Tempo Ordinario III, Colore Verde – Lezionario: Ciclo A | Anno II, Salterio: sett. 3
Oggi la Parola ci conduce attraverso un viaggio che parte dall’abisso della fragilità umana per innalzarci verso la speranza del Regno. Tre brani apparentemente lontani, eppure profondamente uniti da un filo d’oro: la misericordia di Dio che trasforma il nostro nulla in vita nuova.
2Sam 11,1-4a.5-10a.13-17
Mi hai disprezzato e hai preso in moglie la moglie di Urìa l’Ittita.
Dal secondo libro di Samuèle
All’inizio dell’anno successivo, al tempo in cui i re sono soliti andare in guerra, Davide mandò Ioab con i suoi servitori e con tutto Israele a compiere devastazioni contro gli Ammoniti; posero l’assedio a Rabbà, mentre Davide rimaneva a Gerusalemme.
Un tardo pomeriggio Davide, alzatosi dal letto, si mise a passeggiare sulla terrazza della reggia. Dalla terrazza vide una donna che faceva il bagno: la donna era molto bella d’aspetto. Davide mandò a informarsi sulla donna. Gli fu detto: «È Betsabea, figlia di Eliàm, moglie di Urìa l’Ittita». Allora Davide mandò messaggeri a prenderla.
La donna concepì e mandò ad annunciare a Davide: «Sono incinta». Allora Davide mandò a dire a Ioab: «Mandami Urìa l’Ittita». Ioab mandò Urìa da Davide. Arrivato Urìa, Davide gli chiese come stessero Ioab e la truppa e come andasse la guerra. Poi Davide disse a Urìa: «Scendi a casa tua e làvati i piedi». Urìa uscì dalla reggia e gli fu mandata dietro una porzione delle vivande del re. Ma Urìa dormì alla porta della reggia con tutti i servi del suo signore e non scese a casa sua. La cosa fu riferita a Davide: «Urìa non è sceso a casa sua».
Davide lo invitò a mangiare e a bere con sé e lo fece ubriacare; la sera Urìa uscì per andarsene a dormire sul suo giaciglio con i servi del suo signore e non scese a casa sua.
La mattina dopo Davide scrisse una lettera a Ioab e gliela mandò per mano di Urìa. Nella lettera aveva scritto così: «Ponete Urìa sul fronte della battaglia più dura; poi ritiratevi da lui perché resti colpito e muoia». Allora Ioab, che assediava la città, pose Urìa nel luogo dove sapeva che c’erano uomini valorosi. Gli uomini della città fecero una sortita e attaccarono Ioab; caddero parecchi della truppa e dei servi di Davide e perì anche Urìa l’Ittita.
Parola di Dio.
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Dal Sal 50 (51)
R. Perdonaci, Signore: abbiamo peccato.
Pietà di me, o Dio, nel tuo amore;
nella tua grande misericordia
cancella la mia iniquità.
Lavami tutto dalla mia colpa,
dal mio peccato rendimi puro. R.
Sì, le mie iniquità io le riconosco,
il mio peccato mi sta sempre dinanzi.
Contro di te, contro te solo ho peccato,
quello che è male ai tuoi occhi, io l’ho fatto. R.
Così sei giusto nella tua sentenza,
sei retto nel tuo giudizio.
Ecco, nella colpa io sono nato,
nel peccato mi ha concepito mia madre. R.
Fammi sentire gioia e letizia:
esulteranno le ossa che hai spezzato.
Distogli lo sguardo dai miei peccati,
cancella tutte le mie colpe. R.
Vangelo del giorno di Mc 4,26-34
L’uomo getta il seme e dorme; il seme germoglia e cresce. Come, egli stesso non lo sa.
Dal Vangelo secondo Marco
In quel tempo, Gesù diceva [alla folla]: «Così è il regno di Dio: come un uomo che getta il seme sul terreno; dorma o vegli, di notte o di giorno, il seme germoglia e cresce. Come, egli stesso non lo sa. Il terreno produce spontaneamente prima lo stelo, poi la spiga, poi il chicco pieno nella spiga; e quando il frutto è maturo, subito egli manda la falce, perché è arrivata la mietitura».
Diceva: «A che cosa possiamo paragonare il regno di Dio o con quale parabola possiamo descriverlo? È come un granello di senape che, quando viene seminato sul terreno, è il più piccolo di tutti i semi che sono sul terreno; ma, quando viene seminato, cresce e diventa più grande di tutte le piante dell’orto e fa rami così grandi che gli uccelli del cielo possono fare il nido alla sua ombra».
Con molte parabole dello stesso genere annunciava loro la Parola, come potevano intendere. Senza parabole non parlava loro ma, in privato, ai suoi discepoli spiegava ogni cosa.
Parola del Signore.
Ascolta il commento
Quando leggiamo la vicenda di Davide con Betsabea, avvertiamo quasi un disagio. L’uomo secondo il cuore di Dio, il pastore divenuto re, il cantore dei salmi, si trova improvvisamente imprigionato nelle reti del desiderio. “Al volgere dell’anno, quando i re sono soliti andare in guerra”, l’autore sacro ci dice che Davide rimase a Gerusalemme. È un particolare che sembra insignificante, eppure racchiude tutto: quando ci allontaniamo dal nostro posto, quando evitiamo le battaglie che la vita ci chiama a combattere, il vuoto che lasciamo diventa terreno fertile per il male.
Davide vede, desidera, prende. Una progressione inesorabile che conduce al tradimento, all’inganno, infine all’omicidio mascherato da caso bellico. Uria, il soldato fedele, diventa vittima innocente di un re che ha smarrito la bussola del cuore. Eppure, proprio in questo baratro, la liturgia non ci lascia soli. Il Salmo 50 diventa il grido dell’anima che riconosce la propria caduta: “Pietà di me, o Dio, nel tuo amore; nella tua grande misericordia cancella la mia iniquità”.
Questo salmo – che la tradizione attribuisce proprio a Davide dopo il suo peccato – è una delle preghiere più umane e più divine della Scrittura. “Riconosco la mia colpa, il mio peccato mi sta sempre dinanzi”. Non c’è qui la giustificazione, non l’autocompiacimento né la disperazione sterile. C’è invece la verità nuda dell’uomo davanti a Dio, la consapevolezza che “contro di te, contro te solo ho peccato”. Perché ogni peccato, in fondo, è sempre uno strappo nel rapporto con Colui che ci ama.
Ma il salmo non si ferma alla confessione. Continua con una richiesta che è quasi un miracolo di speranza: “Crea in me, o Dio, un cuore puro, rinnova in me uno spirito saldo”. Davide non chiede semplicemente il perdono, ma una nuova creazione. Sa che le forze umane non bastano, che serve l’intervento diretto di Dio per risollevare ciò che è caduto, per far germogliare vita là dove regnava la morte.
Ed è proprio qui che il Vangelo di Marco ci sorprende con le sue parabole del Regno. Gesù parla di semi gettati nella terra, di crescite misteriose che avvengono mentre il contadino “dormi o vegli”. Il Regno di Dio è come un granello di senape, il più piccolo di tutti i semi, che diventa un albero capace di ospitare gli uccelli del cielo. Quale legame con la caduta di Davide e il grido del Salmo?
Il legame è profondo e consolante. Dio opera sempre, anche quando noi dormiamo, anche quando falliamo. La terra produce “prima lo stelo, poi la spiga, poi il chicco pieno nella spiga” – una progressione graduale, paziente, che non dipende dalla bravura del seminatore. Il nostro peccato, per quanto grave, non può arrestare la logica del Regno. Anzi, proprio nella nostra debolezza riconosciuta, nel nostro cuore contrito come quello di Davide, Dio getta il seme della rinascita.
Il granello di senape ci parla di questa sproporzione meravigliosa: da ciò che è minimo, insignificante, apparentemente perduto, Dio sa far crescere qualcosa di grande. Il pentimento sincero, piccolo come un granello, può diventare un albero di vita nuova. La misericordia accolta trasforma il deserto del peccato in giardino dove tornano a cantare gli uccelli.
Gesù ci dice che il Regno è “come se un uomo gettasse il seme sul terreno”. Non ci chiede di essere perfetti seminatori, di capire ogni meccanismo della grazia. Ci chiede solo di gettare, di affidarci, di credere che Dio fa crescere anche ciò che noi crediamo perduto. Il re Davide aveva tradito, ingannato, ucciso – eppure dalla sua discendenza sarebbe nato il Messia. Dal suo salmo di pentimento, generazioni di peccatori avrebbero trovato le parole per tornare a Dio.
C’è qualcosa di profondamente liberante in questa triplice Parola. Ci dice che possiamo cadere, che cadremo, ma che la caduta non è l’ultima parola. Ci insegna che il riconoscimento umile della colpa apre spazi immensi alla misericordia. Ci assicura che Dio lavora incessantemente alla nostra crescita, anche quando noi non vediamo, non comprendiamo, non collaboriamo come dovremmo.
La liturgia di oggi non ci nasconde la durezza del peccato – le conseguenze della scelta di Davide furono devastanti per lui e per i suoi cari. Ma non ci lascia neppure nella disperazione. Ci mostra invece un cammino: dalla consapevolezza sincera della colpa all’invocazione fiduciosa della misericordia, fino alla certezza che Dio può far germogliare vita nuova anche dal terreno più arido del nostro cuore.
🌿 Commento finale
Davide che cade, Davide che piange, Davide che spera nella creazione di un cuore nuovo; il seme che cresce silenzioso mentre il seminatore dorme, il granello minuscolo che diventa albero maestoso. Tutto ci parla di un Dio che non si arrende davanti alla nostra fragilità, che sa attendere, che opera trasformazioni impossibili. Oggi siamo invitati a gettare nella terra del suo amore anche il seme più piccolo del nostro desiderio di conversione, certi che Egli saprà farlo crescere ben oltre le nostre aspettative. Il Regno viene, misterioso e certo, come il grano che cresce da solo. A noi è chiesto solo di credere, di affidarci, di lasciare che la sua misericordia compia in noi meraviglie.
