Una favola e una parabola.
Una favola per dire che ad Israele non serve un re e una parabola per cacciare l’invidia. L’atteggiamento antiregale di Israele è noto e di esso si faranno portavoce soprattutto i profeti. Solo il Signore è re. Scelte alternative portano unicamente ad “un rovo”, mettersi alla sua ombra può costare caro, poiché non è né sicuro, né dà refrigerio nella calura. Fuor di metàfora, anzi di favola, Iotam non ne vuole proprio sapere di altri re all’infuori del Signore.
Nella parabola evangelica, nota e super commentata, il padrone si comporta stranamente; infatti chi darebbe mai il medesimo salario ad uno che lavora un’intera giornata e ad un altro che invece ha lavorato solo un’ora? E allora in questa parabola c’è qualcosa che doveva ròdere la prima comunità, per cui l’autore del vangelo di Matteo si sforza, tramite essa, di dirimere una controversia sorta tra i credenti. E molto probabilmente essi sono da ricercarsi proprio tra quegli ebrei convertiti che mal sopportavano di essere trattati alla pari dei “gentili”.
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Insomma, un po’ di rispetto per la “nobile discendenza”! Pare di sentirli, come sembra sentire tanti cristiani che ancor oggi ricercano “primi posti”, proprio perché sono arrivati per primi. Lo si è detto altre volte, Dio ha un metro di misura diverso dal nostro, e poi vorrà pur dire qualcosa il fatto che vive nell’eternità e non nella dimensione temporale! Il cristiano ha il dovere di accogliere l’altro al di là di qualsiasi pregiudizio e soprattutto di qualsivoglia invidia.
Meno si dà spazio a questo sentimento e più si è disponibili a vedere i valori positivi che sono nell’altro.



