella sua piccolezza e insignificanza, nella sua fragilità costantemente minacciata, il piccolo gregge dei discepoli può avanzare con fiducia perché ha già ricevuto in dono tutto quello che da Dio può sperare e desiderare: il suo Regno. Con il cuore in questo «tesoro» (vv. 33-34), allora, aspetta con speranza incrollabile il Signore che ritorna, consapevole che meno si attaccherà ai propri beni e più sarà capace di attendere il grande bene del Regno. Perché tra povertà e attesa c’è un intimo e imprescindibile legame: un cuore ingombro e distratto da troppe cose, infatti, non ha più quella libertà e quella forza di attendere da Dio solo il compimento di ogni suo bene.

«Beati coloro che aspettano (trad. CEI: sperano in) lui», dice il profeta Isaia (30,18). In se stessa, l’attesa è già fonte di beatitudine e di autentica felicità. Perché mantiene il cuore aperto nella direzione del suo desiderio più vero, facendogli in qualche modo già pregustare la gioia dell’incontro. E anche nel nostro passo evangelico, per ben tre volte, risuona la formula: «Beati…» (vv. 37.38.43). E in tutti i tre i casi la beatitudine è scandita da quell’«essere trovati». Trovati «così», ad «agire così». Cioè nientemeno che intenti e attenti al proprio lavoro, al proprio compito, al proprio servizio. Non ci è chiesto altro che di attendere attendendo al compito che ci è stato affidato, con tutta la responsabilità e la fedeltà di cui siamo capaci. E scopriremo allora, con stupore, che per Dio questo semplice fatto è già cosa immensa e stupefacente, tanto da essere ripagata con una risposta che ha dell’eccessivo e dell’inimmaginabile: «In verità io vi dico, si stringerà le vesti ai fianchi, li farà mettere a tavola e passerà a servirli» (v. 37). Il Signore che si fa servo dei suoi servi: mirabile capovolgimento divino!

A questo punto, ci si può chiedere se noi aspettiamo un Signore così. Oppure il suo volto conserva per noi ancora i tratti inalterati di un giudice terribile e inquietante, di un ladro temibile e senza scrupoli o di un padrone duro e severo, che non esiterà a punire con rigore chi non avrà agito secondo le sue disposizioni?

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